Scienza
Onde gravitazionali: dieci anni dal successo italo-francese e la nuova frontiera ottica per scovare i buchi neri
A dieci anni dalla storica scoperta italo-francese delle onde gravitazionali con il progetto Virgo, uno studio di Oxford rivela un nuovo metodo ottico per scovare i buchi neri supermassicci prima della loro collisione. Ecco come funziona l’universo multimessaggero.
La scienza, quella vera, fatta di infrastrutture pesanti, calcoli complessi e investimenti di lungo periodo, celebra oggi un decennio da una delle scoperte più affascinanti del nostro secolo. Sono passati esattamente dieci anni da quel febbraio 2016, quando le collaborazioni scientifiche LIGO e Virgo pubblicarono su Physical Review Letters l’articolo che confermava ciò che Albert Einstein aveva ipotizzato, pur ritenendolo impossibile da misurare: l’esistenza delle onde gravitazionali.
A tre giorni dalle celebrazioni ufficiali tenutesi all’Ambasciata di Francia a Roma il 12 febbraio 2026, è utile tracciare un bilancio tecnico ed economico di questa impresa, volgendo lo sguardo a una nuova e brillante ricerca proveniente dall’Università di Oxford e dal Max Planck Institute, che promette di rivoluzionare nuovamente il nostro modo di “ascoltare” e “vedere” l’universo.
L’infrastruttura della scoperta: il trionfo di Virgo
Quando parliamo di onde gravitazionali, parliamo di increspature dello spaziotempo causate da cataclismi astrofisici di proporzioni inimmaginabili, come la fusione di buchi neri. Per decenni, la fisica teorica ha rincorso queste vibrazioni, , ma gli effetti sulla Terra erano considerati troppo infinitesimali. Ci sono voluti cinquant’anni di sviluppo tecnologico, e massicci investimenti pubblici in ricerca di base, per arrivare a strumenti in grado di misurare variazioni inferiori al diametro di un protone.
In questo quadro, l’Europa – e in particolare l’asse italo-francese – ha giocato un ruolo da protagonista assoluta. L’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e il CNRS francese hanno fondato e finanziato il progetto Virgo presso l’EGO (European Gravitational Observatory) a Cascina, in Toscana. Si tratta di un’infrastruttura d’eccellenza, un esempio di come l’intervento pubblico e la spesa in ricerca pura (in un’ottica squisitamente keynesiana, se vogliamo guardare alle ricadute sul territorio e sulle filiere hi-tech) possano generare dividendi incalcolabili in termini di capitale umano e primato tecnologico.
Oggi, l’attenzione del MUR e degli enti di ricerca è rivolta al futuro, , ma con solide basi nel presente. Il potenziamento degli attuali interferometri e la progettazione dell’Einstein Telescope, il futuro osservatorio sotterraneo di terza generazione, rappresentano il prossimo step per mantenere l’Europa al centro della fisica mondiale.
La nuova sfida: scovare i buchi neri supermassicci prima dello scontro
Mentre gli interferometri come Virgo e LIGO “ascoltano” l’eco finale della collisione tra buchi neri di massa stellare, una nuova ricerca pubblicata in questi giorni, sempre su Physical Review Letters, apre uno scenario complementare. I ricercatori dell’Università di Oxford e del Max Planck Institute for Gravitational Physics propongono un metodo innovativo per osservare i buchi neri supermassicci binari.
Questi giganti si trovano al centro della maggior parte delle galassie. Quando due galassie si fondono, i loro buchi neri centrali iniziano a orbitare l’uno attorno all’altro. Sono i motori più potenti dell’universo, , ma fino ad oggi siamo riusciti a osservare con certezza solo sistemi molto distanti tra loro. Come fare per individuare quelli in fase di avvicinamento critico, prima ancora che i futuri rilevatori di onde gravitazionali spaziali (come il progetto LISA) diventino operativi?
La risposta arriva dall’ottica e dalla gravità stessa: la lente gravitazionale.
