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Petrolio: raffinerie indiane salutano la Russia e virano sul Venezuela. La “Trumponomics” ridisegna la mappa energetica
Petrolio: l’India scarica Mosca per Caracas. Il piano di Trump per sostituire il greggio russo con quello venezuelano ridisegna il mercato.

Mentre le sanzioni mordono Mosca, Nuova Delhi guarda a Caracas. La mossa della Casa Bianca sblocca il greggio venezuelano, offrendo agli indiani una via d’uscita e ai trader globali nuovi affari.
La realpolitik energetica non smette mai di stupire. Se fino a ieri l’India faceva incetta di barili dagli Urali, oggi il vento è cambiato. La Mangalore Refinery and Petrochemicals Limited (MRPL), colosso statale della raffinazione indiana, ha confermato di aver interrotto le importazioni di petrolio russo. Il motivo? Le sanzioni statunitensi, che alla fine di ottobre hanno colpito duramente i produttori russi Rosneft e Lukoil, rendendo il gioco troppo rischioso anche per i partner più pragmatici.
Tuttavia, il vuoto lasciato da Mosca non rimarrà tale a lungo. L’India, assetata di energia, sta già esplorando una vecchia conoscenza tornata prepotentemente sul mercato: il Venezuela.
L’effetto Trump e il ritorno di Caracas
Il cambio di rotta non è casuale, ma è il frutto di una precisa strategia geopolitica che porta la firma di Donald Trump. Dopo la cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro, l’amministrazione USA ha mosso le pedine per consentire una ripresa, seppur controllata, dell’export petrolifero venezuelano.
Ecco come si sta riconfigurando lo scenario:
- Sanzioni e Stop: MRPL, per voce del suo responsabile finanziario Devendra Kumar, ha confermato il pieno rispetto delle sanzioni: “Attualmente non viene importato greggio russo”.
- Alternative: L’azienda soddisfa il 40% del fabbisogno con greggio mediorientale, ma sta valutando attivamente l’opzione venezuelana se le condizioni commerciali, inclusi i noli marittimi, saranno favorevoli.
- I Big del Trading: Qui entrano in gioco i giganti del trading, Vitol e Trafigura. Su richiesta del governo USA (e dopo un incontro alla Casa Bianca il 9 gennaio), questi trader stanno fornendo la logistica per immettere nuovamente il petrolio venezuelano sui mercati globali, in particolare verso Cina e India.
Una sostituzione complessa: la sfida della qualità
C’è un dettaglio tecnico che non va trascurato, caro ai lettori attenti alle dinamiche industriali. Sostituire il petrolio russo con quello venezuelano non è come cambiare marca di acqua minerale.
Il greggio russo (in particolare l’Urals) è generalmente un medium sour, mentre il Venezuela è noto per i suoi greggi extra-heavy (pesanti e ricchi di zolfo). Sebbene le raffinerie indiane siano tra le più complesse al mondo e capaci di trattare greggi difficili, questo switch comporta aggiustamenti tecnici e logistici non indifferenti. Nonostante la differenza qualitativa, la necessità politica e l’opportunità economica sembrano prevalere.
Vitol sta offrendo il greggio venezuelano con uno sconto interessante: tra gli 8 e gli 8,50 dollari al barile rispetto al Brent. Uno sconto che, in tempi di margini di raffinazione volatili, fa gola a molti, inclusa la privata Reliance Industries, pronta a rientrare in gioco se le vendite ai compratori non USA saranno permesse.
Conclusione
Siamo di fronte a un classico esempio di vasi comunicanti in economia. Washington chiude il rubinetto russo con una mano, ma con l’altra apre quello venezuelano per evitare che i prezzi alla pompa esplodano, danneggiando l’elettore americano. L’India, pragmaticamente, si adegua. Resta da vedere se la logistica reggerà il passo di questa rapida, e ironica, ristrutturazione delle rotte petrolifere globali.
Domande e risposte
Perché l’India sta smettendo di comprare petrolio russo? La decisione deriva dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi contro i principali produttori russi, come Rosneft e Lukoil, avvenuto alla fine di ottobre. Le raffinerie indiane, come MRPL, pur avendo beneficiato del petrolio russo a basso costo in passato, devono ora conformarsi alle normative internazionali per evitare ritorsioni secondarie o l’esclusione dai circuiti finanziari globali. La prudenza ha prevalso sull’opportunità economica immediata.
Il petrolio venezuelano è un sostituto perfetto per quello russo? Non esattamente. Dal punto di vista chimico, il greggio venezuelano è molto più pesante e viscoso rispetto all’Urals russo, che è una miscela media. Questo significa che lavorarlo richiede processi di raffinazione più complessi e costosi. Tuttavia, le raffinerie indiane sono tecnologicamente avanzate e capaci di gestire greggi “sporchi”. L’interesse è guidato principalmente dal prezzo: lo sconto di 8 dollari sul Brent rende l’operazione sostenibile nonostante le differenze qualitative.
Qual è il ruolo dell’amministrazione USA in questo cambiamento? È il motore principale. L’amministrazione Trump, dopo la cattura di Maduro, ha attuato una strategia pragmatica: allentare la presa sul Venezuela per compensare la perdita di barili russi sul mercato globale. Coinvolgendo trader come Vitol e Trafigura, gli USA controllano i flussi e i ricavi, mantenendo stabili i prezzi globali e offrendo agli alleati (o partner strategici come l’India) un’alternativa energetica politicamente accettabile rispetto a Mosca.








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