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Petrolio subito, democrazia poi. Il piano a tre fasi degli USA per il Venezuela (con la pistola sul tavolo)
Fallito il piano Guaidó, Trump passa al “modello curatore fallimentare”. Rubio svela le 3 fasi: prima il greggio, poi (forse) le elezioni. E i conti di Caracas li gestisce Washington.

Dimenticate la diplomazia felpata e i lunghi tavoli di trattativa a Ginevra. Quello che sta accadendo tra Washington e Caracas, nelle ore successive alla cattura di Nicolás Maduro, è la più brutale, diretta e trasparente applicazione della Realpolitik energetica che si sia vista negli ultimi decenni. Mentre i media mainstream si affannano a parlare di “transizione democratica”, i dati che arrivano dal Dipartimento di Stato e dalla Casa Bianca raccontano una storia diversa, fatta di barili, conti correnti bloccati e una “collaborazione” ottenuta, letteralmente, sotto la minaccia delle armi.
Il Piano Rubio: Stabilità, Recupero, Transizione (in quest’ordine)
Il Segretario di Stato Marco Rubio, parlando a Washington, ha svelato la strategia americana per il dopo-Maduro. Non si tratta di un piano vago, ma di una roadmap industriale e militare precisa, divisa in tre fasi distinte.
- Stabilità: È la fase attuale. Le forze USA hanno preso il controllo fisico del leader e, di fatto, delle leve di comando. Rubio è stato cristallino: “Abbiamo un controllo e una leva enormi su ciò che le autorità provvisorie stanno facendo”. Appare evidente che non si sa tutto quello che sta accaendo a Caracas, oppure che Rubio ha una visione distorta.
- Recupero: Qui entra in gioco il business. Prima ancora di parlare di elezioni, la priorità è garantire che le compagnie petrolifere americane (e occidentali) abbiano accesso al mercato venezuelano. Rubio lo definisce un accesso “equo”, ma la traduzione economica è semplice: le major USA devono rientrare per rimettere in moto le pompe che il socialismo reale e le sanzioni avevano arrugginito.
- Transizione: Solo alla fine, come ciliegina sulla torta, si parla di trasformazione politica e di lasciare che il “popolo venezuelano decida”, cioè di andare a elezioni.
Ovviamente la terza fase è molto più semplice, per gli USA, dopo che le prime due hanno avuto un’applicazione pratica. Il paese sarebbe sicuramente stabile, probabilmente più ricco, i cittadini avrebvbero più benessere, ma sicuramente tornerebbero sotto l’influenza USA così come fu sino a Chavez.
“Collaborazione”?
Il punto cruciale che emerge dalle dichiarazioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, e dello stesso Rubio, riguarda l’attuale stato dei rapporti diplomatici. Gli USA affermano che il Venezuela “sta collaborando”, anche se il senso della frase è un po’ ambiguo.
Secondo Rubio, le autorità ad interim “capiscono che l’unico modo per muovere il petrolio, generare entrate ed evitare il collasso economico è cooperare con gli Stati Uniti”. In pratica, Washington ha messo il Venezuela di fronte a una scelta binaria: cedere il petrolio o morire di fame. Non sorprende, quindi, che le autorità provvisorie abbiano “accettato” di rilasciare tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio verso gli Stati Uniti.
Il meccanismo finanziario: sovranità azzerata
L’aspetto più tecnicamente rilevante – e inquietante per chi ha a cuore il concetto di sovranità nazionale – è la gestione dei flussi finanziari. Donald Trump è stato esplicito: il petrolio verrà venduto a prezzo di mercato, ma i proventi non andranno a Caracas.
Karoline Leavitt ha confermato che i fondi saranno depositati in “conti controllati dagli Stati Uniti presso banche globalmente riconosciute”. E chi deciderà come spenderli? “A discrezione del governo degli Stati Uniti”. Si tratta, nei fatti, di un commissariamento totale dell’economia venezuelana. Il denaro verrà usato “a beneficio del popolo americano e venezuelano”, ma a decidere il beneficio sarà essenzialmente Washington. L’operazione è corrispondente all’entrata di un curatore fallimentare in un’azienda.
