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QUALCUNO NON GRADISCE IL RIALZO SULLE BORSE EUROPEE? di Luigi Luccarini

Vorrei tanto poter spiegare perché i mercati finanziari in Europa sembrano quasi ostaggio di una strana sindrome che ne comprime gli slanci all’insù, senza dover passare per questo “complottista”, ma come persona che crede solo nella realtà dei numeri – e delle loro rappresentazioni che sono nei grafici.

Partiamo da questi ultimi.

E’ un fatto, penso ormai acclarato, che gli indici mondiali di borsa sono in parziale recupero dopo il minimo fatto segnare il 27 dicembre, o giù di lì.

Ovviamente in queste fasi è lecito aspettarsi un aumento divolatilità che può determinare, anche nella stessa giornata, brusche inversioni di trend. Che a volte possono protrarsi per qualche giorno.

Ma il movimento di fondo è per il momento rialzista, sia pure nel quadro di bear market non ancora del tutto esaurito.

Questo vale soprattutto per il DAX, l’indice di borsa della Germania che negli ultimi anni è diventato una specie di guida per gli altri della zona Euro e che da quasi un anno sta attraversando una fase discendente.

Un po’ come l’economia della nazione.

Ma che, come tutti gli altri indici, dal 27 dicembre sta tentando anch’esso un recupero.

Ebbene, Osservando la sua evoluzione attraverso il grafico del suo contratto future, che in questo momento condiziona l’andamento del “fisso” (fenomeno tipico delle fasi di transizione) possiamo notare 3 brusche interruzioni del rimbalzo originatosi dal 4 gennaio.

La prima corrisponde alla giornata del 21 gennaio, giorno in cui sono state rese note a Davos le nuove stime FMI sulla crescita, a cui hanno fatto seguito le dichiarazioni di Christine Lagarde (quelle, per intenderci, che indicavano nell’Italia “uno dei principali fattori di rischio” per l’economia mondiale).

La seconda discesa, ancora più violenta, corrisponde alle due giornate in cui, prima anticipandole, poi accompagnate dalla conferenza stampa di Pierre Moscovici, la Commissione EU ha dettato le proprie previsioni di crescita dei paesi aderenti per il 2019 (quelle, per intenderci, che danno il PIL italiano 2019 allo 0,2%).

La terza discesa, il 14 febbraio, è stata certamente dovuta (in parte) al dato poco confortante del PIL trimestrale della Germania, ma amplificata dalle dichiarazioni di Kathrin Muehlbronner, analista per il credito sovrano dell’Agenzia di rating Moody’s.Colei che, per capirci, è arrivata a sostenere non solo che l’Italia potrebbe dover affrontare un anno a crescita zero, ma che ci saranno anche elezioni anticipate, qui da noi, subito dopo il voto di maggio.

Senza peraltro spendere una parola sulla Spagna, che le elezioni anticipate le avrebbe annunciate di lì a poche ore.

 

E’ ovvio che nessuno vuole impedire a Lagarde, Moscovici, Muehlbronner o chi altro di esprimere giudizi sulle condizioni dell’economia, del nostro paese, dell’area Euro e finanche di quella globale.

Ma è un fatto che qualche settimana le loro dichiarazioni arrivano proprio quando il sentiment dei mercati appare improntato ad un(tendenziale) rialzo. E lo deprimono sul nascere.

Dal grafico possiamo infatti notare i movimenti discendenti così originati che provocano segnali di inversione sull’indice, con pesanti ripercussioni sugli oscillatori che ne misurano la forza relativa.

Anche se poi il mercato reagisce (o comunque fino ad ora lo ha fatto) negando valore all’inversione e producendo nuovi strappi al rialzo, come quello che ha segnato la giornata di venerdì, con il DAX future che ha chiuso vicino ai massimi di periodo.

Cosa significa questo?

Suggeriamo tre letture.

La prima, che appare inconfutabile, è il potere eccessivo di cui godono ancora personaggi ed istituzioni come Commissione EU, BCE e FMI, nonché Agenzie di rating sulle decisioni deiprincipali stakeholders dei mercati finanziari europei. Che probabilmente hanno anche a disposizione informazioni insider e quindi sono pronti con gli ordini di vendita prima ancora che quelle dichiarazioni vengano rese note.

La seconda, che si evince dai successivi rimbalzi, è che il mercato nel suo complesso soffre – come ovvio che sia – le parole di quei personaggi ed istituzioni, ma sembra (finalmente) attribuire loro una credibilità molto minore rispetto al passato.

Probabilmente scottato da quanto accaduto in precedenza, ad esempio ad inizio dello scorso anno, quando a fronte dell’atteggiamento, in quel frangente rassicurante, di Commissione EU, BCE e FMI, ad aprile vennero raggiunti importanti livelli di prezzo su quasi tutte le borse europee, che poi hanno ripiegato in modo repentino facendo diventare il 2018 un “annus horribilis” per i risparmiatori.

Ma c’è anche una possibile terza lettura, quella che magari verrà definita “complottista”, ma che ugualmente deriva dalla semplice osservazione della realtà dei mercati.

Che, come noto, si muovono in funzione di due differenti spinte, una delle quali, quella ribassista, è divenuta altrettanto istituzionale per via della sempre maggiore importanza assunta dagli Hedge Funds.

I quali, dalla fine del 2016, hanno iniziato a “shortare” come si dice in gergo, l’azionario europeo.

In modo sempre più pesante come evidenzia la prossima figura.

(fonte: Il Sole 24 Ore)

Non c’è nulla di scandaloso in questo crescente posizionamento al ribasso. Rientra in una dinamica piuttosto tipica dei mercati finanziari, a meno che, ovviamente, non sia accompagnato da qualche anomalia.

E magari una di queste potrebbe rappresentata dal fatto che il principale soggetto attivo in questo senso è Bridgewater Associates, un vero colosso dell’hedging, che stando alle cifre fornite da Il Sole 24 Ore, a febbraio dello scorso anno aveva inpancia short per 17,7 miliardi di Euro e che grazie ai ribassi che si sono verificati ha presentato performances da record. Sempre stando al Il Sole 24 Ore il suo fondo di punta, Pure Alpha, ha realizzato a fine 2018 un rendimento del 15% al netto delle commissioni. Un risultato eccezionale, frutto di operazioni corteconcentrate un po’ ovunque: Francia, Italia, ma soprattutto Germania (oltre 6 miliardi di posizioni short su 13 multinazionali).Niente da dire.

Proprio nulla? In realtà qualcosa ci sarebbe. Legata al fatto che Bridgewater Associates è una creatura di Ray Dalio, finanziere statunitense molto ben introdotto negli ambienti finanziari internazionali, anche istituzionali. E che ha precise opinioni di merito politico, espresse (guarda caso…) a Davos, nel 2017, in una tavola rotonda alla quale partecipava (guarda caso…) anche Christine Lagarde.

Dalio dichiarò in quel contesto che il populismo e soprattutto la sua visione negativa della globalizzazione doveva considerarsi il nemico numero uno dei mercati. Un’opinione che certamente condividono un po’ tutti in quegli ambienti.

Più  meno la stessa che abbiamo ascoltato in Davos 2019.

E qui va inserito l’ultimo dato da prendere in considerazione, vale a dire l’atteggiamento generale degli investitori.

Che, stando alle più statistiche elaborate da Merril Lynch, da tempo stanno sottopesando il mercato azionario, con una tendenza ai riscatti dai relativi fondi che ha portato l’allocazione in equityad un livello pari a quello del settembre 2016.