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PLURALISMO DELL’INFORMAZIONE. SE IN TURCHIA CHIUDONO 130 MEDIA, IN ITALIA NON VA MEGLIO.

Quando sentiamo notizie dalla Turchia che parlano di 130 media chiusi negli ultimi giorni e 47 giornalisti arrestati, ci pare quasi scontato affermare quanto quello Stato con quel governo sia antidemocratico e quanto sia irrispettoso di diritti come quello della libertà di manifestazione del pensiero. E così è in effetti.

Tuttavia ci risulta anche altrettanto immediato dire o credere che questi episodi di censura così spinta siano solamente relegabili alla Turchia e a pochi altri paesi nel mondo. Per censura spinta non parlo di semplice oscurantismo o di omissione di notizie, cose che avvengono in qualsiasi sistema informativo e che sono praticamente impossibili da arginare ed evitare dato l’inevitabile orientamento dei vari media. Mi riferisco piuttosto ad una censura “materiale”. Un conto è infatti tralasciare, volutamente non far passare delle notizie, impedire la trasmissione di messaggi, un altro è far chiudere e togliere del tutto la possibilità di trasmettere qualsiasi tipo di messaggio. Questo è stato fatto in Turchia, chiudendo più di 130 media secondo le fonti. E così sta accadendo in Italia, dove centinaia di emittenti private locali (non si parla di Mediaset o La7 che non hanno problemi) rischiano di vedersi sfilare da sotto gli occhi le proprie frequenze di trasmissione, senza le quali sono nulla. Le frequenze sono, per intenderci, la conditio sine qua non dell’esistenza stessa delle emittenti di ogni tipo. Possono sussistere anche con il minimo indispensabile di guadagni annuali, giusti per la manutenzione degli impianti trasmittenti, anche con pochissimo personale, ma se mancano le frequenze, la conditio sine qua non, allora non possono esistere. Di fatto sono un’azienda morta. E qui non si parla solamente di rischio (cosa che già dovrebbe allarmare) ma di fatti già compiuti e sicuramente destinati ad aumentare: più di 140 emittenti già nel 2015 hanno ricevuto la comunicazione di dover lasciare la propria frequenza di trasmissione entro pochi mesi per la quale avevano un’autorizzazione ventennale concessa dallo Stato. Già avevo parlato di ciò   [ https://scenarieconomici.it/le-tv-locali-e-il-boicottaggio-dellarticolo-21-perpetrato-dallunione-europea-di-caterina-betti/ ]   addentrandomi nel problema dell’assenza di tutele da parte del diritto comunitario e facendo appello invece all’articolo 21 della Costituzione, che in combinazione all’articolo 41 costituisce un ottimo punto di riferimento in materia senza dover ricorrere a direttive o legislazioni estere o europee varie (anche perchè appunto non tutelano in alcun modo la libertà di espressione). Il meccanismo è semplice: la frequenza viene spenta e l’emittente è costretta a cercare un’altra piattaforma sulla quale trasmettere, dovendo giocoforza pagare un affitto che spesso, alle condizioni economiche attuali, è difficile da sostenere. Così si porta alla morte un’impresa.

Poichè questo tema è molto sottovalutato quando si parla di questo particolare quanto essenziale diritto in uno Stato che voglia definirsi democratico e libero, tutelato dall’art.21 Cost. ciò che mi preme sottolineare ancora una volta dopo quell’articolo di cui ho messo il link, è l’importanza strategica delle emittenti locali. Oggi messe al muro (ostacolate nel fare vera informazione) dalla penuria economica e dagli infiniti obblighi imposti anche dalla UE, le emittenti locali private non sono semplici aziende ma sono la GARANZIA del pluralismo informativo italiano. Per un semplice motivo: vanno a bilanciare la preponderanza del pensiero unico, disperatamente allineato, della TV di Stato. E’ sacrosanto ed auspicabile l’obbiettivo di rendere quest’ultima il più imparziale possibile, ma è realisticamente ostico da realizzarsi in quanto la sua esistenza economica deriva direttamente dallo Stato che grazie ad un Regio Decreto risalente al 1938 le permette di prelevare un canone dai cittadini (ora in bolletta, come avrete avuto modo di notare). Per questo le emittenti locali private sono fondamentali, per controbilanciare lo strapotere delle nazionali, in una coesistenza che potrebbe essere pacifica laddove fosse ad armi pari: ovvero condizioni economiche decenti (per le quali questo stesso blog offre validissime soluzioni) e condizioni materiali di base come un accesso alle frequenze equo, dato che non parliamo più, come negli anni ’60, di un bene “raro e scarso” (aggettivi che si vorrebbero affibbiare oggi anche alle nostre spiagge, come scusa per sottrarle alla gestione dei cittadini), ma di un bene che qualora distribuito con criterio sarebbe più che sufficente e, ripetiamolo, permetterebbe una pacifica e funzionale convivenza con la TV di Stato.

Concludo qui con la speranza di aver suscitato un minimo di interesse verso un argomento che passa sempre in sordina, e che invece potrebbe essere la chiave per avere un’ informazione più sana, libera e nei giusti canoni dell’articolo 21 della nostra Costituzione, che dobbiamo preservare anche per non vederla un giorno appiattita al livello del diritto comunitario, che della libertà di espressione se ne frega altamente. Nero su bianco.

Caterina Betti

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