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Nuove note su “lavoro di cittadinanza”, salari minimi, Piano del lavoro e terzo settore

di Jacopo foggi

A poche settimane di distanza dalla più volte rinviata pubblicazione del libro da me curato (Tornare al lavoro. Lavoro di cittadinanza e piena occupazione, Castelvecchi) dedicato al “lavoro garantito”, “occupazione di ultima istanza” o “lavoro di cittadinanza”, che dir si voglia, mi sembra opportuno riprendere il filo del discorso per aggiornarlo alla luce di dibattiti e vicende più recenti ed esplicitarne alcuni aspetti in funzione delle esigenze di sviluppo del nostro martoriato paese.

Per chi si fosse perso il tema di cui stiamo parlando, sintetizziamo brevemente gli elementi centrali. Si tratta di una politica che consiste, almeno in prima battuta, in un intervento pubblico di “occupazione di ultima istanza” che, rifacendosi appunto all’azione delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, vede le istituzioni governative entrare in campo come datori di lavoro di ultima istanza nel momento in cui il mercato prevedrebbe o di non offrire alcun posto di lavoro retribuito oppure di fornirne solo di pagati al di sotto delle soglie dei redditi minimi consentiti e stabiliti per legge, o in generale a livelli di povertà – per la misera retribuzione o per le troppo poche ore. Analogamente al modo in cui la Banca centrale garantisce alle banche e allo Stato anticipazioni o scoperti di conto ad un tasso prestabilito sostenibile nei momenti di carenza di liquidità, stabilendo così un tetto massimo al tasso di interesse e garantendo la circolazione monetaria, allo stesso modo lo Stato decide di fornire un impiego retribuito, a un livello salariale di base ma dignitoso, a tutticoloro ai quali il mercato imporrebbe condizioni inaccettabili, vuoi perché semplicemente inesistenti, vuoi perché troppo basse per essere ritenute socialmente accettabili, stabilendo così un pavimento minimo alle retribuzioni1. Lo Stato, direttamente e indirettamente in cooperazione con le amministrazioni locali, il terzo settore e il no-profit, assicurerebbe in questo modo un effettivo salario di base minimo per l’intera economia in quanto, offrendo la possibilità di un impiego a tutti i disoccupati o retribuiti al di sotto della soglia minima definita politicamente, elimina efficacemente la necessità di accettare lavori al di sotto dello standard, o fornisce la possibilità di integrare orari di lavoro insufficienti (Atkinson 2015: 141-150). Si ottengono in questo modo tre obiettivi congiunti: lotta alla povertà, piena occupazione e attuazione effettiva di un salario minimo – orario e/o mensile. La premessa è dunque che la disoccupazione e la sottoccupazione esistano perché il mercato orientato al profitto non riesce mai a intravedere sufficienti posti di lavoro per tutti e ad un salario decente, e che dunque non possa che spettare allo Stato colmare come minimo tale gap, fornendo una domanda di lavoro “infinitamente elastica” e orientando tale occupazione a supportare l’offerta e la fornitura di servizi pubblici universali .

Tale politica di pieno impiego avrebbe poi carattere anti-ciclico, cioè di ammontare non costante ma compensativa del ciclo economico, in quanto sarebbe orientata ad espandersi nei momenti di crisi economica quando aumentano le persone licenziate, per poi restringere il numero di occupati di ultima istanza al momento della ripresa economica: da qui il salario impostato al livello minimo, che spingerebbe i settori privato e pubblico ad offrire sempre posti di lavoro con condizioni salariali e di diritti almeno uguali o superiori di quelli del JG, al fine di attrarre i lavoratori al di fuori del programma di lavoro di cittadinanza. Rinvio al libroper gli ulteriori dettagli della proposta, in particolare macroeconomici, per concentrarmi qui su alcuni temi per il nostro paese.

