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Polvere di Stelle: la Caporetto dei Cinque Stelle (di Davide Amerio)

 

 

 

Era nell’aria; molti di noi erano coscienti che la batosta sarebbe arrivata. A dire il vero, l’abbiamo persino auspicata. Anche se abbiamo votato M5S con estrema riluttanza, e dispiaciuti – nonché amareggiati,- per aver provato questo sentimento.

 

Perché siamo arrivati a sperare che una eventuale debacle elettorale potesse servire a rimettere in discussione quello sfaldamento del Movimento, quelle assenze, quei silenzi, quelle posizioni un po’ di qui, un po’ di là, un poco a destra, un poco a sinistra. Sapevamo l’ondeggiare si sarebbe rivelato letale; le promesse mancate avrebbero presentato il conto; i silenzi ambigui avrebbero trovato voce; perché hai un bel dichiarare che non sei né di destra, né di sinistra, che sei “oltre”.

 

Ma quando il paese sente ancora una differenza politica tra destra e sinistra, e vive delle differenze storiche, il tuo essere “oltre” ti conduce inevitabilmente in una terra di nessuno, mentre gli altri, sono rimasti altrove, su quel piano politico e sociale che hai, inopportunamente, alienato.

 

L’altra sera in televisione, un personaggio che aborro, come Sgarbi, ha posto (tra le solite invettive da cafone che fanno parte del suo essere) una osservazione giusta: che cos’è il M5S oggi? Cosa rappresenta?

 

Bisognerebbe ripartire da qui. Tralasciando i meriti, che per me ci sono, e sono importanti, rimane la mancata considerazione di un movimento che è ancora rimasto, pur avendo avuto accesso al governo, acerbo, e un po’ infantile.

 

Le osservazioni di Nicoletta Forcheri, sono un buon punto di partenza per considerare ciò che non funziona, non ha funzionato, non può funzionare. E difatti i risultati sono quelli che conosciamo.

 

Dal mio canto, prima delle votazioni, ho cercato di riassumere i motivi per non votare/votare il M5S alla luce dei sui meriti, ma anche delle criticità che ne minano il consolidamento e la crescita.

 

Si apre una fase critica, per il movimento, ma anche per il governo, e, comunque la si pensi, non è un bene. Sopratutto perché le prime reazioni dei vertici del movimento non sembrano adeguate alla gravità della situazione.

 

A Di Maio qualcuno dovrebbe spiegare che le dimissioni si presentano (con umiltà), se si ha consapevolezza di aver fallito un obiettivo, e non si dice “non me le hanno chieste!”. Poi ci possono essere ampie ragioni di opportunità politica per respingerle.

 

A Fico dovrebbero spiegare che le dimissioni non è roba da “vecchia politica”, è roba da Democrazia! Nei paesi anglosassoni, di ispirazione liberale, il fallimento del “capo” politico comporta l’immediata messa alla porta dello stesso. Solo in Italia si perpetrano all’infinito le figure politiche, fino allo sfinimento (degli elettori).

 

Se il “nuovo” consiste nella creazione di un direttorio (un altro?) composta da Grillo/Casaleggio/Di Battista/Fico, allora siamo ancora lontani dalla soluzione, perché manca, in primis, la comprensione del problema.

 

Il problema è politico, di linea politica condivisa, di un profilo politico ben definito e chiaro per tutti. Non da meno è la questione della democrazia interna, che non si risolve con quattro domandine su Rosseau. Il tallone d’achille del M5S continua a essere la gestione del dissenso e del pensiero non conforme a quanto stabilito dal vertice (sempre più ristretto e lontano dalla base).

 

Da tempo sostengo che le “regole” del movimento vanno ridiscusse, alla luce dell’esperienza, e delle necessità reali della politica. Regole raccolte a man bassa dalla rete, da quel “web” considerato onnisciente, ma in realtà prive della necessaria analisi politica. I valori sono una cosa, le regole un’altra; e non è detto che una regola stabilita sia il modo migliore per concretizzare un principio.

 

Se i vertici vogliono continuare a nascondersi dietro Rosseau, facciano pure, ma in democrazia, quando ci sono delle votazioni, si dichiara prima quanti sono gli aventi diritto al voto. Poi si esaminano i risultati, considerando – ed esaminando,- anche le astensioni. Quanti sono gli aventi diritto al voto su Rosseau che non votano più da tempo? Informazione non pervenuta!

 

Su quali basi contrattuali, ovvero di rapporto tra la Casaleggio e il M5S, i parlamentari sono costretti a versare 300 euro alla Casaleggio per la piattaforma? La cifra cospicua che emerge facendo due conti sollecita un’altra domanda: qual’è il piano industriale che si vuole attuare con questi soldi? Perché una srl comanda dentro un movimento politico?

 

Parlare di “ristrutturazione” è giusto. Ma se l’obiettivo è il finto ascolto della base locale (pera dare un contentino) con la distribuzione di benedizioni ubi et orbi del verbo grillino, o il sostegno (come si è più volte manifestato) ai duri e puri accondiscendenti alla linea ufficiale, siamo ben fuori strada, e siamo sulla via della catastrofe.

 

Se si considera che una percentuale, non proprio irrilevante, ha continuato a votare (domenica scorsa) stringendo i denti, e digerendo male la situazione, il voto finale andrebbe decurtato di un altro consistente numero di voti (che non ci saranno più la prossima volta).

 

La votazione di oggi sulla “fedeltà” a Di Maio è quanto mai inopportuna, a questo punto, e risuona quasi come un ricatto verso la base (perlomeno quella che vorrà votare, ma state certi che i fedelissimi voteranno; degli altri, gli astenuti, non avremo notizia).

 

Insomma, potremmo continuare per un bel po’. Queste osservazioni faranno inorridire i “fedeli” della linea, ma la cosa non ci riguarda. La storia ci insegna che i partiti degli Yes Man, presto o tardi, falliscono miseramente.

 

“Noi” facciamo parte di quei cittadini che hanno contribuito alla nascita/crescita del movimento, con la convinzione di dare un’alternativa concreta al paese; di far emergere le forze migliori; di distribuire la ricchezza con maggiore giustizia ed equità; di contrastare la follia dell’”austerità espansiva”; di costruire opere pubbliche con criterio razionale (costi e benefici);  di combattere l’illegalità e i privilegi; di ri-acculturale un paese devastato da 20 anni di berlusconismo ed egemonia culturale della sinistra.

 

Insomma, un’Italia di cui essere orgogliosi, che si occupa dei poveri e delle sofferenze degli emarginati (di qualunque parte del mondo); che si adopera per far cessare le guerre; che si preoccupa dell’ambiente e dello sviluppo sano. Un paese dal quale non fuggire per disperazione; quando l’età anagrafica diventa un atto di discriminazione; e lo sfruttamento sul lavoro una regola ordinaria.

 

Non vogliamo questa italietta dove si continua a confondere la furbizia con l’intelligenza politica.

 

Se i “vertici” del M5S non molleranno, cedendo il passo a un confronto democratico e costruttivo, noi neppure cederemo… come diceva Grillo (“loro non molleranno, noi neppure”).

 

Davide Amerio

 


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