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Gli asiatici comprano le aziende italiane: segno del declino italiano, sì, ma almeno così possiamo sperare che non si delocalizzino processi e utili grazie alle leggi europee…

Abbiamo visto su tutti i giornali che anche Pirelli diventa straniera, cinese in particolare. E potremmo dire che questo è un segno del declino italiano, lo possiamo dire, lo dobbiamo dire. Forse potremmo aggiungere che di veri imprenditori, parlo di quelli grossi, quelli in grado di mettere in piedi un business multinazionale, globale, in Italia c’è solo lo Stato. Si avete capito bene, lo Stato rischia di essere l’imprenditore italiano più di successo se ricordiamo che, raggiunta la dimensione critica, quasi immancabilmente le brillanti aziende italiane famigliari – normalmente sono tutte famigliari – prima si quotano in borsa e poi vendono tutto allo straniero. Se va bene funziona così, nel lusso è stato uno stillicidio di esempi, quelli che resistono sono coloro che sono stati lontanissimi dalla finanza e restano solidamente in mani famigliari. Se va male si passa prima da scandali e poi si fa lo spezzatino…. Per quanto riguarda le aziende famigliari che possono non avere futuro alla morte del patron, Armani è un caso da manuale. Relativamente a quelle infettate da scandali, se rileggiamo la storia economica del paese da un altro punto di vista non possiamo non menzionare l’impero dei Ferruzzi/Gardini.

Lo Stato invece ha – stranamente, ma non tanto  – saputo creare le uniche, vere aziende globali del panorama italiano, aziende che pagano anche le tasse in Italia intendo. ENI, ENEL, Finmeccanica, sono tutte aziende di estremo successo, al top della redditività anche se comparate a peers internazionali e che fanno passare per il Paese gli utili fatti all’estero (e ci mancherebbe, lo Stato è l’azionista!). E hanno avuto successo senza un paese che faccia  veramente sistema dietro, senza un esercito che faccia veramente le guerre economiche se non a carro di altri ecc. ecc.. La Fiat di turno, permettetemi, è stata in piedi per 20 anni grazie ai sussidi statali oltre ad aver sempre implementato un atteggiamento predatorio verso gli interessi del Paese a favore dei propri interessi, quanto accaduto con i contratti di Melfi e Pomigliano e con il trsferimento delle sedi legali e fiscali all’estero insegna.

Di altre aziende grandi ne restano poche di rilevo, ad esempio la Ferrero (che ogni volta che muore uno dei membri della famiglia viene immediatamente chiacchierata di essere in vendita allo straniero, per altro sempre il solito, Nestlè) e pochi altri esempi. Le poche altre grandi famiglie – Benetton in primis – ormai gli utili li portano per quanto possibile all’estero. E come biasimarli, con le tasse italiane così alte! (anche Ferrero ha la holding basata in Lussemburgo, a Findel [oltre ad aver centralizzato all’estero il proprio trading, acquisti e vendite alle proprie conosociate anche italiane intendo, ndr], pochi lo dicono ma è cosa nota: dovremmo andare a vedere le tasse pagate dalla holding lussemburghese dell’azienda dolciaria di Alba e compararle con le tasse che si sarebbero pagate se fosse rimasta in toto in Italia).

Appunto, le tasse: oggi il Belpaese è uno Stato dove le tasse le pagano solo i cittadini, i dipendenti. Sembra essere nato una sorta di patto sociale all’inverso tra imprenditori non statali e Stato in cui si permette alle aziende di pagare le tasse sugli utili all’estero a patto che resti occupazione dell’Italia (gli esempi di Fiat, Ferrari, Ferrero etc. sono da manuale).

Della serie, in Italia i cittadini pagano e soprattutto pagheranno tasse altissime anche a compensazion di quelle evitate dalle aziende finanziariamente emigrate. Ossia, la ciccia rimane all’estero, in Italia invece c’è chi tira la carretta… E per chi dice che Ducati e Lamborghini restano in Italia anche come occupazione dico che è vero in parte, o per le aziende del lusso in generale: bisogna andare a vedere con i meccanismi di trasfer price e di royalties pagate sul marchio all’estero dove si pagano le tasse su TUTTI gli utili fatti e quelli che invece restano in Italia, utili fatti grazie al fatto di avere un’azienda che produce in Italia, grazie al made in Italy!

Ma insomma, il punto da mettere in evidenza è che oggi, in un momento di crisi sistemica in cui i supposti partners europei sono anche loro affamati di utili ed occupazione, sembra assolutamente preferibile vendere a soggetti non europei in quanto essi non possono utilizzare escamotages per altri insiti nelle more della legge europea atti a trasferire utili ed in parte occupazione all’estero (Luxleaks ci insegna che non è un caso…). Trasferire utili ed coccupazione – ossia produzione – per un produttore di treni italiano in Giappone è quanto mai difficile, se fosse in EU la legge sulla mobilità intra-EU soprattutto sui capitali e comunque anche per l’occupazione lo renderebbe molto più agevole. Sebbene sia vero che la nuova tecnologia non verrà più sviluppata in Italia ma all’estero in futuro. Ma almeno non si perdono le tasse ed impresa nell’immediato, certamente non si perde occupazione….

Tutto questo per dire che il problema esiste ed è grosso: le aziende italiane oltre ad una certa dimensione quasi regolarmente diventano straniere, almeno relativamente a dove pagano le tasse. Bisogna parimenti rilevare che le tasse italiane di fatto costringono a trasferire fuori paese gli utili, pagare tasse troppo alte è anche immorale (ma forse più immorale è che le tasse le paghino solo i piccoli direi…). In tutto questo probabilmente è meglio, nell’ottica di perdere meno ricchezza a breve-medio termine, vendere ad aziende extra europee in quanto per loro sarà più difficile spostare utili e occupazione all’estero, se ad acquisirle fossero aziende europee la cosa sarebbe quasi certa. In tutto questo vediamo oggi – non a caso- l’assalto alle aziende di stato italiane rimaste, i cd. gioielli di Stato ENEL, ENI, e Finmeccnica, guarda a caso di interesse per gli stranieri. Vedrete che i primi in lizza per l’acquisto saranno aziende dei nostri paesi supposti partner, quelli dei paesi EU ex coloniali anch’essi in crisi (ENEL secondo chi scrive sarà la prima). Ed il motivo ve l’ho spiegato sopra, mortis tua vita mea….

In ogni caso il problema a lungo termine rimane: se le cose non cambiano – leggasi, se le tasse non vengono abbassate – è inevitabile che nel giro di 20 anni l’Italia diventerà un paese solo per svernare ed andare a vedere un museo, con pochi ricchissimi ed una massa di poveracci, la classe media sarà morta e sepolta allora…

E’ triste rilevare che senza uscire dall’euro le tasse NON si potranno abbassare e quindi senza un abbandono della moneta unica il destino dell’Italia è semplicemente la povertà.

Mitt Dolcino

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