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Nigeria: sventato un colpo di stato ordito da ufficiali scontenti per le mancate promozioni. I dettagli del complotto
I dettagli del piano. Un’indagine svela come la frustrazione per le carriere bloccate abbia portato alti ufficiali a pianificare la presa del potere. Nel mirino la Villa Presidenziale e gli aeroporti.

La stabilità dell’Africa occidentale, già messa a dura prova dalla serie di golpe nel Sahel, ha rischiato di subire un nuovo, gravissimo scossone. Questa volta però non parliamo di ideologie panafricaniste o di rivolte contro l’influenza occidentale, ma di qualcosa di molto più prosaico e, se vogliamo, burocratico: le carriere bloccate all’interno delle forze armate.
Secondo un’indagine approfondita condotta dall’intelligence nigeriana, e confermata da fonti governative, il tentativo di rovesciare il presidente Bola Tinubu alla fine dello scorso anno non è nato da una visione politica alternativa, ma dal malcontento di alti ufficiali delusi per le mancate promozioni.
La genesi del complotto: frustrazione e chat criptate
Lunedì scorso, il Quartier Generale della Difesa nigeriana ha confermato l’arresto di almeno 16 ufficiali, tra cui un generale di brigata e un colonnello. Questi militari dovranno ora rispondere davanti a un tribunale militare dell’accusa di aver pianificato la destituzione del Presidente.
La dinamica emersa dalle indagini preliminari, visionate da Bloomberg e confermate dal Ministro della Difesa Christopher Musa, dipinge un quadro inquietante nella sua banalità:
Il leader: Tutto sarebbe partito da un ufficiale di alto rango, bocciato per due volte agli esami di promozione, che aveva deciso di comunque meritare una promozione, a ogni costo.
Il reclutamento: Sfruttando la propria frustrazione come leva, l’ufficiale ha reclutato colleghi di diverse armi che condividevano lo stesso senso di stagnazione professionale. Gli esempi di gole in Mali e Niger sicuramente hanno aiutato a trovare degli adepti.
L’organizzazione: Il gruppo ha creato una rete considerata una “minaccia seria alla stabilità”, coordinandosi attraverso piattaforme di messaggistica criptata.
Non si trattava di semplici lamentele da caserma o di “dissenso casuale”. Il rapporto dell’intelligence sottolinea come la cospirazione avesse ormai raggiunto fasi operative concrete.
Dalle parole ai fatti: gli obiettivi nel mirino
Il piano non era rimasto sulla carta. Gli ufficiali coinvolti avevano iniziato una sorveglianza occulta di asset strategici nazionali, identificando i punti nevralgici da occupare per paralizzare il Paese e prendere il potere. Tra gli obiettivi monitorati figuravano:
La Villa Presidenziale ad Abuja;
Installazioni militari chiave nella capitale;
Gli aeroporti internazionali di Abuja e Lagos (il cuore economico del Paese).
L’indagine ha concluso che la minaccia era “chiara e immediata”, e che un mancato intervento avrebbe comportato “gravi implicazioni per la stabilità nazionale”. Fortunatamente, l’azione preventiva delle autorità ha permesso di smantellare la rete e tagliare le linee di finanziamento che sostenevano il piano.
Un contesto fragile per il gigante africano
La Nigeria, primo produttore di petrolio del continente, ha una storia turbolenta fatta di numerosi colpi di stato, molti dei quali sanguinosi. Sebbene il Paese sia sotto un governo civile da un quarto di secolo, il contesto regionale è preoccupante, con i vicini Niger e Mali recentemente caduti sotto il controllo di giunte militari.
Il presidente Tinubu aveva già proceduto a un rimpasto dei vertici militari, sostituendo il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ma le turbolenze interne alle forze armate si sommano a una crisi di sicurezza più ampia. Il Paese sta infatti affrontando un numero crescente di attacchi violenti, tanto che a novembre è stato autorizzato il reclutamento di migliaia di nuovi agenti per combattere i disordini.
La Nigeria ha quindi rischiato di trasformarsi in una delle varie dittature militari africane che dal 2022 sono cresciute di numero. Un elemento di destabilizzazione che sarebbe stato devastante per i mercati energetici, vista la stature di produttore petrolifero del Paese.







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