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EconomiaEnergia

OPEC+: un aumento di produzione teorico all’ombra di Hormuz. Cosa accadrà ai prezzi del petrolio?

L’OPEC+ aumenta la produzione di 206mila barili al giorno, , ma con lo Stretto di Hormuz bloccato la mossa è solo teorica. Scopri cosa accadrà ai prezzi del greggio quando il blocco finirà e i barili di Venezuela, Libia e Argentina invaderanno il mercato.

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on l’attenzione globale comprensibilmente incollata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e al conflitto in Iran, la recente riunione dell’OPEC+ è passata quasi inosservata. Del resto, con circa il 12% della produzione globale di petrolio attualmente bloccata nello Stretto di Hormuz, l’idea che il cartello dei produttori possa compensare questo shock dell’offerta appare quanto meno ottimistica.

Durante l’ultimo vertice, i paesi produttori guidati da Arabia Saudita e Russia hanno concordato un aumento degli obiettivi di produzione per il mese di maggio. Tuttavia, si tratta di un incremento di 206.000 barili al giorno. Un numero che, al momento, esiste quasi esclusivamente sulla carta.

I numeri dell’accordo OPEC+

Per comprendere la portata puramente accademica di questa decisione, basta osservare i numeri approvati dal comitato ministeriale:

Paese ProduttoreAumento Quota (Maggio 2026)
Arabia Saudita+ 62.000 barili/giorno
Russia+ 62.000 barili/giorno
Altri (Iraq, UAE, Kuwait, ecc.)+ 82.000 barili/giorno
Totale OPEC++ 206.000 barili/giorno

L’aumento rappresenta meno del 2% dell’offerta attualmente interrotta dalla chiusura del collo di bottiglia di Hormuz. Come sottolineato dal Joint Ministerial Monitoring Committee (JMMC), ripristinare le infrastrutture energetiche danneggiate richiederà tempi lunghi e capitali ingenti, , ma l’organizzazione si dice pronta a immettere questo greggio non appena le rotte marittime saranno nuovamente sicure.

La realtà del mercato: offerta teorica contro blocchi reali

I membri dell’OPEC sarebbero certamente felici di aumentare l’output per massimizzare i profitti, , ma si scontrano con la logistica. Con il Brent che fluttua intorno ai 110-120 dollari al barile (con picchi regionali ben più alti registrati nelle scorse settimane), i margini di guadagno sono massimi.

Tuttavia, come ha lucidamente osservato Rystad Energy, la vera bussola del mercato oggi non è la politica dell’OPEC+, , ma lo Stretto di Hormuz. Qualsiasi incremento incrementale del gruppo scompare di fronte a un’interruzione che coinvolge fino a un quinto dei flussi petroliferi globali. A questo si aggiungono i danni infrastrutturali subiti dalla Russia nei terminali di Primorsk e Ust-Luga, che complicano ulteriormente il quadro dell’offerta.

Lo scenario futuro: cosa succede quando riapre Hormuz?

È qui che l’analisi macroeconomica deve farsi lungimirante. Attualmente, i prezzi alti stanno inevitabilmente iniziando a deprimere la domanda aggregata, spingendo le economie importatrici verso una potenziale recessione.

Cosa accadrà quando la situazione si normalizzerà e lo Stretto verrà riaperto? Il mercato potrebbe passare rapidamente da una carenza drammatica a un’abbondanza strutturale. Non bisogna infatti guardare solo alle quote teoriche dell’OPEC+, , ma ai produttori esterni che stanno macinando record:

  • Guyana: Continua la sua forte espansione produttiva, ormai siamo a 900.000 barili al gionro

  • Venezuela: Ha ormai recuperato e stabilizzato la produzione a quota 1 milione di barili al giorno.

  • Argentina: Ha raggiunto l’impressionante cifra di 900.000 barili giornalieri.

  • Libia: Registra un record decennale toccando quota 1,43 milioni di barili (OPEC).

Se sommiamo questa nuova e massiccia offerta “non-OPEC” (o comunque slegata dai tagli volontari più rigidi) al ripristino dei flussi di Hormuz e all’aumento delle quote OPEC+ appena deliberato, lo scenario cambia radicalmente. Avremo un’offerta di greggio estremamente abbondante riversata su un mercato la cui domanda potrebbe essere stata nel frattempo fiaccata dai prezzi alti.

Da un punto di vista strettamente economico, questo squilibrio tra un’offerta improvvisamente elastica e una domanda in contrazione porterà inevitabilmente a un drastico calo dei prezzi. Una prospettiva che, pur dando ossigeno ai paesi consumatori e frenando l’inflazione, rappresenta uno scenario che sicuramente non piacerà a paesi fortemente dipendenti dall’export energetico a prezzi sostenuti, in primis la Russia.

L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Linkedin a questo link

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