Attualità
Mille e una ragione per votare SÌ al referendum — e continuare a vivere
È curioso osservare come un referendum che, a voler essere onesti, offre pochissimi argomenti razionali per votare “no” sia riuscito comunque a dividere il Paese in due blocchi contrapposti quasi speculari. È una fotografia abbastanza impietosa di come funzionano davvero le democrazie contemporanee: non sono i neuroni a guidare le scelte collettive, ma le tribù (col decisivo contributo delle tivù). Troppe persone non scelgono dopo aver soppesato pro e contro su una bilancia logica, ma su una piattaforma ideologica; votano in base a tic involontari di simpatia viscerale, spinti da riflessi incondizionati di appartenenza, o per ancestrale fedeltà ad un “campo”. In altre parole: prima si chiedono da che parte “devono” stare, in quale curva militare, per chi bisogna tifare, e solo poi cercano le ragioni per cui la propria “squadra” avrebbe ragione.
Allora, proviamo a ragionare frigido pacatoque animo (con spirito algido e distaccato) come insegnavano il Latini. Sgombriamo il campo dalle emozioni di chi vede ovunque Meloni. La riforma sottoposta al vaglio referendario agisce su alcuni articoli della Costituzione — l’87, il 102, il 104, il 105, il 106, il 107 e il 110 — ma nemmeno uno di essi, neppure quelli riscritti quasi integralmente come il 104 e il 105, scalfisce l’autonomia della magistratura. Anzi: l’articolo 104 continua a recitare, come ha sempre fatto, che la magistratura costituisce “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Con una conseguenza quasi paradossale: se la riforma passerà, quella garanzia non verrà ridotta ma semmai replicata in due distinti ordini di autogoverno — quello dei giudici e quello dei pubblici ministeri — ciascuno dotato di un proprio Consiglio superiore. Tantomeno viene toccato uno dei pilastri più richiamati, e reclamati, nel dibattito pre-elettorale: l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112) resta al suo posto come pure il principio, altrettanto intonso, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101). Tutto il resto appartiene più alla polemica politica che alla lettura del testo costituzionale.
Ma ci sono anche aspetti involontariamente comici, in tutta la faccenda, che meritano una menzione d’onore (e magari una risata liberatoria). Non foss’altro perché proprio guitti, comici, attori e ballerine sono quasi tutti per il NO (non si capisce bene, anzi si capisce fin troppo bene, dall’alto di quale incompetenza). Ad ogni buon conto, i sostenitori più convinti del SI dovrebbero essere proprio i fautori “progressisti” del fronte del NO. Perché la separazione delle carriere non è un’invenzione della destra: è una riforma che, per almeno un quarto di secolo, ha abitato stabilmente nei programmi e nelle riflessioni della sinistra riformista. La propose la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997, che immaginava carriere costituzionalmente distinte tra giudici e pubblici ministeri. Tornò nei programmi dell’Ulivo all’alba del 2000, riapparve nel 2007 nel disegno di legge costituzionale presentato dal ministro Mastella durante il secondo governo Prodi e continuò a riaffiorare nel dibattito del Partito Democratico, dove autorevoli esponenti hanno a lungo sostenuto che la terzietà del giudice richiede percorsi professionali separati. Persino la riforma Cartabia del 2021-2022 — sostenuta da molti esponenti di sinistra — ha rafforzato la separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri. Per questi motivi, ascoltare un dirigente di sinistra denunciare la separazione delle carriere come un attentato alla democrazia rappresenta davvero un viaggio surreale nei territori ancora inesplorati della dissonanza cognitiva.
E se proprio vogliamo restare nel campo delle forze politiche oggi all’opposizione, nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle del 2018 la riforma della giustizia conteneva una denuncia esplicita delle logiche correntizie interne alla magistratura e indicava l’obiettivo di spezzare il potere delle correnti nelle dinamiche del CSM. In altre parole, il problema oggi minimizzato era riconosciuto come palese anche dai grillini.
C’è poi una domanda elementare che basterebbe da sola a sgombrare il campo da tre quarti della retorica che ammorba il dibattito. Una domanda a cui chiunque — da uno scolaretto di prima a un emerito di diritto costituzionale — darebbe la stessa identica risposta. Proviamo ad auto-somministrarvela in prima persona: se tu fossi imputato in un processo penale, vorresti che il giudice chiamato a decidere sulla tua colpevolezza appartenesse allo stesso ordine, allo stesso corpo, alla stessa carriera di chi ti accusa? Vorresti cioè che giudice e pubblico ministero facessero parte della medesima organizzazione professionale, con gli stessi percorsi, gli stessi concorsi, gli stessi organi di autogoverno? Astenersi masochisti cronici e autolesionisti anonimi.
In Europa, del resto, il modello italiano non è la regola: è un’eccezione piuttosto rara. Nella grande maggioranza delle democrazie occidentali chi accusa e chi giudica non appartiene allo stesso ordine professionale o comunque non condivide la stessa carriera giudiziaria. Vale negli Stati dell’Unione europea, vale nel mondo anglosassone — dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dal Canada all’Australia — e vale in quasi tutte le democrazie mature. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei nei quali giudici e pubblici ministeri appartengono formalmente allo stesso ordine giudiziario. Siamo tra i pochissimi “eletti” dove continua a sopravvivere questa peculiare specie di magistratura “onnivora” che fagocita carriere giudicanti e carriere requirenti.