Il dibattito sul salario minimo, il Piano del lavoro strategico e l’occupazione nel JG

Uno degli aspetti più importanti nella definizione della proposta sta nell’ammontare a cui stabilire il livello del salario per tale politica di occupazione minima garantita. Nelle ultime settimane in Italia il dibattito sul salario minimo, sul livello da definire e in generale sulla sua opportunità in rapporto alla contrattazione sindacale, ha ripreso un qualche vigore e ha visto un’ampia varietà di posizioni che sono andate dai 6,25 euro ai 10 euro l’ora, per poi oscillare più recentemente tra i 9 euro lordi di M5S-Lega, ai 7 euro netti proposti da Liberi e Uguali fino ai 9 euro netti (circa 11 lordi) sostenuti nientemeno che dal PD (equivalente a quello tedesco – una mossa politico-elettorale? Un tentativo di ricostituirsi una verginità? Di indebolire i 5Stelle?). Non essendoci dunque in Italia al momento un salario minimo ma dei contratti nazionali settoriali, che lasciano fuori circa il 15% dei lavoratori (circa 2,5 milioni), si tratta di capire quale dovrebbe essere un salario minimo valido per tutto il paese, che consenta al tempo stesso alle persone di vivere bene e alle imprese di sostenersi. Riguardo a quest’ultimo aspetto, quello della sostenibilità per le imprese, la questione è in gran parte politica in quanto ha a che fare col livello di profitti che un’impresa e i suoi proprietari ritengono “accettabile” per poter continuare a operare e a investire. Da questo punto di vista il JG scinderebbe la retribuzione dalla presunta produttività marginale per tutti quei lavoratori al di sotto del minimo, intervenendo nella struttura del mercato del lavoro nei settori meno redditizi svincolando parte dell’occupazione dai margini attesi di rendimento delle imprese (cfr. R. Lampa).

Nei paesi Ocse il salario minimo è in genere stabilito tra il 40% e il 60% del salario mediano: in Italia 7 euro/h corrisponderebbero al 60% – e comporterebbe 840 euro mensili per 30 ore settimanali. Nel mio libro sia io che altri ci eravamo infine orientati per una cifra che si aggirasse sui 1000 euro netti mensili di media nazionale. Nel mio capitolo, in particolare, presupponendo di differenziare il salario in base ai divari regionali, ipotizzavo che per 30 ore settimanali e quindi 120 ore mensili fosse possibile superare del 10% la soglia di povertà di 795 euro (per le aree metropolitane del centro-nord: quindi 850-900 euro) e che con 40 ore settimanali si arrivasse a superarla del 20% – arrotondando in entrambi i casi al rialzo. In tal caso il salario orario sarebbe diverso tra regione e regione sebbene in proporzione minore rispetto alle soglie di povertà, così da rendere più conveniente relativamente non emigrare né dal mezzogiorno né dalle aree rurali e montane interne del paese. Ovviamente, in ragione di varie considerazioni, si può ritenere non desiderabile tale differenziazione territoriale (del resto prevista solo in grandi paesi federali come il Canada e gli Usa). Le mie preoccupazioni erano essenzialmente due: 1- che un salario “troppo elevato” rischiasse di creare danni non tanto ai lavoratori che sarebbero messi al sicuro dalla partecipazione al JG, quanto ad un tessuto industriale particolarmente debole come quello del mezzogiorno, aumentando i processi appunto di “mezzogiornificazione” e desertificazione industriale; 2- che salari nominali uguali con costi della vita diversi generassero scontento nelle regioni settentrionali circa le differenze di salario reale, minando il consenso verso il Programma. La prima considerazione partiva dal presupposto, comune quando si fanno queste ipotesi, di ceteribus paribus, vale a dire che se invece si ipotizzano politiche industriali e infrastrutturali di aumento della capacità produttiva dei territori meridionali, ovviamente fondamentali, aumenta la capacità e il margine per soddisfare la maggiore richiesta salariale; così come si può pensare che maggiori salari forniscano maggiore domanda aggregata locale compensando parte dell’aumento del costo. Detto questo, anche alla luce del dibattito di queste settimane, non mi sembra proponibile un salario minimo JG inferiore ai 7 euro netti anche per le regioni con minore costo della vita. Per il secondo punto, occorre dire che tra le considerazioni critiche alla differenziazione territoriale del salario JG vi è il fatto che nel mezzogiorno i servizi pubblici sono carenti e spesso più costosi che nel centro-nord (ad esempio le tasse sui rifiuti sono talvolta maggiori pur in presenza di un servizio mediamente inferiore; per non parlare di infrastrutture come trasporti e territorio che rappresentano un costo della vita – e talvolta di vite! – maggiore). A mio avviso però questa critica può anche essere per certi versi rovesciata: si tratterebbe di utilizzare il lavoro di cittadinanza anche proprioper migliorare questi servizi, proprio per dare forza a cittadini che nuovamente legittimati e organizzati, non più succubi di sfiducia e disillusione, possano trovare un ruolo da cui dibattere con amministrazioni pubbliche, nel caso, inefficienti e autoreferenziali. Questo ci porta al tema dell’organizzazione decentrata e attivante, di cittadinanza attiva, del Programma e ci ritorneremo più sotto.

