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Otto motivi per bocciare il “taglio” dei parlamentari: dalla minore rappresentanza al rischio oligarchico (di P. Becchi e G. Palma su Libero)

Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 10 ottobre 2019:
La riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata. Politicamente si tratta di un successo del M5s, tutti gli altri partiti si sono accodati per non essere accusati di “poltronismo”, non considerando la posta in gioco. Nessuno che abbia avuto il coraggio di urlare che certo la democrazia ha dei costi, ma è sempre meglio pagare quei costi – del resto un risparmio risibile per il bilancio dello Stato – che avere un sistema sempre meno rappresentativo. Analizziamo i punti di maggiore criticità.
Primo. Quando la Costituzione fu approvata, nel dicembre 1947, e prevedeva l’attuale composizione (630 deputati e 315 senatori), gli italiani residenti erano circa 40 milioni. Oggi siamo 20 milioni in più ma e quasi lo dimezziamo. In pratica, facendo due conti, con questa riforma avremo un deputato ogni 154mila abitanti e un senatore ogni 308mila.
Secondo. La politica finirà per essere gestita da uno sparuto numero di persone, come accade nei sistemi oligarchici. In sede parlamentare “deliberante” ( o “legislativa”), cioè quando le Camere deliberano solo in Commissione senza passare dall’Aula, le decisioni a Palazzo Madama verranno adottate da commissioni non più di 20-25 senatori come accade oggi, bensì di 10-12 senatori, o anche meno. Si potrebbe arrivare a 6 in caso di assenze: le commissioni, al pari dell’Aula, sono regolari se è presente la maggioranza dei componenti, quindi in teoria una Commissione di 10 senatori potrà deliberare se ne fossero presenti solo 6, con una maggioranza di 4.
Terzo. Al Senato la rappresentanza andrà a farsi benedire. L’attuale legge elettorale prevede una soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale anche per il Senato. L’art. 57 della Costituzione stabilisce però che i senatori siano eletti su base regionale. Ciò vuol dire che, con un Senato ridotto a 200 componenti, le liste che vedranno attribuirsi i seggi saranno solo quelle più votate (sopra il 10-15% circa), lasciando parecchie liste fuori da Palazzo Madama anche se con consensi superiori alla soglia di sbarramento
Quarto. I parlamentari eletti sul territorio nazionale saranno anche di meno rispetto ai numeri previsti. Per via di quelli eletti nella circoscrizione Estero (ridotti rispettivamente da 12 ad 8 e da 6 a 4), gli italiani eleggeranno sul territorio nazionale 392 deputati e 196 senatori. Inoltre al Senato la riforma ha specificato che ciascun Presidente della Repubblica potrà nominare 5 senatori a vita, i governi saranno quindi sostenuti grazie ai voti necessari dei Monti e i Napolitano di turno. Se i senatori a vita erano 5 per ciascun Presidente con un Senato a 315 membri, logica avrebbe voluto che – con un Senato a 200 membri – i senatori a vita fossero al massimo 3.
Quinto. Il voto di fiducia delle Camere nei confronti del governo è approvato a maggioranza relativa, cioè dei presenti. Se un giorno al Senato mancasse un numero consistente di senatori, la fiducia verrà votata pur sempre dalla maggioranza dei presenti, che se consideriamo le astensioni potrebbe essere un numero vicino a quello di un condominio delle grandi città.
Sesto. Le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, la cui procedura “aggravata” è prevista dall’art. 138 della Costituzione, sono approvate in prima deliberazione a maggioranza dei presenti. Con la riduzione dei parlamentari basterà in prima lettura il voto di pochi deputati e senatori per cambiare la Costituzione. Non solo. In seconda deliberazione, se si raggiunge la maggioranza dei 2/3 dei componenti di entrambi i rami del Parlamento, la revisione costituzionale non è soggetta a richiesta di referendum popolare confermativo, con la conseguenza che la Costituzione sarà alla mercé di uno sparuto gruppo oligarchico che risponde unicamente alle segreterie di partito.
Settimo. Negli ultimi quattordici anni abbiamo avuto leggi elettorali con listini bloccati e nominati. L’attuale sistema elettorale prevede che quasi i 2/3 di deputati e senatori siano eletti col sistema proporzionale a listini bloccati, coi nomi dei candidati già indicati sulla scheda elettorale e senza la possibilità di esprimere preferenze. Ridurre il numero dei parlamentari, con simili leggi elettorali, spalancherà le porte solo a persone gradite alle segreterie dei partiti. Altro che lotta alla “casta”.
Ottavo. Con la riduzione di circa il 40% del numero di deputati e senatori, l’Italia sarà in Europa il Paese col minor numero di rappresentanti. Il Bundestag tedesco contempla oggi 709 membri (è a composizione variabile), più 69 del Bundesrat, per un totale di 778 parlamentari. Il Parlamento francese ne ha ben 925, vale a dire 577 deputati e 348 senatori. In Inghilterra la Camera bassa conta 650 deputati elettivi mentre la Camera dei Lord ben 776 componenti, compresi quelli per diritto ereditario, per un totale di 1426 parlamentari. L’Italia ne avrà appena 600. Tutto questo non ha senso. La famosa “democrazia diretta” del M5S, che presuppone nella sua logica una minore rappresentanza parlamentare, viene smentita dai fatti. In Svizzera, ad esempio, che ha un bicameralismo paritario simile al nostro, su una popolazione di appena 8,5 milioni di abitanti, il Parlamento è composto da 200 membri al Consiglio nazionale e 46 al Consiglio degli Stati. In proporzione, con la riforma approvata ieri, il popolo italiano sarà seriamente sottorappresentato all’interno delle Istituzioni parlamentari. I risultati sono simili alla proposta dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli, il cui “piano di rinascita democratica” prevedeva una riduzione da 630 a 450 deputati e da 315 a 250 senatori, numeri addirittura più alti!
Ora la legge di revisione costituzionale sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e, essendo stata approvata dal Senato a luglio in seconda deliberazione senza raggiungere la maggioranza dei 2/3 dei componenti, dovranno trascorrere tre mesi perché 1/5 dei componenti di una camera oppure 5 consigli regionali o 500mila elettori abbiano la facoltà di chiedere referendum popolare confermativo ai sensi del secondo comma dell’art. 138 della Costituzione. La riforma entrerà in vigore trascorsi questi tre mesi, ovvero in caso di esito affermativo del voto popolare a seguito di referendum, dopo la promulga da parte del Capo dello Stato. La sua operatività a partire dalla prossima Legislatura è condizionata al decorrere di ulteriori sessanta giorni dall’entrata in vigore (art. 4 della legge di revisione). Crediamo purtroppo che, per non cadere nel tritacarne demagogico della “casta” che vuole auto-proteggersi, nessun partito chiederà di sottoporre la riforma a referendum. Così come crediamo difficilmente realizzabile la soluzione della raccolta-firme da parte di 500mila elettori senza l’apporto di un partito alle spalle. Restano i consigli regionali, ma anche lì è molto difficile che qualcuno trovi il coraggio politico di chiedere la pronuncia popolare. Una pessima riforma, come quella che con larghissima maggioranza ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio. E a quanto pare, come quella, ce la dovremo tenere.
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

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