Il cosmo come telescopio naturale
Secondo il dottor Miguel Zumalacárregui del Max Planck Institute, i buchi neri supermassicci agiscono come telescopi naturali. La loro massa immensa piega la luce delle stelle che si trovano alle loro spalle. Questo fenomeno, noto come lente gravitazionale, è già utilizzato in astronomia, , ma nel caso di un sistema binario assume contorni spettacolari.
A differenza di un singolo buco nero, un sistema binario agisce come una coppia di lenti. Questo crea una struttura a forma di diamante, definita “curva caustica”. Lungo questa curva, la luce di una stella di passaggio viene amplificata in modo drammatico.
La dinamica del sistema, guidata dalle leggi della relatività generale di Einstein, prevede che i due buchi neri perdano energia emettendo onde gravitazionali, restringendo la loro orbita e accelerando. Come ha spiegato Hanxi Wang, ricercatrice di Oxford che ha guidato lo studio, il movimento del sistema binario fa ruotare e cambiare forma alla curva caustica. Quando questa “spazza” il campo stellare retrostante, le stelle si “accendono” producendo lampi di luce ripetuti e straordinariamente luminosi.
Un nuovo paradigma di rilevazione
Questi lampi non sono casuali. L’emissione di onde gravitazionali altera sottilmente la struttura della curva caustica, imprimendo una modulazione caratteristica sia nella frequenza che nella luminosità di picco dei lampi.
- Cosa ci dice questo? Misurando questi schemi di luce, gli astronomi possono dedurre la massa dei buchi neri e l’evoluzione della loro orbita.
- Quali sono gli strumenti? I ricercatori sono ottimisti: le imminenti indagini elettromagnetiche a campo largo, come quelle del Vera C. Rubin Observatory o del Nancy Grace Roman Space Telescope, avranno la potenza necessaria per catturare questi lampi ricorrenti.
Il professor Bence Kocsis sottolinea un aspetto fondamentale: questo metodo ci permetterà di identificare i buchi neri supermassicci binari anni prima che entrino in funzione i rilevatori di onde gravitazionali spaziali. È l’alba di una vera e propria astronomia “multimessaggero”, dove la gravità e l’elettromagnetismo lavorano insieme per svelare la fisica degli estremi.
Confronto tra i metodi di rilevamento
Per fare chiarezza su queste due anime della ricerca astrofisica, proponiamo una sintesi delle differenze tra i metodi attuali e la nuova proposta teorica.
| Caratteristica | Interferometria (es. Virgo/LIGO) | Lente Gravitazionale (Metodo Oxford/Max Planck) |
| Cosa rileva | Deformazioni fisiche dello spaziotempo (Onde gravitazionali) | Lampi di luce stellare amplificati (Firma elettromagnetica) |
| Fase osservata | I millisecondi finali della fusione dei buchi neri | Anni prima della fusione, durante l’orbita a spirale |
| Target principale | Buchi neri di massa stellare e stelle di neutroni | Buchi neri supermassicci binari |
| Infrastruttura | Grandi interferometri terrestri a forma di “L” | Osservatori ottici e spaziali a campo largo (es. Vera Rubin) |
| Beneficio tecnico | Misurazione diretta e inconfutabile della gravità dinamica | Possibilità di pre-identificare i target per i futuri osservatori spaziali |
Conclusioni: la spesa che guarda alle stelle
A dieci anni dal primo rilevamento, il settore delle onde gravitazionali si conferma non solo un trionfo accademico, ma un ecosistema di altissima tecnologia. L’infrastruttura europea, con l’Italia in prima linea grazie all’INFN, ha dimostrato che la perseveranza e i capitali ben spesi possono piegare i limiti della conoscenza umana. Nel frattempo, la ricerca teorica continua a fornire nuovi modelli, ottimizzando l’uso dei telescopi ottici del prossimo futuro.
La fisica, ancora una volta, ci insegna che non basta ascoltare l’universo: bisogna saperlo anche guardare, incrociando i dati e sfruttando ogni risorsa tecnica disponibile. Un approccio pragmatico che dovrebbe fare scuola ben oltre i confini dell’astrofisica.
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