Arabia Saudita

Pakistan entrerà in una Terza Guerra del Golfo al fianco di Riad? Un’ipotesi azzardata, ma suggestiva

Terza Guerra del Golfo: un’analisi svela il possibile e clamoroso ingresso del Pakistan al fianco dell’Arabia Saudita. Tra patti di mutua difesa, interessi statunitensi in Afghanistan e la rivalità con l’India, scopriamo perché questo scenario esplosivo è suggestivo, ma economicamente e militarmente improbabile.

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La geopolitica, spesso, ama correre molto più veloce della realtà logistica ed economica. Negli ultimi giorni sta circolando un’analisi firmata da Andrew Korybko (rilanciata dai soliti canali statunitensi) che tratteggia uno scenario a dir poco esplosivo: l’ingresso del Pakistan in quella che viene già definita la “Terza Guerra del Golfo”, in soccorso dell’alleato saudita.

Si tratta di una prospettiva altamente improbabile, ma che merita di essere sviscerata per comprendere i complessi giochi di potere che si snodano tra Medio Oriente e Asia Centrale.

Il dilemma del patto di difesa: parole o fatti?

Tutto nasce dalle recenti tensioni tra Iran e Arabia Saudita. Riad è stata bersaglio di attacchi con il pretesto che le infrastrutture militari statunitensi sul suo territorio siano state utilizzate in operazioni contro Teheran. In questo quadro, il Patto di Mutua Difesa stipulato lo scorso settembre tra Arabia Saudita e Pakistan si trova di fronte alla sua prima, grande prova.

Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha ricordato a Teheran l’esistenza dell’accordo. Con una certa dose di ottimismo, Dar ha affermato che la diplomazia ha garantito “il minor numero di attacchi da parte dell’Iran verso Arabia Saudita e Oman”. Un’affermazione che fa sorridere gli analisti: i patti di mutua difesa, teoricamente, dovrebbero fungere da deterrente assoluto, non limitarsi a ridurre la frequenza statistica delle aggressioni.

Di fronte al perdurare delle ostilità, Riad e Islamabad si trovano di fronte a un bivio scomodo:

  • Attivare il patto: scalando significativamente il conflitto e intervenendo militarmente in modo congiunto, sotto l’ombrello dell’alleato americano.
  • Non intervenire: ammettendo tacitamente l’impotenza militare dell’accordo, con costi reputazionali immensi per entrambi i Paesi.

I tre presunti obiettivi del Pakistan

Secondo Korybko, le pressioni per un intervento pakistano sono alte. Il Pakistan (un “Major Non-NATO Ally” con ottimi rapporti con l’attuale amministrazione Trump 2.0) potrebbe utilizzare il pretesto di colpire i separatisti del Belucistan per lanciare operazioni limitate.

Le ragioni profonde di questa mossa sarebbero tre:

  1. Riconquistare Washington: Islamabad vuole tornare a essere il partner regionale numero uno degli Stati Uniti, posizione recentemente insidiata dall’India dopo il nuovo accordo commerciale indo-americano.
  2. Colpire gli interessi indiani: un intervento pakistano in territorio iraniano potrebbe fornire la copertura perfetta per danneggiare il porto di Chabahar, infrastruttura cruciale sviluppata proprio dall’India (storico rivale del Pakistan).
  3. Il ritorno a Bagram: collaborando con gli USA, il Pakistan potrebbe facilitare il ritorno delle truppe americane nella base aerea di Bagram in Afghanistan, estromettendo l’influenza indiana e supportando, in prospettiva, anche le mire della Turchia contro la Russia in Asia Centrale.

Analisi dello scenario: tra fantageopolitica e realtà economica

Attore Obiettivo Strategico (secondo l’ipotesi) Livello di Probabilità Reale
Pakistan Scalzare l’India, distruggere Chabahar, favorire gli USA a Bagram. Molto Basso
Arabia Saudita Attivare l’alleanza per neutralizzare le minacce iraniane. Medio/Basso
Stati Uniti Ridurre le difese iraniane usando proxy regionali. Medio

Perché, pur essendo un ragionamento accademico affascinante, questo scenario è estremamente improbabile?

In primo luogo, dal punto di vista macroeconomico, il Pakistan è un Paese che si regge su equilibri finanziari fragilissimi. Avviare una campagna militare in un teatro complesso come quello iraniano comporterebbe una distruzione di capitale e un dispendio di risorse che né Islamabad né i suoi creditori internazionali possono permettersi. Un approccio keynesiano ci insegna che la spesa militare può stimolare l’economia solo se supportata da una solida base industriale e da linee di credito certe, elementi che al Pakistan oggi mancano del tutto, a meno di non immaginare iniezioni trilionarie da parte del Tesoro americano.

Inoltre, aprire un fronte militare diretto per questioni di “reputazione diplomatica” o per logiche di sponda afghana appare come un azzardo eccessivo persino per l’establishment militare pakistano, tradizionalmente pragmatico. La teoria è affascinante, ma i vincoli della realtà, e del bilancio statale, suggeriscono che il Pakistan si limiterà a fornire supporto diplomatico o, al massimo, logistico, restando ben lontano dal fango delle trincee. Per ora il Pakistan si tiene neutrale, se non ostile all’intervento USA e , soprattutto israeliano. Non è detto che, se continuassero gli attacchi all’Arabia Saudita, sarà costretto a cambiare la propria posizione.

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