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Il passaggio dell’Alaska dalla Russia agli USA

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Putin Palin

Nel 2008 una delle più celebri gaffes della disastrosa campagna elettorale di Sarah Palin, la bislacca candidata repubblicana alla vicepresidenza, fu quella di sostenere di poter vedere la Russia da casa sua. Nonostante la dichiarazione della paladina del TEA Party abbia fatto sorridere molti, aumentando le peplessità sulle sue reali capacità politiche, il regno di Putin e l’ex feudo di Sarah Palin sono in realtà separati solo dallo stretto di Bering lungo circa 85 chilometri. E per essere più pignoli nel punto di massima vicinanza, rappresentato dalle Isole Diomede, Alaska e Russia distano solo pochi chilometri. C’è stato però un tempo, nemmeno troppo lontano in cui l’Alaska non era territorio americano, bensì faceva parte dell’Impero Russo. E visto che Barack Obama in quelle fredde terre dalle simpatie repubblicane non è esattamente popolarissimo c’è chi ha ben pensato di chiedere la riannessione alla Russia tramite una raccolta di firme in rete, finita direttamente sul sito della Casa Bianca. La goliardica petizione per il ritorno dell’Alaska in Russia ha raggiunto la ragguardevole cifra di 35mila firme (pari al 5% della popolazione dello stato). A seguito di questa simpatica provocazione il sito “Russia Beyond the Headlines” ha deciso di raccontare la curiosa storia della cessione dell’Alaska agli Stati Uniti. Buona lettura

PERCHE’ LA RUSSIA HA VENDUTO L’ALASKA AGLI STATI UNITI?

Una petizione che chiedeva l’annessione dell’Alaska alla Russia postata sul sito ufficiale della Casa Bianca ha raccolto 35mila firme prima di essere cancellata. Molte persone continuano a pensare che gli Stati Uniti abbiano rubato l’Alaska alla Russia o l’abbiano “noleggiata” per poi non restituirla più. Nonostante la diffusa narrativa, l’accordo fu onesto e ambo le parti avevano le loro ottime ragioni per concluderlo.

L’Alaska prima della cessione

Nel 19° Secolo, l’Alaska russa era un centro di commercio internazionale. Nella capitale Novoarkhangelesk (l’odierna Sitka) i mercanti commerciavano manufatti cinesi, the e ghiaccio, fortemente richiesto dal Sud degli USA prima dell’invenzione del congelatore. Si costruivano navi e fabbriche e si estraeva il carbone. Inoltre era già nota la presenza di giacimenti auriferi nell’area. Cedere questa terra sembrava una pazzia. I mercanti russi erano attratti dall’Alaska per l’avorio di tricheco (costoso quanto quello di elefante) e le costose pellicce lontra marina, che potevano procurarsi contrattando con le popolazioni indigene dell’area. Il commercio era gestito dalla RAC (Russian-American Company), compagnia creata da avventurieri, esploratori e imprenditori. La compagnia controllava le miniere e i minerali dell’Alaska, stringeva accordi con stati stranieri e aveva perfino una sua moneta e una sua bandiera. 

Questi privilegi erano garantiti alla compagnia dal governo imperiale. Il governo zarista non solo ricavava grandi ritorni fiscali dalla compagnia, ma ne era pure in parte propietario. La famiglia imperiale era infatti tra gli azionisti della RAC. 

Il Pizarro Russo

Il più grande governatore degli insediamenti russi in America fu il talentuoso mercante Alexander Baranov.

Costruì scuole e fabbriche, insegnò ai nativi la coltivazione della rutabaga e della patata, costruì fortezze e cantieri navale ed espanse il commercio della lontra marina. Baranov si soprannominò “Il Pizarro Russo” e si legò all’Alaska non solo con la borsa, ma pure con il cuore sposando la figlia di un capo Aleuto.

Durante il governo di Baranov la RAC fece lucrosi guadagni. I profitti crebbero del 1.000%. Quando un ormai senescente Baranovsi si dimise, venne rimpiazzato dal luogotenente Hagemeister che portò con se nuovi impiegati ed azionisti dalle cerchie militari. Lo statuto venne modificato per permettere solo a ufficiali navali di poter prendere il comando della compagnia. I militari si appropriarono ben presto dei profitti della compagnia, ma con le loro azioni finirono poi per rovinarla. 

