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MMT si, ma dal “basso”

di Aldo Scorrano e Francisco La Manna*

L’articolo del prof. Andrea Terzi, dal titolo “La ricetta della MMT nella Ue per una sovranità condivisa”, apparso sulla pagina on line dell’Avvenire, a proposito del dibattito “Teoria monetaria moderna (parte 6)”, ha sicuramente il merito di mettere in evidenza i pregi di questa teoria economica e monetaria, il più delle volte bollata dagli “esperti” di casa nostra come uno strumento sbrigativo e superficiale per affrontare la crisi (“basta stampare soldi”), le cui ricette sono state cassate a priori poiché potenzialmente foriere di situazioni economicamente e tecnicamente “pericolose” (spauracchio inflazionistico, crowding out, peso del debito pubblico e così via).
Come ricordato dallo stesso prof. Terzi, negli Stati Uniti è da tempo in corso un pubblico dibattito sulla MMT (una teoria economica post-keynesiana), che vede tra i suoi esponenti di spicco la professoressa Stephanie Bell Kelton (è stata capo economista per i Democratici nella Commissione Bilancio del Senato degli Stati Uniti ed è stata consulente economico senior della campagna presidenziale del 2016 di Bernie Sanders), Randall Wray, William Mitchell e Warren Mosler, solo per citarne alcuni. Questo di battito ha addirittura portato alcuni membri del Senato, cinque repubblicani, a chiedere al Congresso di condannare tale teoria poiché rappresenterebbe una minaccia per l’economia americana. Di seguito i punti salienti della proposta:

(si veda qui la proposta https://www.perdue.senate.gov/imo/media/doc/MMT%20Resolution.pdf)

Come si può facilmente capire la “preoccupazione “ è la solita storia del binomio deficit/inflazione: innalzare il deficit, quindi maggiore spesa pubblica in disavanzo, spinge verso l’alto l’inflazione. 

E’ chiaro che questa visione dell’economia è ancora viziata da ciò che rappresentò il cosiddetto monetarismo friedmaniano e da quella corrente (neo-classica) di pensiero economico che va sotto il nome di marginalismo.

Lo stesso premio nobel Paul Krugman, che di certo non si può dire sia un sostenitore della MMT, in un tweet recente prende le distanze da questa proposta di legge:

Ora, restando però sul pezzo di Terzi e apprezzandone certamente l’impostazione generale a difesa della MMT, ciò che non ci convince è la parte (finale) in cui afferma questo:

“MMT è anche un atto d’accusa contro le regole di bilancio europee, e alcuni suoi sostenitori auspicano un po’ troppo sbrigativamente che l’Italia riacquisti la sovranità monetaria perduta a Maastricht. Ma anche la politica fiscale senza regole può diventare un’arma di ricatto in mano ad un governo illiberale, e la soluzione politica alla critica dei vincoli sul debito pubblico passa attraverso la necessità di una nuova sovranità condivisa, come accade in tutte le unioni monetarie che non vogliono soccombere. Ed è a questo nodo politico che deve lavorare l’Europa.”

Se da una parte è vero che molti – ed anche in maniera abbastanza approssimata – parlano di un “ritorno” ad una situazione pre-Maastricht, invocando a gran voce la riacquisizione della “sovranità monetaria” (la situazione in cui lo Stato e la Banca Centrale gestiscono autonomamente e direttamente la politica monetaria) senza che si facciano le opportune valutazione di tipo politico-sociale, come se non esistessero alcuni rapporti di forza interni ed esterni di cui tenere considerazione, dall’altra restiamo molto scettici invece sull’auspicio di veder realizzarsi una “sovranità condivisa”. Questa visione, un po’ deficitaria del quadro generale, a noi sembra peccare di alcune valutazioni oggettive che tendono puntualmente ad escludere la “natura” di questa Unione Europea in primis di cui l’eurozona è figlia.