In ogni caso, il criterio che dovrebbe orientare la determinazione del livello salariale è quello del “più elevato possibile”; che cosa significa “possibile” chiaramente dipende dalla lotta politica, dall’egemonia culturale, da quanto spazio si intende lasciare al settore di mercato orientato al profitto, dalla forma dei mercati, dal consenso con le altre categorie di lavoratori, dall’organizzazione dei benefit aziendali e settoriali, ecc. Attualmente il salario minimo settoriale in Italia varia dai 4,62 delle colf ai 7,75 euro dei metalmeccanici, di conseguenza un salario minimo dovrebbe stabilire un vantaggio per tutti, e pertanto l’ipotesi più ragionevole sarebbe quella degli 8 euro netti2. Se in Italia o in un altro contesto si ha un problema di bassi salari è evidente che il JG dovrebbe porsi come obiettivo una concorrenza più dura con il settore privato a bassi salari e alti profitti; viceversa in altri contesti inflazionistici. Tuttavia, se all’erodersi della quota profitti il settore privato reagisce riducendo gli investimenti, l’occupazione, finanziarizzandosi e alzando i prezzi sfruttando le posizioni di rendita, strategie a cui ci ha abituati il capitalismo italiano, è vero che il settore pubblico potrebbe entrare in campo con investimenti pubblici al fine di mantenere i salari reali ma, come sappiamo, la politica industriale ha esiti lunghi e incerti, e pertanto è probabile che unsecond bestsia una piena occupazione JG con salari più bassi.

A questo proposito un aspetto importante consiste però nella possibilità di sfruttare un certo scambio di compromesso tra diritti e salario. Vale a dire che, a mio avviso, discutendo solo del salario si sottovalutano gli effetti propulsivi di una rivendicazione incentrata sui diritti e sulla qualità del lavoro. E’ noto infatti come la riduzione salariale degli ultimi anni, ma anche decenni, si sia tradotta anche in un peggioramento della qualità del lavoro in termini di diritti e benessere sul lavoro, maggiori orari, minori salari indiretti, meno ferie, permessi e malattie. Pertanto, pur in contesti in cui risultasse “possibile” solo l’istituzione di salari minimi relativamente bassi (ad esempio inferiore agli 8 euro netti), la disponibilità di posti di lavoro garantitidotati di orario ridotto, contributi, 20 giorni di ferie pagate, formazione, tredicesima, 15 gg. malattie, giorni di permesso ecc., che sono già diventati un lusso che generazioni di precari quasi neanche osano più sognare, costituirebbe un forte potere di alternativa del JG rispetto ai posti offerti dal settore privato, rendendo cioè il lavoro JG comunque altamente preferibile rispetto ad un enorme quantità di posti di lavoro attuali. Penso inoltre si sottovaluti la forza legata al fatto di essere lavoro garantito, disponibile all’occorrenza per qualunque orario e a qualunque persona. In conseguenza di questi fatti il settore privato verrebbe comunque spinto ad aumentare i propri salari minimi di fatto. L’aspetto di cittadinanza attiva obbligherebbe peraltro ad eliminare, o ad aumentarne qualità e requisiti, quei posti di lavoro nel settore privato che meno possono offrire ai lavoratori anche in termini di sensatezza (ad es. i call center – cfr. Graeber 2018).

