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MONTESQUIEU A GAMBA TESA

I giornalisti di medio livello sono spesso presi nella morsa di un dilemma: o scrivono in modo popolare per il grande pubblico, e passano per ignoranti e superficiali, oppure non rinunciano a qualche piccola velleità culturale, e corrono il rischio di qualche magra figura. Loro non sono specialisti in nulla, mentre fra i lettori ci sono specialisti in tutte le materie, felici di ributtargli sul muso le loro imprecisioni e le loro cantonate. Per queste ragioni, bisogna partire dall’idea che bisogna pur perdonare ai giornalisti che sbagliano. Anche se a volte esagerano e sono recidivi, come il povero Enzo Biagi che non azzeccava una citazione su due.
Oggi il massimo della benevolenza deve essere usato nei confronti di un giornalista del “Fatto Quotidiano” (citato da Massimo Bordin nella rassegna stampa quotidiana di Radioradicale) il quale, a pag.22, stigmatizza i progetti di coloro che vorrebbero imporre dei limiti alla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, anche quando riguardano innocenti cittadini non coinvolti nell’indagine. Egli si indigna perché ciò porrebbe un freno all’indipendenza della magistratura: e qui non c’è da stupirsi. In fondo anche la pioggia e il freddo pongono un freno all’indipendenza della magistratura, dando fastidio in particolare agli anziani magistrati della Suprema Corte. Ma pare sia in preparazione un avviso di garanzia.
Fin qui si tratta di normale fanatismo giudiziario. Ma lo sventurato si perita di chiamare in campo Charles de Secondat, baron de la Brède et de Montesquieu, più brevemente conosciuto come Montesquieu, facendogli dire cose che probabilmente quel segaligno pensatore non si sarebbe mai sognate, in quanto assolutamente contrarie al cuore della sua teoria. Il giornalista afferma infatti che il tentativo di imporre dei limiti all’interferenza della magistratura nella politica è contrario al principio della separazione dei poteri. E qui, anche senza essere degli specialisti, si ha l’obbligo morale di difendere l’onorabilità concettuale del “philosophe”.
Non deve affatto esistere, come lui osa affermare, il diritto a un “controllo della magistratura sulla politica”. È proprio per impedire ciò che si parla di “separazione” dei poteri. Per essere semplici e sintetici, come si fa con i ragazzi a scuola, la dottrina potrebbe così riassumersi: 1) il Parlamento fa le leggi ma non può né applicarle direttamente né amministrare la giustizia. E infatti questo potere si chiama “legislativo”. 2. Il Governo dispone della forza per applicare le leggi, ma non ha né il diritto di formularle, né il diritto di amministrare giustizia. 3. Infine c’è la Magistratura che non ha né il potere (politico) di creare le leggi, né il potere concreto di applicarle (per esempio arrestando un delinquente). Ha soltanto il diritto/dovere di chiarire quale sia la norma da applicare nel caso concreto, lasciando poi ad altri (per esempio ai Carabinieri) l’attività pratica dell’esecuzione. Se se ne occupasse direttamente, violerebbe il campo del potere esecutivo; e se si occupasse di stabilire se le leggi siano giuste o sbagliate – se cioè facesse politica – deborderebbe dal suo ruolo e invaderebbe la riserva esclusiva del Parlamento. Concetti elementari.
Quel giornalista dimentica fra l’altro che è proprio questa la ragione per la quale è stata prevista, sin dal tempo della Rivoluzione Francese, l’immunità parlamentare. Con essa si vuole impedire che, approfittando del delitto commesso da un rappresentante del popolo, o, peggio, accusandolo falsamente di un delitto che non ha commesso, la magistratura possa interferire con la libertà politica del potere legislativo e del potere esecutivo. E in Italia è stato così fino al 1993.
Ma l’Italia è indottrinata dai pensatori annidati nel “Fatto Quotidiano”. Costoro reputano che la magistratura sia, sempre e senza eccezioni, obiettiva, disinteressata e semplicemente infallibile. Tanto che il potere politico è soltanto un impedimento sulla via del Bene. Un Bene che raggiungeremmo facilmente se soltanto abolissimo tutte le altre istituzioni dello Stato e dessimo il potere supremo ed unico alla magistratura. Teoria brillante che, dall’antichità ai nostri giorni, non è venuta in mente ai tanti filosofi, e che si aspettava di veder comparire sul “Fatto Quotidiano”. Ora è fatta, Deo gratias.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 marzo 2015

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