Questa condivisione della sovranità di cui parla Terzi implicherebbe l’assunzione da parte delle istituzioni europee di una sorta di solidarietà politica ed economica che di fatto mai si è riscontrata in tutti questi anni, soprattutto, di moneta unica. Anzi!
La sensazione è che il metodo di governance europeo tenda a stringersi ancor di più attorno ad un processo di riforme sempre più penalizzanti per i paesi membri che costituiscono il cosiddetto mezzogiorno europeo: non a caso Paul Krugman e Emiliano Brancaccio (ma ancor prima Augusto Graziani), hanno parlato di “mezzogiornificazione” europea cum grano salis, intendendo quella condizione in cui vi è una divaricazione nella crescita tra i “centri” e le “periferie” d’Europa; una situazione simile al dualismo vissuto in Italia.
Se facciamo finta di non vedere e considerare che l’UE è una gigantesca “macchina” edificata su un’impalcatura giuridico-economica farraginosa stiamo prendendo un grosso abbaglio. Infatti, come limpidamente spiegato da Brancaccio, l’Unione Europea “(…) è stata edificata su basi competitive, conflittuali. Il livello di coordinamento politico tra i suoi Paesi membri è ridotto ai minimi termini. Quasi tutto è affidato ai meccanismi del mercato, che in genere tendono ad accentuare i divari, non certo a ridurli. I Governi nazionali oggi non possono usare le tradizionali leve della politica economica, come il bilancio pubblico, la politica monetaria o la politica del tasso di cambio. Molti si sono augurati che questa sorta di ‘vincolo esterno’ imposto dai Trattati europei costringesse l’Italia e gli altri Paesi periferici dell’Unione a realizzare le riforme necessarie a modernizzare i loro apparati produttivi, in modo da renderli competitivi con quelli dei Paesi centrali. Ma questa speranza si è rivelata una mera illusione. Anziché creare convergenza fra i Paesi europei, il ‘vincolo esterno’ alle politiche nazionali ha favorito la divergenza, accentuando i divari economici che già sussistevano prima della nascita dell’euro.”

Ci sembra del tutto evidente che insistere sul piano della “riformabilità” dell’UE, tanto più che essa riguardi una sovranità condivisa che implichi una forma di socializzazione su scala appunto europea, sia una visione non solo utopistica ma, e ci si perdonerà il linguaggio, stupidamente miope!

Gli strenui sostenitori del “sogno Europeo” continuano fideisticamente a credere che questo sistema (i.e. l’UE) sia “una dimensione attraverso la quale recuperare una vera democrazia ed una vera sovranità”
 (ricordiamo queste parole pronunciate da Sandro Gozi in occasione del Forum dell’Economia tenutosi a Roma nel novembre 2013). Nell’attuale conformazione dell’UE, nel suo complesso istituzionale politico ed economico, non si riscontra quella reale forma di integrazione tra i paesi (di tipo orizzontale), tanto auspicata ma mai attuata e questa “dimensione” democratica e sovrana è pura demagogia.
Mala realtà è che ‘questa’ Europa va piuttosto abbattuta per poi essere ricostruita.

Dire da che punto bisogna partire per ricostruire una nuova Europa socialista e veramente democratica è difficile ipotizzarlo, soprattutto alla luce del contesto politico attuale molto eterogeneo e caotico. Certo che alcuni importanti segnali stanno giungendo proprio dalla classi sociali medio basse che mostrano una sempre più crescente irrequietezza nei confronti di questo sistema economico e sociale.

Una cosa però la possiamo certamente dire: la dimensione attraverso la quale far partire il processo è sicuramente quella conflittuale e, molto probabilmente, il miglior campo di gioco sul quale intraprendere questa partita a scacchi (e di forza) è quello nazionale: è lo Stato-nazione la vera cornice storica nella quale la democrazia è nata dopo decenni, se non secoli, di conflittualità sociale e chi crede sia giunta l’ora del suo tramonto, forse, non si rende conto che essi sono più vivi che mai “e  sono coinvolti  in  una rete  di  rapporti di  forza  i  cui sviluppi non sono indifferenti rispetto agli esiti di quella stessa mondializzazione che ci è tanto cara. (…) Ed è sempre lo Stato nazionale ad aver rappresentato il contesto nel quale le classi subalterne hanno ottenuto il massimo delle loro conquiste.”[1](S. Azzarà)

Dunque, per concludere, se su un piano strettamente tecnico ed economico la MMT potrebbe davvero rappresentare un modello valido al quale ispirarsi anche per una rinascita europea in chiave socialista, resta il nodo, molto più spinoso, dell’aspetto politico della questione. Contrariamente a quanto auspicato alla fine dell’articolo di Terzi, il nostro parere è quello che proprio l’implementazione, ad esempio, di una politica economica in stile MMT su base nazionale possa essere un volano per altri paesi membri da riprodurre su scala europea: una sorta di processo di riforma al contrario, dal basso verso l’alto. Una strada probabilmente più praticabile.

_____________________________
(*) Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (CSEPI)

Note:

[1]https://csepi.altervista.org/wp-content/uploads/2018/09/Intervista-a-Stefano-G.-Azzara%CC%80.pdf


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