Le Big Oil tornano in campo
Venerdì prossimo, Trump incontrerà i dirigenti delle principali compagnie petrolifere USA. Chevron è l’unica rimasta operativa sul campo, ma ExxonMobil e ConocoPhillips – che si erano viste espropriare gli asset dal chavismo – sono pronte a rientrare. C’è però un problema strutturale che nemmeno i Marines possono risolvere in un giorno: la devastazione dell’infrastruttura PDVSA (la compagnia petrolifera di stato venezuelana). Anni di gestione clientelare e sanzioni hanno fatto crollare la produzione da oltre 2 milioni di barili al giorno (2016) a meno di un milione.
Gli analisti stimano che, con investimenti massicci e la rimozione delle sanzioni (che la Leavitt ha confermato essere in fase di “revoca selettiva”), si potrebbe recuperare mezzo milione di barili al giorno in due anni. È un’iniezione di offerta che farebbe comodo agli USA per tenere bassa l’inflazione interna, scaricando i costi di aggiustamento sul tessuto sociale venezuelano.
La dottrina Monroe 2.0, o dottrina “Donroe”
Quello a cui assistiamo non è solo un cambio di regime. Il Venezuela “collabora” perché non ha scelta. Il petrolio scorrerà verso il Texas “molto presto”, come assicura la Casa Bianca. Dal punto di vista del governo di Caracas sembra quasi che non sia successo nulla, con la neo-presidente che visità “Comuni” socialiste ed elogia l’esercito come se nulla fosse cambiato. Però è confermato che sono in corso trattative fra PDVSA, la società petrolifera di stato, e le autorità statunitensi per permettere l’incremento dell’export di petrolio verso gli USA, secondo modelli già implementati con Chevron. Quindi , probabilmente, con interventi delle major, come ExxonMobile, e Conoco, in cambio di petrolio venezuelano.
Vedremo se questo curioso esperimento geopolitico funzionerà, oppure se tutto finirà in un pasticcio. Questo approccio è figlio dell’enorme delusione patita con Guadò, che sembrava destinato a governare il Venezuela, e invece si rivelò un flop colossale. Bisogna vedere quali saranno le conseguenze nella regione, soprattutto su Colombia e Cuba, ma questo è un altro discorso. Una cosa è certa: il prezzo della benzina in America è destinato a scendere, e indovinate chi pagherà il conto finale di questa “stabilizzazione”?
DOMANDE E RISPOSTE
Come funziona il meccanismo del “curatore fallimentare” applicato al Venezuela?
È un commissariamento di fatto. Il petrolio venezuelano viene venduto sui mercati internazionali, ma i proventi non entrano nelle casse di Caracas. Finiscono in conti correnti bloccati presso banche occidentali, sotto l’esclusivo controllo di Washington. Saranno gli USA a decidere “a loro discrezione” quali spese autorizzare per il “beneficio del popolo”, esattamente come un curatore gestisce gli attivi di un’azienda fallita per ripagare i creditori e mantenere l’operatività minima, esautorando il management originale.
Cosa significa in pratica la “Dottrina Donroe” per la regione?
È l’evoluzione muscolare della Dottrina Monroe miscelata al pragmatismo di Trump (“Donroe”). Dopo il colossale flop dell’operazione Guaidó (troppo politica e poco pratica), gli USA passano all’azione diretta: controllo fisico delle risorse prima ancora di definire l’assetto istituzionale. Per il Venezuela significa un ritorno all’orbita di influenza pre-Chavez; per i vicini come Colombia e Cuba, è un avvertimento brutale: la sovranità nazionale è tollerata solo se non interferisce con gli interessi energetici e strategici di Washington.
Perché il governo di Caracas sembra fingere che non sia successo nulla?
È una strategia di sopravvivenza interna. Mentre la neo-presidente visita le “comuni socialiste” per mantenere calmo lo zoccolo duro del chavismo e l’esercito, dietro le quinte la PDVSA (l’ente petrolifero di stato) sta già trattando i dettagli tecnici con le autorità statunitensi e le major come Chevron. È una doppia verità: retorica rivoluzionaria per il consumo interno, pragmatismo commerciale forzato verso l’esterno per evitare il collasso totale e l’azzeramento della classe dirigente rimasta.








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