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Europa

Non è il mondo ad aver tradito l’Europa: è l’Europa ad aver rinunciato al potere. Quello che non ha detto Draghi a Lovanio.

Mario Draghi lancia l’allarme a Lovanio: l’Europa rischia il collasso industriale. Ma il salto federale proposto è la vera soluzione o l’ennesimo errore di un modello che ha fallito? Un’analisi critica tra investimenti mancati e lacune del Green Deal.

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Il discorso di Mario Draghi all’Università di Lovanio è, per ambizione e costruzione retorica, uno degli interventi più rilevanti degli ultimi anni sul destino europeo. La tesi è netta: l’ordine globale fondato su regole, commercio e alleanze è collassato; l’Europa, schiacciata tra Stati Uniti e Cina, rischia subordinazione, deindustrializzazione e irrilevanza; l’unica via d’uscita è un salto federale. Diagnosi drammatica, proposta radicale. Proprio per questo, merita un’analisi rigorosa, non deferente.

Il primo punto critico riguarda l’attribuzione delle responsabilità. Draghi individua nella Cina il principale fattore destabilizzante: mercantilismo aggressivo, controllo delle catene del valore, uso politico dell’interdipendenza. Tutto vero. Ma profondamente incompleto. La deindustrializzazione europea non nasce a Pechino: è un processo endogeno, maturato dentro l’Unione. Negli ultimi quindici anni l’area euro ha registrato tassi di investimento sistematicamente inferiori a quelli statunitensi, compressi da regole fiscali pro-cicliche che hanno trasformato la stabilità di bilancio in un freno strutturale alla crescita e alla capacità produttiva.

Attribuire all’esterno ciò che è stato prodotto dall’interno è una scorciatoia narrativa. L’Europa non è diventata fragile perché altri hanno fatto i propri interessi, ma perché le sue istituzioni si sono dimostrate incapaci di difendere i propri. A questo si aggiunge un Green Deal concepito più come shock regolatorio che come politica industriale: vincoli stringenti, tempi irrealistici, assenza di strumenti comuni di compensazione. Il risultato non è stata la transizione, ma la perdita di competitività di interi comparti manifatturieri, esposti a concorrenti extra-UE non soggetti agli stessi oneri.

Su questo punto, colpisce l’assenza di autocritica. Nel discorso di Lovanio non c’è una riflessione sulle scelte che hanno reso l’Europa strutturalmente dipendente: un mercato unico senza una vera politica industriale, una moneta senza un bilancio federale adeguato, una disciplina di bilancio che ha premiato l’avanzo esterno e penalizzato la domanda interna. È un silenzio significativo, soprattutto considerando il ruolo centrale avuto da Draghi nel consolidare questo impianto.

Il secondo nodo riguarda l’idea di “più Europa”. Draghi ha ragione quando afferma che la semplice cooperazione intergovernativa non produce potere. Ma qui emerge una contraddizione decisiva: se l’Europa oggi è debole, non è perché ha fatto troppo poco, ma perché ha fatto molto male. Ha centralizzato regole senza creare capacità fiscali comuni; ha rafforzato la concorrenza senza dotarsi di strumenti di protezione industriale; ha chiesto sacrifici senza costruire consenso.

Invocare un nuovo salto federale senza chiarire quale federazione si voglia costruire rischia di essere un atto di fede. Una federazione che irrigidisca l’attuale assetto tecnocratico non rafforzerebbe l’Europa: ne amplificherebbe le fragilità, comprimendo ulteriormente la sovranità democratica senza risolvere il problema centrale, cioè la capacità di decidere e investire.

Anche il rapporto con gli Stati Uniti resta eluso. La dipendenza europea in materia energetica, tecnologica e militare non è un accidente geopolitico, ma il risultato di scelte politiche deliberate. Parlare di autonomia strategica senza mettere in discussione questo assetto significa descrivere il problema evitando accuratamente le sue cause.

Infine, l’idea che l’unità nasca dalla crisi. È una narrazione già vista. Negli ultimi trent’anni ogni emergenza è stata usata per concentrare potere, ridurre il conflitto democratico, sospendere il dissenso. Il risultato non è stata un’Europa più forte, ma un’Unione più rigida, più fragile e sempre meno legittimata.

Se giudichiamo l’Europa dai risultati – crescita stagnante, divergenze crescenti, perdita di base industriale – è legittimo chiedersi se il problema sia davvero che “ce ne voglia di più”. Forse, prima di costruire una nuova Europa, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che quella attuale ha fallito non per insufficienza, ma per errori strutturali di impostazione. Senza questa verità preliminare, ogni appello al federalismo rischia di restare l’ennesima grande promessa senza potere, senza consenso e senza futuro.

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