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Micro e macro: individui e società

di Aldo Scorrano (CSEPI) 

E’ assolutamente importante capire questo: la società, intesa come l’insieme di individui organizzato sulla base di un sistema strutturato di rapporti naturali, economici, culturali, politici, è intrinsecamente legata al concetto di “classe”.

La visione della società divisa in classi presuppone che essa sia caratterizzata dal fatto di essere formata da gruppi sociali distinti e contrapposti, aventi posizioni differenti e che svolgono ruoli distinti e spesso in conflitto tra loro. Questa visione è la chiave attraverso la quale poter analizzare meglio la società da un punto di vista economico.

Gli economisti classici, invece, rifiutando il concetto di classe partivano dall’assunto che fosse necessario analizzare il comportamento individuale (il singolo consumatore, o imprenditore): ogni soggetto si comporta in modo razionale, cioè cercando di realizzare il maggior grado di benessere rispettando i vincoli impostigli dal mercato; così, ad esempio, il consumatore ricerca la massima utilità, l’imprenditore il massimo profitto, ecc… Da qui discende che la teoria economica sia basata su un unico assunto: il comportamento razionale di tutti i soggetti. I risultati raggiunti da tale teoria hanno validità generale, applicandosi a situazioni storiche e istituzionali molteplici (come a dire che l’economia medioevale e quella moderna possono essere analizzate dalla stessa teoria economica). Come ci ricorda Augusto Graziani:

Poiché le regole del mercato sono uguali per tutti e i soggetti contrattano nel mercato in condizioni di parità, l’attività economica non è una lotta fra uomini o fra classi sociali contrapposte, bensì una lotta fra l’uomo e la natura. In questa lotta incessante, l’uomo cerca di soddisfare al meglio le proprie esigenze, e la natura inesorabile oppone la scarsità delle risorse disponibili. L’attività economica è dunque l’opera dell’uomo che si sforza di utilizzare al meglio le risorse disponibili per trarne una utilità, e cioè la soddisfazione dei propri bisogni. L’intero processo economico è descritto come un processo unidirezionale (o lineare), e cioè un’attività di trasformazione, che parte dalle risorse naturali, le converte in beni intermedi, poi in beni finali (o beni di consumo), i quali vengono infine distrutti per soddisfare i bisogni del consumatore”.

Altri capisaldi si aggiungono a questa impostazione dell’economia, quali:

– la stabilità ed equità: il sistema economico essendo costituito da un insieme di soggetti che hanno accesso al mercato su un piano di parità, il sistema, purchè il mercato funzioni in regime di libera concorrenza, possiede i requisiti di stabilità e di equità. I mercati, cioè, sono perfettamente in grado di funzionare da soli, senza alcun intervento esterno regolatore;

– la sovranità del consumatore: stante le condizioni precedenti, non sono i produttori a determinare le regole del mercato ma i consumatori, attraverso i mutamenti delle proprie scelte, provocando anche variazioni nei prezzi dei beni;

– la neutralità della moneta: il cambiamento della quantità di moneta ha effetti solamente sul valore nominale delle variabili come il prezzo, il salario e il tasso di cambio, ma nessuno sulle variabili reali come il PIL, l’occupazione e il consumo.

Tra i teorici dell’individualismo metodologico troviamo economisti come J.B. Say, A. Smith fino ad arrivare alla massima espressione rappresentata dalla cosiddetta scuola neoclassica tra i cui rappresentanti annoveriamo C. Menger, K. Wicksell, A.C. Pigou, A. Marshall, V. Pareto, L. Einaudi, I. Fisher.

Al contrario, la moderna macroeconomia oltre a prendere in considerazione le grandezze economiche in aggregato (cioè si occupa del sistema economico nel suo complesso, analizzando quindi la determinazione del reddito nazionale, la disoccupazione, la circolazione monetaria, l’inflazione, la bilancia dei pagamenti di un paese), considera gruppi sociali ben precisi come banche, imprese e salariati.

E’ un punto di vista fondamentale per l’analisi economica: per gli individualisti vi è un rifiuto del concetto di classe, guardando al meccanismo economico come risultato di una miriade di decisioni individuali, prese da ogni singolo soggetto in modo indipendente in base ai propri fabbisogni. Va da sé che una visione del genere inquadra la società come se fosse composta da soggetti (anche se con funzioni economiche differenti, ad esempio imprenditori, salariati, consumatori, risparmiatori, ecc…) le cui azioni e decisioni sono determinate su un livello di parità con gli altri, senza, cioè, alcuna distinzione di classe e la cui partecipazione al mercato rispecchia questo equilibrio o livellamento. L’attività economica non è, pertanto, una lotta fra uomini o classi sociali contrapposte, piuttosto è una lotta fra uomo e natura, in cui l’intero processo economico è inteso in senso unidirezionale (o lineare). Questa attività è, quindi, l’opera dell’uomo che si sforza di utilizzare al meglio le risorse disponibili per trarne una utilità, ossia la soddisfazione dei propri bisogni.

Come si è detto prima, invece, nella macroeconomia moderna l’analisi di classe sostituisce quella individuale, con diversi gruppi sociali caratterizzati da regole di azione ben precise.

“Il comportamento è determinato dall’appartenenza di classe: in questa visione, il comportamento di ciascuna classe è tale da realizzare la sopravvivenza del sistema (la sua così detta <<riproduzione>>). I capitalisti, coloro che hanno la disponibilità delle risorse produttive, non sono mossi dalla finalità di soddisfare le proprie esigenze personali: bensì dalla finalità di accumulare ricchezza in misura illimitata. Il lavoratore, per conto, pensa ad assicurare la propria sopravvivenza vendendo il proprio lavoro (forza lavoro come particolare forma di merce). Breve inciso: in Marx questo concetto è un punto cardine del suo ragionamento, la separazione tra chi possiede i mezzi di produzione e chi no; tra questi due gruppi (classi) si instaura una relazione (rapporto). In questo c’è il profondo significato del capitale che non è cosa ma “rapporto sociale”.

Continuando, pertanto, nel ragionamento non esiste un comportamento razionale comune a tutti i soggetti: al contrario ogni soggetto viene plasmato dalla sua appartenenza di classe”.

Nel 1942, l’economista J.A. Schumpeter scriveva: “Gli economisti sono stati stranamente restii a riconoscere il fenomeno delle classi sociali (…). Ora, le classi sociali non sono creazione dell’osservatore che le classifica, ma entità viventi che esistono come tali, e la cui esistenza produce effetti che sfuggono totalmente ad uno schema in base al quale la società appaia come un aggregato in forma di individui e di famiglie”.

Questa è una imprescindibile premessa, che parte da una “visione” dell’economia ma che ha inevitabilmente un riverbero nella società. Non può esserci alcuna reale analisi economica e sociale se non fondata sulle premesse di cui sopra.


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