Deve però essere chiaro anche che cosa non èquesto piano di “lavoro minimo garantito”, come è stato anche chiamato. Esso non deve essere concepito né come sostitutivo di un Piano del lavoro che veda lo Stato italiano portarsi al pari degli altri paesi europei in termini di quantità e livello di qualificazione dei dipendenti pubblici, e che lo faccia avendo in mente una visione strategica di investimento in ricerca e sviluppo, di miglioramento delle infrastrutture materiali e immateriali, dell’apparato amministrativo pubblico e della fornitura di beni pubblici e gestione dei commons– né tantomeno ovviamente sostitutivo dei dipendenti pubblici attuali con paghe superiori! E’ infatti ancora poco noto come l’Italia abbia in realtà un rapporto di dipendenti pubblici sulla popolazione molto più basso di altri paesi simili come Inghilterra e Francia, ma anche Stati Uniti e Germania (Bianco e Ortona 2016), e che tale carenza si associa ad una percentuale di laureati ampiamente inferiori e ad una bassa percentuale di posizioni dirigenziali. Tale gap di dipendenti pubblici si aggira almenointorno al milione (1 milione), che occorrerebbe assumere in funzione dell’alta qualifica, e mettere in condizione di sfruttare al meglio le competenze acquisite negli anni di studio. E’ infatti superfluo ricordare l’urgenza di avere un esercito di ingegneri, informatici, urbanisti, naturalisti, insegnanti, ricercatori, ecologi, giuristi, psicologi, analisti sociali, mediatori ecc., capaci di affrontare le grandi sfide dello sviluppo sostenibile dei prossimi decenni (cfr. Pennacchi e Sanna, 2018).

Il numero di persone impiegate nel JG insomma, andrebbe tendenzialmente minimizzato, in funzione di ammortizzatore sociale efficace e inclusivo, proprio per non trasformare il programma in un bacino di bassi salari che esoneri la politica dal perseguire uno sviluppo qualificato. Le due politiche di occupazione di “prima istanza” e di “ultima istanza” devono e possono essere semmai complementari, in cui i lavoratori nel JG possono trovare un ruolo proprio nel coadiuvare in termini di manodopera progetti che consentano di acquisire competenze.

Cosa fare?

Riguardo al cosa far fare alle persone occupate nel JG mi sembra utile fornire un criterio orientativo semplice e generale. Si tratta infatti di dirigere le attività del JG nel vasto campo della Tutela del Capitaledella società nelle sue varie forme:

– Capitale umano: sostegno alla formazione, all’educazione, all’aiuto scolastico, all’inclusione sociale, dell’accoglienza dei migranti, dei corsi di lingua, agli asili nido, agli aiuti alle famiglie (baby sitteraggio, accompagnamento a scuola…), dopo-scuola, attività ludiche ecc; ma anche, da parte dei lavoratori, formazione sul campo e prevenzione di disagi legati alla disoccupazione.

– Capitale sociale: Si sovrappone in parte al primo ma si orienta alla costruzione di contesti di socialità e di fiducia diffusa: altre numerose forme di associazionismo di assistenza sociale, gruppi sportivi, attività culturali, biblioteche locali, centri ludici, assistenza agli anziani ecc.; ma possiamo inserirci anche la manodopera nella gestione degli archivi statali e giudiziari sia cartacei che digitali, nell’ottica di una migliore certezza del diritto in quanto componente fondamentale del capitale sociale. Basti poi pensare alla lotta alle mafie per avere un’idea della necessaria molteplicità dei campi in cui è possibile lavorare per costruire fiducia, opportunità e legalità (cfr. Carta di Milano). (Oltre al contributo diretto del programma all’emersione del lavoro nero e a possibilità di lavoro legale).

Capitale naturale: La tutela ambientale nei suoi numerosissimi aspetti può costituire un terreno amplissimo di attività per il JG. Da quello classico della cura del verde pubblico, a gruppi di pulizia dei fiumi e del mare, ai lavori di gestione del territorio, dei boschi, dei fiumi, delle spiagge; piantumazione di alberi, difesa della biodiversità, delle aree palustri (un esempio potrebbe infatti essere quello della sperimentazione con le Università di orti biologici con antiparassitari e fertilizzanti naturali per trovare rimedi alla drammatica morìa degli insetti impollinatori); dal sostegno all’edilizia di recupero rurale e urbano (bioedilizia rigenerativa), al trattamento dei rifiuti, alla formazione di competenze ecologiche, ai trasporti urbani ecologici, alla prevenzione dello spreco alimentare, ecc. (vedi Forstater nel libroTornare al lavoro: 172-201).

– Capitale economico-infrastrutturale(in cui possiamo inserire il patrimonio edilizio e artistico-culturale): oltre ai lavori pubblici materiali c’è una grande varietà di funzioni che è possibile svolgere con poca formazione, soprattutto riguardo alla preventiva conoscenza di ciò che c’è nei territori e di cosa succede: dai censimenti degli edifici pubblici e privati, delle infrastrutture e delle opere pubbliche e di tutto il patrimonio storico-culturale del paese; la riqualificazione e rioccupazione degli edifici pubblici e privati vuoti e abbandonati e la loro ristrutturazione in chiave di risparmio energetico; oltre a questi anche la stessa formazione di piccoli musei sparsi sul territorio.

