EconomiaEnergiaUSA
Petrolio e tensioni geopolitiche: gli USA intaccano ancora le riserve strategiche
Gli USA prelevano altri 10 milioni di barili dalle riserve strategiche per frenare i prezzi dell’energia, ma gli analisti temono che la crisi in Iran possa vanificare gli sforzi e innescare nuova inflazione.

Mentre il conflitto in Iran si intensifica senza una fine immediata all’orizzonte, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti torna ad attingere alle riserve petrolifere di emergenza della nazione. Una mossa che, se da un lato cerca di calmierare i prezzi nel breve termine, dall’altro solleva non pochi dubbi sulla vulnerabilità strategica americana in un momento di grave incertezza globale.
I funzionari statunitensi hanno annunciato un piano per immettere sul mercato ulteriori 10 milioni di barili di greggio dalla Strategic Petroleum Reserve (SPR). Questo rilascio fa parte di un più ampio prelievo di 172 milioni di barili, un volume che i critici ritengono rischioso, soprattutto mentre il greggio West Texas Intermediate (WTI) supera agilmente la soglia dei 111 dollari al barile.
Il greggio in questione sarà estratto dal sito di Bryan Mound, in Texas, e il Dipartimento sta accogliendo le proposte delle compagnie petrolifere interessate.

Deposito SPR , immagine DOE
Per comprendere la reale portata della manovra, ecco i numeri chiave della situazione attuale:
- 10 milioni: I barili di greggio svincolati nell’ultima tranche dalla SPR.
- 172 milioni: Il totale del prelievo dalle riserve strategiche americane.
- 400 milioni: I barili complessivi che verranno rilasciati a livello globale in accordo con altri 32 Paesi.
- 112 dollari: Il prezzo superato dal barile WTI, benchmark statunitense.
- +1 dollaro: L’aumento medio del prezzo di un gallone di benzina negli USA (ora sopra i 4 dollari) dall’inizio del conflitto.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha tenuto una riunione d’emergenza a Parigi con i rappresentanti del G7 per valutare le condizioni del mercato. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, ha sottolineato come le sfide attuali siano “senza precedenti per entità”, rallegrandosi per la risposta collettiva dei Paesi membri. Il Dipartimento dell’Energia USA, in un comunicato, ha tenuto a precisare che il ripristino della SPR avverrà “senza alcun costo per il contribuente americano”. Una rassicurazione che, in ambito macroeconomico, suscita sempre una certa e fisiologica ironia.
Tuttavia, i dubbi sulla reale efficacia di queste misure abbondano. Gli analisti di Goldman Sachs hanno avvertito che il rilascio globale di 400 milioni di barili, pur essendo il più grande della storia, potrebbe rivelarsi insufficiente per coprire le interruzioni di approvvigionamento in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz, ma un evento del genere porterebbe a un deficit di oltre 10 milioni di barili al giorno.
L’impatto sull’economia reale, intanto, inizia a farsi sentire. John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, ha avvertito che gli effetti della guerra in Iran sui prezzi dell’energia si propagheranno a diversi settori. “C’è un trasferimento dei prezzi dell’energia in molte delle cose che compriamo”, ha spiegato Williams, citando ad esempio le tariffe aeree. Un effetto a cascata su beni e servizi che, tipicamente, impiega mesi per manifestarsi appieno, ma che rischia di essere devastante anche per l’economia americana.
Con il Presidente Trump che, in un recente discorso alla nazione, ha indicato come le operazioni militari in Iran continueranno per settimane, la pressione sui mercati petroliferi è destinata, inevitabilmente, a rimanere alta.







You must be logged in to post a comment Login