E proprio qui si colloca un’altra questione non di rado subdolamente rimossa: quella della contiguità culturale. Non si tratta di insinuare sospetti sull’imparzialità dei giudici — sarebbe tanto ingeneroso quanto infondato — ma di prendere atto di un dato strutturale. Se chi accusa e chi decide proviene dallo stesso concorso, dalla stessa formazione, dalla stessa carriera e dallo stesso corpo professionale, è inevitabile si formi una inopportuna e deleteria “prossimità” culturale. Il che, in un sistema di pesi e contrappesi più delicato di un orologio atomico (qual è il processo penale) non può che incrinare la fiducia “percettiva” in una indefettibile equidistanza del giudice rispetto agli altri due attori delle dinamiche processuali. La giustizia non deve essere soltanto imparziale, deve anche apparire tale. L’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo insiste proprio su questo punto: la neutrale terzietà del Giudice. Non basta, a garantirla, la coscienza del foro interiore; essa deve essere resa auto-evidente dall’organizzazione intrinseca del “foro” esteriore.
Veniamo ora al maledetto sorteggio sovente trattato alla stregua di un arnese barbarico indegno di sistemi giuridici evoluti, alla stregua di un’ordalia medievale. In realtà, esso è già presente nel nostro ordinamento. Nelle Corti d’Assise, per esempio, i giudici popolari sono estratti a sorte dagli elenchi dei cittadini idonei. Il Tribunale dei ministri prevede componenti individuati in consimile maniera sorteggiati tra i magistrati del distretto. Persino la Corte costituzionale, nel giudicare il Presidente della Repubblica per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è integrata con soggetti estratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore. Lo stesso criterio compare in vari ambiti amministrativi: dalla formazione (in molti casi affidata alla sorte) delle commissioni nei concorsi pubblici alla scelta dei commissari nelle procedure di appalto, fino alla designazione degli scrutatori nei seggi elettorali.
Del resto, l’idea che il sorteggio possa servire a raffreddare le dinamiche di appartenenza non è una fantasia partorita in un raptus di eccentricità: è stata riconosciuta persino all’interno della magistratura. Nel sistema dei concorsi per magistrato ordinario, infatti, alcuni componenti delle commissioni esaminatrici sono individuati proprio mediante sorteggio da appositi elenchi. La ragione è fin troppo evidente: ridurre il rischio che la selezione dei commissari — e quindi, indirettamente, dei futuri magistrati — sia condizionata dalle logiche “partitiche” di cui trattasi. Non si vede perché uno strumento sdoganato persino dal CSM (per la selezione dei commissari d’esame), non dovrebbe funzionare per la selezione di quest’ultimo.
Un capitolo a parte merita la proposta di istituire un’Alta Corte disciplinare, vale a dire un organo distinto rispetto al CSM e chiamato a giudicare gli illeciti dei magistrati. Oggi il sistema disciplinare resta largamente interno alla magistratura stessa. I sostenitori della riforma ricordano spesso un dato che circola da anni nel dibattito pubblico: secondo alcune ricostruzioni, la stragrande maggioranza degli esposti disciplinari — in alcune stime oltre il novanta per cento — si conclude senza sanzioni effettive. Il punto non è tanto la precisione aritmetica della percentuale, quanto il problema di fondo che essa pone: un sistema disciplinare percepito come troppo domestico per non essere anche fazioso. Separare le funzioni dell’Alta Corte da quelle di auto-governo dei consigli superiori – vieppiù in un contesto dove il sorteggio mantiene la sua centralità – riduce drasticamente il rischio di derive correntizie e di soluzioni (o assoluzioni) di comodo non ispirate a reali criteri di giustizia, ma ad altrimenti possibili, se non addirittura probabili, logiche di ripartizione e di (reciproco) favore.
C’è poi la questione degli sponsor e degli influencer. Il fronte del NO ha fatto circolare la voce secondo cui i “buoni” (per cultura giuridica e statura democratica) voterebbero contro la riforma e i “cattivi” (diciamo pure i “fasci”) a favore. Peccato che tra i fautori del SI vi siano due veri e propri pezzi da novanta al di sopra di ogni sospetto di connivenza con il nemico di destra. Infatti, tra i giuristi favorevoli al SI, spicca Sabino Cassese, professore emerito della Scuola Normale di Pisa ed ex giudice della Corte costituzionale, il quale ha spiegato, con la consueta chiarezza, che accorpare pubblico ministero e giudice nella stessa carriera è “come chiedere che chirurgo e anestesista siano la stessa cosa: lavorano nello stesso sistema, ma svolgono funzioni diverse”. E poi c’è Antonio Di Pietro, convintissimo sostenitore del Comitato del SI: simbolo vivente della lotta alla corruzione durante l’epopea di Tangentopoli, fieramente antiberlusconiano da sempre e minimamente arruolabile, sotto alcun aspetto, alle detestatissime (dal fronte del NO) truppe governative e meloniane.
Per concludere – tolte di mezzo le forzature ideologiche di chi parla pro domo sua – un dubbio si leva all’orizzonte accecante come un sole d’agosto: se davvero il principio del giudice terzo è rubricabile alla stregua di un diritto “naturale”, di un bisogno “fisiologico” , di un innato senso equitativo albergante in ogni uomo, come si può difendere con tanta ostinazione un sistema dove accusa e giudizio sostanzialmente “pari” sono? Non si tratta di sovvertire o attaccare i giudici, ma esattamente del contrario: rafforzarne l’autorevolezza agli occhi dei cittadini. Perché non va preservata solo l’indipendenza della magistratura dalle interferenze della politica. Va anche garantita l’indipendenza di chi decide se hai sbagliato e devi pagare da chi ti accusa di aver sbagliato e di dover pagare.
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com
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