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PERCHE’ L’ARABIA SAUDITA NON E’ ANCORA RIUSCITA A VINCERE IN YEMEN, e rischia perfino la sconfitta

 

L’esplosione dell’impianto di raffinazione saudita pone al centro dell’interesse la guerra fra l’Arabia Saudita , uno stato organizzato, ricco di risorse e tecnologicamente moderno, e gli Houthi, un insieme di tribù sciite che abitano la povera regione dello Yemen. Come mai gli Houthi non sono stati ancora sconfitti, anzi presentano un problema militare piuttosto complesso, e, dopo quello che è successo ieri, pericoloso.

Iniziamo chiedendoci quale sia il motivo della guerra di Mohammad Bin Salmad, come sia partita. Il Principe saudita voleva reinsediare il presidente yemenita  Abdrabbuh Mansur Hadi, cacciato dalla sua capitale Sanaa, fin dal 2015. L’Arabia ha posto una marea di mezzi nello scontro, a partire dal un armamento possente e costoso acquistato in USA, Uk, Francia ed Italia. A questi si sono affiancati torme di consiglieri militare (o mercenari) provenienti da tutto il monto arabo, occidentale e dagli USA, oltre all’appoggio dei paesi arabi tranne il Qatar. Al confronti gli Houthi godono di un appoggio solo dall’Iran. Il tutto è poi reso più complesso dalla presenza di nuclei di Al Quaida e da separatisti vari.

L’Arabia avrebbe applicato un blocco totale aereo e navale. Utilizziamo il condizionale perchè se gli Houthi riescono a lanciare i droni, significa che qualcuno riesce ad inviare loro i componenti e che quindi il blocco è inefficace contro il contrabbando militare, pur riuscendo a rendere la vita dei cittadini comuni molto complessa.

In realtà la guerra in Yemen sta sempre più assomigliando a quella degli USA in Vietnam: da un lato una superpotenza con mezzi apparentemente illimitati, ma senza un obiettivo strategico chiaro e soggetta al logoramento  sia sui media, sia sul fronte. Dall’altro un combattente che viene progressivamente indurito dalla guerra, combatte a casa sua , diventa man mano più esperto e riesce comunque a far filtrare armi ed approvvigionamenti. Solo che l’evoluzione tecnologica ha reso la guerra asimmetrica ancora più insidiosa.

Il presidente Hadi vive tranquillamente a Riad ed anche se tornasse a Sanaa potrebbe restarci solo sulle baionette saudite, quindi l’obiettivo strategico è fallito, esattamente come in Viet Nam.

I Combattenti Houthi riforniti dall’Iran, sono un osso troppo duro per i Sauditi, abituati alle comodità e, al massimo, a sganciare bombe da un aereo modernissimo. Gli”Assistenti militari” che li coadiuvano obbediscono alla prima legge dei mercenari: portare a casa la pelle per godere della paga, e, tra l’altro, con i loro comportamenti verso i civili hanno inviso i media internazionali.

Tutto questo è stato peggiorato dalla diversa tecnologia rispetto agli anni 60/7o: se sarebbe stato impensabile un attacco di Hanoi agli USA o perfino ad una base americana nel pacifico, le moderne tecnologie, anche ad un livello non elevato, permettono agli Houthi di portare la guerra nel terreno saudita mettendo in grave difficoltà il sistema economico Saudita.

A questo punto, come per gli USA in Vietnam, le soluzioni sono solo due, e di carattere opposto:

  • allargare il livello del conflitto coinvolgendo le parti che aiutano gli Houthi, in modo da riuscire a strangolarli;
  • cercare una forma elegante per sganciarsi, cercando di minimizzare sia l’apparenza sia gli effetti di quella che, a tutti gli effetti, è una ritirata.

Alla fine ci sono ancora situazioni in cui la testardaggine di un popolo (con un po’ di aiuti esterni) può vincere contro una potenza economicamente e militarmente molto superiore.

 


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