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Non basta essere Forti, bisogna essere all’Altezza
In politica non basta essere bravi personalmente, bisogna avere una squadra al di sopra di ogni sospetto

Roma insegnava una lezione severa: non basta avere un grande comandante, se attorno a lui si muovono uomini inadeguati. La forza del vertice si disperde, si logora, si svuota. Ed è qui che si misura il limite del governo guidato da Giorgia Meloni.
Nessuno può negare ciò che è evidente: Meloni ha dimostrato qualità politiche rare. Ha restituito all’Italia un peso internazionale che da anni appariva smarrito. Ha saputo muoversi in un contesto europeo fragile, spesso incerto, talvolta inconsistente, emergendo con autorevolezza.
Ma il problema non è fuori. È dentro. Meloni oggi esprime solo una parte della propria forza. Non per limiti suoi, ma per la qualità insufficiente di una parte rilevante della classe dirigente che la circonda.
E questo è il punto più critico. Perché, accanto a figure preparate e all’altezza, che pure non mancano, una quota di evidente inadeguatezza finisce per oscurarne il valore e per determinare, agli occhi dei cittadini, il giudizio sull’intero governo. Non si tratta di episodi isolati. Non si tratta di incidenti di percorso.
I fatti recenti che hanno coinvolto esponenti di primo piano del governo hanno inciso sull’immaginario collettivo, indebolendo la percezione di autorevolezza che dovrebbe accompagnare chi esercita responsabilità pubbliche.
Perché la politica non è solo sostanza: è anche apparenza, credibilità, disciplina. E quando queste vengono meno, il dubbio si insinua — non tra gli avversari, ma tra i cittadini. E allora la domanda, inevitabile, è quella che ogni romano avrebbe posto:
Quousque tandem?
Fino a quando si potrà tollerare che l’inadeguatezza di alcuni condizioni l’azione di governo? Se chi occupa posizioni di vertice inciampa in leggerezze, ingenuità o comportamenti discutibili, possiamo davvero affidarci a loro per governare la cosa pubblica? Possiamo consegnare il nostro destino a chi non appare pienamente all’altezza del compito?
Roma aveva già risposto, con una regola severa e senza appello: la moglie di Cesare non solo deve essere irreprensibile, ma deve anche apparirlo.
Il vero errore sta nella selezione. Si è confusa la fedeltà con la competenza. Si è premiata la militanza al posto della preparazione. Si è ritenuto che la lealtà potesse sostituire la capacità. E questo vale non solo per il partito di maggioranza relativa, ma per l’intera coalizione: la responsabilità del governo è sempre collettiva, così come lo sono i suoi limiti. Ma governare una nazione non è un premio. È una responsabilità.
Chi c’era quando il consenso era ai minimi ha certamente dei meriti. Ma quei meriti non bastano per gestire ministeri, apparati, decisioni che incidono sulla vita di milioni di cittadini.
Ma il problema non si ferma ai vertici politici. Si estende a tutto quel sistema di nomine che un governo inevitabilmente esprime: apparati ministeriali, enti pubblici, società partecipate. Anche lì si misura la qualità dell’azione di governo. Con persone competenti si governa. Con persone scelte per riconoscenza o per appartenenza, si rallenta, si indebolisce, si fallisce. Non si può pensare che la gestione della cosa pubblica possa essere affidata a logiche di amicizia o di fedeltà personale senza pagarne il prezzo.
In una fase storica segnata da tensioni internazionali che incidono sui destini energetici e sugli equilibri geopolitici del pianeta, la qualità della squadra non è un elemento accessorio: è decisiva. Solo una classe dirigente competente consente non solo di affrontare le sfide, ma di governarle meglio degli altri.
La storia insegna che i grandi leader non si circondano di fedeli: si circondano dei migliori. Napoleone Bonaparte non fu grande solo per il suo genio, ma per la qualità dei suoi generali. Uomini che ne amplificavano la visione, che la rendevano efficace, che ne moltiplicavano i risultati. Qui accade l’opposto.
Il Presidente del Consiglio è troppo spesso costretto a impiegare il proprio tempo non per governare, ma per contenere. Non per costruire, ma per correggere. Non per guidare, ma per rimediare. È uno spreco che l’Italia non può permettersi.
Perché la domanda vera è un’altra, ancora più profonda: è possibile che in un Paese come il nostro non esistano figure competenti, preparate, all’altezza? È possibile che la selezione debba restare confinata a cerchie ristrette, a equilibri interni, a logiche che nulla hanno a che fare con il merito?
La risposta è evidente: le competenze esistono. Ma non vengono utilizzate. E questo, nel tempo, si paga. Meloni ha davanti a sé una scelta decisiva. Non politica, ma di qualità della classe dirigente.
Liberarsi degli inadeguati non è un atto di debolezza. È un atto di governo. Sostituire la fedeltà con la competenza non è un tradimento. È un dovere.
Se questo salto non verrà compiuto, il rischio non è immediato ma certo: l’erosione progressiva della credibilità, il logoramento dell’azione di governo, l’apertura di spazi per alternative che oggi appaiono marginali ma domani potrebbero non esserlo più.
Ceterum censeo: la Repubblica non si governa con i fedeli, ma con i migliori. Giorgia, vai avanti. Ma circondati di persone all’altezza del compito. Solo così la forza della guida potrà diventare forza del tuo governo.
Marco Porcio Catone (un nostro affezionato, e informato, lettore)







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