Come si dice in questi casi, l’unico limite è l’immaginazione. Lo schema della tutela delle forme di ricchezza collettiva composta di quattro pilastri può insomma fornire un criterio orientativo (e uno slogan) efficace.

L’organizzazione: decentramento e coordinazione

Le attività elencate in precedenza sono state selezionate anche in base al fatto che molte di esse potrebbero essere organizzate non tanto e non solo direttamente dalle amministrazioni pubbliche locali ma potrebbero prevedere il coinvolgimento attivo di gruppi di associazioni locali formate appunto da disoccupati o miste con professionisti. L’obiettivo è che i disoccupati non diventino semplicemente utenti passivi di lavori decisi da altri, ma che possano il più possibile trovare nel JG uno spazio e uno strumento di cittadinanza attiva. In tal modo le amministrazioni locali si confrontano anche con le esigenze espresse o rilevate dai cittadini del posto i quali possono attivarsi in prima persona per costituire dei gruppi di lavoro dedicati. Ciò tanto più dato l’elevato numero di cittadini che tale programma potrebbe interessare (oltre i 3 milioni di persone – vedi il capitolo di Levrero nel libro).

Anche qui le forme possono essere varie. Pensiamo al Servizio civile nazionale, in cui tale modalità pubblico-privato sociale è rodata da tempo; ma anche agli “usi civici” di territori o spazi pubblici dismessi e da mettere a disposizione della cittadinanza. Qui, come in altre situazioni, ad esempio nel caso del piano JG realizzato in Argentina negli anni 2002-2006, lo Stato centrale definisce delle linee guida per i settori giudicati di utilità sociale (ad esempio i quattro pilastri suddetti), dopodiché le amministrazioni locali fanno dei bandi per questi ambiti tematici per coinvolgere le associazioni, cooperative formate da disoccupati e sottoccupati e/o cooperative di utenti o cooperative sociali che li comprendano al loro interno, e che possono svolgere determinate attività. Queste presentano dei progetti dedicati alle diverse attività sociali previste che il Comune vuole implementare; i quali verranno poi selezionati da una commissione a livello locale, magari composta da stakeholdermolteplici, sulla base della loro pertinenza, qualità e opportunità.

Il punto fondamentale è naturalmente quali forme di associazionismo prevedere come capaci tanto di svolgere le attività in modo socialmente utile e legalmente affidabile quanto di includere lavoratori in attività utili, costruttive e capaci anche di qualche autonomia dal settore pubblico. Randall Wray propone ad esempio di inserire anche le cooperative di lavoro tra le attività JG, stabilendo che, essendo attività pensate per stare autonomamente sul mercato in quanto in settori di mercato e non esclusivamente pubblici, gli stipendi provengano dallo Stato solo per i primi due anni, dopodiché se la cooperativa non ce la fa i lavoratori tornano nel JG da dipendenti pubblici o in altre forme cooperative, e non da lavoratori autonomi.

Per le attività non profittevoli in cui operano le cooperative insieme al settore pubblico, è chiaro che non tutti i lavoratori potranno o avranno intenzione di proporre nuovi progetti o attività ma dovranno essere assunti come dipendenti/soci appunto in quelle già esistenti che collaborano stabilmente con le amministrazioni. Al contempo è chiaro però che non tutte queste cooperative possono essere utilizzate come datrici di lavoro di ultima istanza, le quali, come nel caso del Servizio civile, debbono avere un margine di selezione delle domanda di assunzione a loro rivolte per motivi di adeguato funzionamento del servizio, che potrebbe necessitare di livelli di competenza maggiore o di formazione qualificata; mentre al contempo dovrebbero essere spinte ad assumere personale stabile con salari più alti. Si può dunque prevedere per alcune un tetto massimo di lavoratori JG sul totale (es. il 30%). Di conseguenza rimane certamente una parte dei disoccupati per i quali il JG deve avere carattere esclusivamente di settore pubblico.

