Energia
Petrolio alle stelle: l’incognita di Hormuz e la prudenza “calcolata” dell’OPEC+
Il prezzo del petrolio vola ai massimi dopo le tensioni tra USA, Israele e Iran. Cresce la paura per lo Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del greggio mondiale. Nel frattempo l’OPEC+ aumenta la produzione, ma molto meno del previsto.
I mercati energetici si risvegliano bruscamente, ricordandoci quanto la geopolitica governi l’economia reale. I futures sul greggio Brent hanno registrato un balzo superiore al 7%, superando agevolmente i 78 dollari al barile nella giornata di lunedì, dopo un picco iniziale di quasi il 13% che ha riportato le quotazioni ai massimi da gennaio 2025. Una dinamica simile ha interessato il WTI, salito di oltre il 7% verso i 72 dollari al barile, toccando i massimi degli ultimi otto mesi.
Ecco prima il Brent:
Anche l’americano WTI non ha fatto un andamento diverso:
La causa scatenante è da ricercarsi in un’escalation senza precedenti in Medio Oriente. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno riacceso i timori di un’interruzione sistemica delle forniture. L’attenzione degli operatori è inevitabilmente catalizzata sullo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia vitale attraverso cui transita circa un quinto delle spedizioni globali di petrolio e volumi massicci di gas naturale.
Le compagnie di navigazione hanno prontamente iniziato a deviare le loro navi lontano da quel braccio di mare, preferendo rotte più lunghe e costose. Nel frattempo, la reazione iraniana non si è fatta attendere, con il lancio di raffiche di missili di rappresaglia contro le basi statunitensi nei paesi vicini. Le aree interessate dall’allargamento del conflitto includono:
- Emirati Arabi Uniti e Bahrein
- Kuwait e Qatar
- Arabia Saudita
- Giordania, Iraq e Siria
Da un punto di vista strettamente macroeconomico, un rincaro energetico di questa portata rappresenta una classica tassa occulta sui consumi, capace di deprimere la domanda aggregata in un momento in cui l’economia reale globale avrebbe bisogno di tutto, ma non di un nuovo shock esogeno. Si rischia uno shock da stagflazione simile a quello subito negli anni settanta del secolo scorso, quando la guerra dello Yom Kippur chiuse il canale si Suez, o negli anni ottanta, con la guerra delle petroliere, forse la situazione che ricorda di più l’attuale.
In questo quadro di incertezza, l’OPEC+ si è riunito domenica per decidere il da farsi. Il cartello ha accettato di porre fine a una pausa di tre mesi, ma ha scelto una strada di estrema, e forse voluta, cautela.
Di seguito la sintesi delle decisioni prese rispetto alle attese dei mercati:
| Parametro OPEC+ | Dati e Decisioni (Aprile) |
| Aumento della produzione accordato | + 206.000 barili al giorno |
| Aumento precedentemente stimato | + 411.000 / 548.000 barili al giorno |
| Pausa produttiva interrotta | 3 mesi |
In sostanza, i paesi produttori aprono i rubinetti, ma lo fanno col contagocce, mantenendo un’offerta strutturalmente tesa che non può che sostenere i prezzi al rialzo. L’OPEC+ sembra voler massimizzare i profitti a breve termine, sfruttando l’onda emotiva della crisi, pur correndo il rischio di soffocare la crescita dei paesi importatori.
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