Sporchi guadagni

I nuovi padroni stabilirono per loro stessi compensi astronomici. All’epoca un comune ufficiale militare guadagnava 1.500 rubli all’anno (paragonabile allo stipendio di ministri e senatori), mentre i capi della RAC guadagnavano 150.000 rubli l’anno. Compravano la pelliccia a metà prezzo dalla popolazione autoctona. Come conseguenza gli esquimesi e gli aleuti sterminarono le lontre marine, privando l’Alaska del suo commercio più prezioso. I nativi cominciarono a soffrire ristrettezze economiche e si ribellarono, le loro ribellioni vennero represse dai Russi con bombardamenti dei villaggi costieri. 

Gli ufficiali cominciarono a cercare nuove fonti di reddito. In conseguenza cominciarono a commerciare the e ghiaccio, ma gli avidi uomini d’affari non furono in grado neppure di organizzare il tutto, e ovviamente abbassare i loro salari era impensabile. La RAC quindi ottenne un lauto sussidio pubblico di 200.000 rubli l’anno, ma nemmeno questo risollevò la compagnia. 

E quindi venne la Guerra di Crimea, con Regno Unito, Francia e Impero Ottomano alleati contro la Russia. Fu chiaro fin dal principio che la Russia non era in grado di difendere e di rifornire l’Alaska, dato che le rotte marine erano controllate dagli avversari. Si affievolirono anche le speranze sullo sfruttamento dell’oro. Era forte il timore che i britannici potessero bloccare l’Alaska e lasciare la Russia a mani vuote.

Le tensioni tra Mosca e Londra crebbero, mentre le relazioni con gli Stati Uniti divennero invece molto migliori. Ambo le parti partorirono quasi simultaneamente l’idea della cessione. Il Barone Edward de Stoeckl, l’inviato russo a Washington, aprì i colloqui col ministro degli esteri americano William Sweard per conto dello zar. 

La bandiera Russa si rifiuta di lasciare

Mentre i burocrati trattavano l’opinione pubblica di ambo i paesi era decisamente contraria all’accordo. “Come possiamo dar via questa terra per cui abbiamo speso risorse e tempo nel suo sviluppo, terra dove è appena arrivato il telegrafo e dove sono state scoperte miniere d’oro” scrivevano i giornali russi. “Perché l’America avrebbe bisogno di una “scatola di ghiaccio” e di 50mila esquimesi che bevono olio di pesce la mattina?” si chiedeva indignata la stampa statunitense.

Non era indignata solo la stampa, anche il Congresso non approvava l’acquisto. Ma il 30 Marzo del 1867, a Washington D.C. le parti siglarono comunque l’accordo per la vendita del 1 milione e mezzo di ettari di terreno di proprietà russa in America per la cifra di 7.2 milioni di dollari, 2 centesimi per acro, una somma puramente simbolica. All’epoca un equivalente appezzamento di terra completamente improduttivo in Siberia sarebbe costato oltre 1.000 volte tanto sul mercato interno. Ma la situazione era critica e la Russia rischiava di non prendere nemmeno quello. 

La consegna ufficiale della terra avvenne a Novoarkhangelsk. I soldati Russi e Statunitensi si allinearono vicino al pennone da cui la bandiera russa cominciò a scendere accompagnata dai saluti rituali. Però la bandiera rimase incagliata in cima al pennone. Il marinaio che si arrampicò per disincagliare la bandiera la gettò giù, dritta sulle baionette dei soldati Russi. Era un brutto presagio! Poco dopo gli Statunitensi cominciarono a requisire i palazzi della città che cambiò nome in Sitka. Centinaia di Russi che si rifiutarono di prendere la cittadinanza statunitense dovettero scappare su navi mercantili e non raggiunsero casa fino all’anno seguente. 

Passo poco tempo e dalla “scatola di ghiaccio” cominciò a fluire l’oro. La corsa all’oro del Klondike cominciò in Alaska, portando agli Stati Uniti migliaia di milioni di dollari. Ovviamente tutto ciò era seccante. Ma è impossibile sapere come sarebbero evolute le relazioni tra le maggiori potenze mondiali se la Russia non fosse fuggita in tempo dalla problematica e infruttuosa regione. Regione che mercanti talentuosi e spavaldi avevano reso fruttuosa ma che avidi ufficiali della marina avevano distrutto. 

Georgy Manaev per “Russia Beyond the Headlines”

Traduzione Julien Sorel per Scenari Economici


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