Le attività associative di nuova creazione potrebbero a loro volta consolidarsi nel tempo, dimostrandosi utili e andando a colmare un qualche gap di servizi particolarmente significativi; esse potranno dunque poi decidere di concorrere regolarmente ai bandi per i servizi comunali o di creare altre forme di collaborazione coi comuni. Un esempio significativo a questo riguardo è il caso delle “cooperative di comunità”, che prevedono talvolta le amministrazioni comunali tra i soci: esse sono «un nuovo modo di organizzare la produzione fondato sulla partecipazione diretta degli abitanti di un determinato luogo sia alla gestione e al finanziamento dei fattori produttivi [che la partecipazione al JG evidentemente faciliterebbe] sia alla definizione degli obiettivi, delle strategie e delle azioni da intraprendere per avviare processi di sviluppo economico della propria comunità locale. Lo scopo dell’impresa di comunità è produrre beni e servizi in grado di soddisfare i bisogni e gli interessi specifici della comunità locale. Questi riguardano tutti quegli ambiti che ogni comunità reputa prioritari e indispensabili per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei propri abitanti: dal lavoro all’istruzione e alla formazione professionale, dall’assistenza socio-sanitaria alle attività culturali, dal turismo alla cura dell’ambiente. L’impresa di comunità rappresenta uno strumento innovativo di cittadinanza attiva e di democrazia partecipativa attraverso il quale i soggetti interessati decidono di organizzarsi per dare risposte collettive mirate a contrastare i processi degenerativi dell’assetto sociale ed economico della comunità locale causati dai cambiamenti del mercato. Le attività svolte mirano a promuovere l’inclusione sociale e a ricostruire o consolidare i legami sociali per rafforzare la coesione della comunità locale» (J. Sforzi; vedi anche Mori e Sforzi 2019; De Rossi 2018).

Menzione a parte si potrebbe fare poi per l’attività politica. Insieme o al posto del ripristino dei finanziamenti pubblici ai partiti, si potrebbe infatti pensare che i partiti politici possano rientrare fra le associazioni suscettibili di usufruire di occupati JG, il quale costituirebbe una fonte di reddito per una porzione dei militanti più attivi.

Si potrebbe affermare che con tutte queste attività liberamente costituite le differenze con il “reddito di cittadinanza universale” si sfumano fino a scomparire. Per certi versi è vero, come confermano anche alcune proposte miste di “reddito di partecipazione” (cfr. Atkinson cit.); c’è però una differenza fondamentale: si tratterebbe di attività non semplicemente “autoriferite”, ma bensì soggette al vaglio di una qualche convalidada parte delle comunità, sia sotto forma di selezione da parte delle amministrazioni locali, sia sotto l’aspetto della capacità di aggregare effettivamente un gruppo di persone pronto a collaborare per un fine comune; sia sotto forma di una qualche forma di registrazione, certificazione e monitoraggio del tempo occupato e delle attività svolte, sia sotto forma di qualche tipo di meccanismo di feedback da parte degli utenti e dei cittadini relativo all’utilità e alla qualità dell’attività di servizio offerta.

Detto questo, è evidente che la maggioranza dei soggetti verrebbe in ogni caso assunta dalle amministrazioni comunali, le quali, (magari anche in sinergia con dei centri per l’impiego riformati) dovrebbero comunque essere gli attori principali nella gestione del programma. Su questa linea ha proceduto la proposta di emendamento di Liberi e Uguali, in cui si prevedeva l’opzione, per chi ha i requisiti del sussidio pentastellato, di poter invece ricevere la somma massima prevista di 780 euro in cambio di lavoro per l’amministrazione locale: «L’opzione, prevista in un emendamento di Liberi e Uguali al DdL Bilancio, alternativa cittadino al Reddito di Cittadinanza. È riservato a chi ha i requisiti richiesti da tale intervento. È un programma di lavoro promosso e gestito da Comune e associazioni di cittadinanza attiva, ma selezionato attraverso un bando nazionale. L’importo spettante per la prestazione di Lavoro di Cittadinanza è pari all’importo massimo del Reddito di Cittadinanza al quale si aggiunge la contribuzione previdenziale ordinaria. È finanziato, per un miliardo l’anno, dal Fondo per il Reddito di Cittadinanza. A carico dei Comuni le spese organizzative. I programmi finanziabili possono ricomprendere ristrutturazione di immobili pubblici da adibire a case di quartiere, dove organizzare attività gratuite per bambini e anziani, in orari scoperti rispetto ai turni di lavoro; supporto allo studio; corsi di lingua, piccola manutenzione del verde pubblico; attività sportive; catalogazione e digitalizzazione degli archivi di musei e biblioteche civiche» (S. Fassina; C. Zoccarato).

