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Perchè l’UE vuole spostare le tasse dal lavoro verso gli immobili e i consumi?

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Ieri Renzi da New York ha espresso nervosismo sul monito dell’ UE a non rimuovere le tasse sugli immobili in Italia ed oggi anche Bankitalia si è mostrata   favorevole a patto che il taglio delle tasse per la casa risulti permanente. Ma allora, come scritto sul titolo,  perché l’UE vuole una maggiore pressione fiscale sulla casa e minore sul lavoro?
Per il semplice fatto che un’alta tassazione sugli immobili e consumi, portando magari l’IVA al 25% risulterebbe funzionale al recupero di competitività tramite distruzione interna della domanda (come ammesso da Monti), una sorte di austerità competitiva.
Limitando i consumi , cosa che già sta accadendo da svariati anni, ci verificherebbe un ulteriore calo dell’import, salari ridotti , maggiore disoccupazione e di conseguenza minore inflazione. Scenario già in atto:
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Il tutto è funzionale per dare una spinta per un maggiore export che possa rimettere in equilibrio la bilancia pagamenti con la Germania, Paese che amplia il suo grado di competitività, bloccando la rivalutazione grazie all’euro ed un trend dei salari stagnate, oltre ad accumulare surplus delle partite correnti oltre la soglia europea fissata al 6% pil.
Infine, tornando all’Italia, il crollo del mercato immobiliare, permetterebbe una riduzione degli investimenti fatta da parte degli italiani e  favorire  soggetti stranieri  in cerca di occasioni ovvero svendite. Tale dinamica rientrerebbe con il discorso della competitività mercantilista, ossia riduzione del prezzo degli immobili, essere interessante quindi per possibili acquisizioni straniere e creare maggiore disoccupazione nell’indotto legato all’immobiliare.
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Dal lato della tassazione del lavoro, la riduzione delle tasse non sarebbe orientato per far aumentare i salari bensì per ridurre ulteriormente i prezzi dei prodotti finiti, al fine incrementare le esportazioni per riequilibrare e mantenere in positivo il saldo export import di beni e servizi (partite correnti). Come del resto avvenuto in quest ultimi anni di austerità, sacrificando la domanda interna per le esportazioni dal momento che non si può agire sulla leva del cambio, “grazie” all’adozione dell’euro.
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Diversamente, un aumento dei salari e consumi, come descritto prima, farebbe allargare il gap competitivo con la Germania. Pertanto alla base di quanto descritto, vi è il problema dell’assenza di un proprio sistema monetario nazionale flessibile il quale funzionerebbe per riequilibrare le bilance pagamenti in Europa e quindi armonizzare i livelli di competitività senza reprimere la domanda interna. Sicuramente la tassazione sul lavoro andrebbe ridotta anche se l’occupazione la si crea con maggiore domanda. Ma se il modello europeo impone da un  lato l’aumento di altre imposte come quello sugli immobili, considerando che il mattone è il bene principale degli italiani, rispetto al resto d’Europa, l’effetto di una possible  riduzione relativa alla tassazione sul lavoro (es incremento salari), verrà sterilizzato da un aumento della fiscalità su consumi ed immobili, basti ricordare le tredicesime falciate dall’IMU. Questo spiega che la  logica economica dell’eurozona non può permettere una ripresa dei consumi altrimenti ciò si tradurrebbe in maggiori importazioni ed aumento dei salari, quindi accentuando i gap di competitività non più livellabili tramite monete sovrane flessibili.
Pertanto sbandierare un no all’austerità ma all’interno dell’euro, significa voler agire in modo superciale sugli effetti senza rimuoverne le cause.

L’avrà capito Renzi?

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