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IL MURO DELLA SPESA PUBBLICA

 

Il taglio delle spese dello Stato è stato proclamato per mesi come il toccasana dell’economia e la migliore fonte di denaro per finanziare la ripresa. E invece da tempo non ne parla più nessuno. I tagli sono previsti nella “Legge di stabilità”, naturalmente, ma in maniera così aleatoria e così lontana dai suggerimenti delle autorità europee, che né quelle autorità né la Cancelliera Merkel se ne fidano.

In questi casi tutti gettano la croce sul governo: ma sarebbe un errore. Se Matteo Renzi avesse potuto appuntarsi sul petto la medaglia del primo che sia riuscito nell’impresa, non se ne sarebbe certo privato. Soprattutto pensando che fra un paio di mesi lo scetticismo di Bruxelles si potrebbe trasformare in un problema concreto. Juncker ha parlato di “conseguenze spiacevoli”, e speriamo non sia un understatement. Probabilmente il giovane Premier si è reso conto di non poter tagliare le spese, e ha inserito nella Legge di stabilità qualcosa per poter dire, quando sarà, che se non se n’è fatto niente non è stato per colpa sua. Sai che soddisfazione.

La verità è che l’ostacolo è insormontabile. Lo hanno riconosciuto, de facto, Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti, Letta e tutti gli altri. Carlo Cottarelli, che di queste famose spese aveva stilato il programma, ha votato con i piedi e se n’è andato. E nessuno gli è corso dietro per trattenerlo. Cercare un colpevole non serve, è più utile chiedersi il perché di questo muro invalicabile.

La nostra mobilità del lavoro è pressoché nulla. Se si è tanto discusso dell’art.18 è perché in Italia perdere il lavoro è una tragedia e, a torto o a ragione, quella norma era vista come un argine al licenziamento. Sindacati ed istituzioni hanno sempre fatto l’impossibile per favorire la stabilità dei lavoratori organizzati (gli altri sono figli di nessuno) e addirittura garantirgli particolari vantaggi. Nell’Amministrazione, la cui bassa produttività è mitologica, non è possibile spostare un dipendente da dove è inutile ad un altro posto, non gli si può assegnare una diversa funzione o inviarlo ad una località diversa. E di licenziare qualcuno, neanche se scorretto, non si deve neppure parlare.

Nel lavoro organizzato nessuno può essere mandato a casa e nessuno può essere disturbato. I sindacati difendono anche quelli che sono eternamente “fuori stanza”, (ma c’è il loro cappotto, sull’attaccapanni), gli assenteisti, quelli che fanno enormi pause per andare a far la spesa, a volte persino i ladri degli aeroporti. Tutto ciò induce un insieme di comportamenti impuniti che finiscono col costituire un enorme peso finanziario, per lo Stato.

Per non parlare della corruzione. Se gli acquisti per gli ospedali variano negli importi da un ospedale all’altro, da una regione all’altra, è perché variano le creste sulla spesa. E naturalmente tutti si accaniscono per conservare intatta la loro greppia. Ecco un esempio di muro.

La coalizione per paralizzare il Paese ha sempre avuto successo. Nessuno vuol rinunciare alle brutte abitudini prese negli anni delle vacche grasse. Del resto anche l’opinione pubblica è ubriaca di “diritti” tanto immaginari quanto strenuamente pretesi. Per esempio “il diritto alla casa”.

Al di là di tutto ciò esistono cause obiettive. Abbiamo una moneta inadatta all’Italia e non possiamo cambiarla. Subiamo la concorrenza invincibile di sistemi produttivi più efficaci (Germania) o che beneficiano di costi minori (Cina). Siamo incapaci di organizzarci, basti dire che, pur abitando il più bel Paese del mondo, riusciamo a perdere colpi in materia di turismo. E la più grande minaccia è la curva demografica. La denatalità e l’allungamento della vita umana hanno fatto sì che un numero sempre minore di lavoratori deve provvedere a un numero sempre maggiore di pensionati. Per giunta, arrivando ad un’età molto più avanzata, i vecchi hanno bisogno di un’enorme e costosa quantità di cure mediche. Insomma non possiamo più permetterci il modello sociale del passato. Dovremmo rassegnarci ad un più modesto genere di vita, ma sembriamo non averne alcuna intenzione. Ci comportiamo come quei nobili che, decaduti, consideravano il massimo della miseria l’avere un solo servitore.

Tutte le vie ci sono precluse. Il livello di competitività è basso. Non siamo liberi di assumere e di licenziare. Non possiamo contrattare liberamente le remunerazioni. Non possiamo disporre della nostra moneta. Non riusciamo a tagliare la spesa pubblica. E naturalmente non abbiamo il diritto di sopprimere vecchi e malati. Dunque ciò che non vorrà o non saprà fare il governo lo farà qualche causa obiettiva, per esempio una immane crisi borsistica o la fine dell’euro.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

13 dicembre 2014

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