A mo’ di conclusione

Un Piano del lavoro dovrebbe insomma prevedere una serie di cerchi concentrici corrispondente a diverse esigenze sistemiche, e a diversi livelli di flessibilità ricercata sia dagli inoccupati che dalle amministrazioni pubbliche. Ad un piano di assunzione straordinarie in cerca di alta qualificazione e di condizioni di lavoro concorrenziali a livello internazionale, dovrebbe aggiungersi un piano di incremento dell’organico dei dipendenti pubblici, in particolare qualificati, sia stabili sia legati agli investimenti pubblici con contratti esterni. A questi vanno ad aggiungersi poi i partecipanti al programma di “occupazione di ultima istanza”, in funzione di ammortizzatore sociale, anticiclico e orientato alla formazione, alla sperimentazione di forme di cittadinanza attiva e all’eventuale inserimento delle attività proposte nell’organico ufficiale del settore pubblico o nella stabile fornitura di servizi sociali, dato il contesto di progressiva terziarizzazione dell’economia. In questo modo, la parte del JG maggiormente gestita dalle amministrazioni si svilupperebbe come una cerchia trasversale che coadiuva in modo flessibile gli altri settori pubblici fornendo manodopera e servizi aggiuntivi. Il contesto ideale di tutto ciò sarebbe la strategia generale di un modello di sviluppo trainato dagli investimenti in beni e servizi pubblici, che sostituisca il marcio motore economico finanziarizzato in cui siamo ancora immersi (Barbero, Dagnes, Salento, Spina 2016). Si può quindi pensare che tutto ciò abbia come necessaria precondizione un grande sommovimento culturale di matrice laburista. Se ciò è indubbiamente vero, non è da sottovalutare però neanche il movimento inverso, e cioè che la proposta politica stessa di un Piano del lavoro per la piena occupazione possa contribuire sensibilmente a canalizzare consensi ed energie per la costruzione di un soggetto politico orientato in tal senso.

Riferimenti bibliografici

Atkinson A., Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, Raffaello Cortina, 2015.

Barbera F., Dagnes J., Salento A., Spina F. (a cura di), Il capitale quotidiano. Manifesto per l’economia fondamentale, Donzelli, 2016.

Bianco, M.L. e Ortona, G., 2016, Espandere il settore pubblico per rilanciare l’economia, in Aa.Vv., Per una moneta fiscale gratuita, MicroMega, Ebook, Cap. 10.

Borzaga C. (a cura di), Cooperative da riscoprire. Dieci tesi controcorrente, Donzelli, 2018.

De Rossi A. (a cura di), Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, 2018.

Foggi J. (a cura di), Tornareal lavoro. Lavoro di cittadinanza e piena occupazione, Castelvecchi, 2019.

Franzini M., Granaglia E., Raitano M., Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? Le disuguaglianze estreme nel capitalismo contemporaneo, il Mulino, 2014.

Graeber D., Bullshit Jobs, Garzanti, 2018.

Mori P.A. e Sforzi J., (a cura di), Le imprese di comunità. Innovazione istituzionale, partecipazione e sviluppo locale, il Mulino, 2019.

Pennacchi L. e Sanna R., (a cura di), Lavoro e innovazione. Per riformare il capitalismo, Ediesse, 2018.

1L’analogia ha delle criticità in quanto assume implicitamente aspetti di penalizzazione e residualità dell’intervento pubblico che la politica del lavoro dovrebbe senza dubbio tendere a minimizzare. Si veda però per uno sviluppo dell’analogia e una valutazione positiva l’articolo di Esposito e Mastromatteo.

2Il caso delle colf è problematico in quanto l’aumento di costi impatterebbe direttamente sulle famiglie, per cui è chiaro che lo Stato dovrebbe compensare in tutto o in parte la differenza. E’ problematico anche per mille altre ragioni che qui non affrontiamo, ad esempio il fatto che rappresenti un intero “modello di welfare” privatizzato e classista, basato sull’assistenza h24, e il fatto che oltre al salario diretto sono da prendere in considerazione anche il vitto e l’alloggio.


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