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Mercedes dice “Auf Wiedersehen”: La Classe A trasloca in Ungheria e 20.000 tedeschi restano a piedi. E i soci cinesi ringraziano.

Terremoto nell’auto tedesca: la Classe A trasloca a Kecskemét. Merz sotto accusa, l’Ungheria esulta. Ecco perché i grandi azionisti di Pechino hanno staccato la spina al “Made in Germany”.

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C’era una volta il “Modello Germania”, quella locomotiva inarrestabile che trainava l’Europa a suon di surplus commerciale e ingegneria d’eccellenza. Oggi, quel treno sembra essersi fermato su un binario morto, arrugginito da politiche energetiche suicide e da una burocrazia che soffoca l’impresa. La notizia che arriva stamattina è di quelle che fanno tremare i polsi, non solo a Stoccarda, ma in tutta la Cancelleria a Berlino: Mercedes-Benz ha deciso di spostare la produzione della Classe A da Rastatt alla città ungherese di Kecskemét.

Non stiamo parlando di una semplice riorganizzazione logistica, ma di un vero e proprio terremoto occupazionale. Secondo le stime più cupe, circa 20.000 lavoratori tedeschi rischiano il posto, anche se ufficialmente la casa automobilistica, per ora, nega licenziamenti. Un numero impressionante, che segna forse il punto di non ritorno della deindustrializzazione tedesca. E mentre a Berlino ci si interroga sul perché, a Budapest stappano lo spumante (o meglio, il Tokaj).

La fuga verso Est: logica industriale o disperazione?

La decisione del colosso di Stoccarda non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma è la logica conseguenza di anni di politiche industriali quantomeno discutibili. Il Ministro del Commercio ungherese, Péter Szijjártó, non ha perso tempo a rivendicare il successo, confermando ufficialmente la mossa. Le sue parole suonano come una sentenza inappellabile per la Germania di Friedrich Merz:

“Questo successo è dovuto a una politica economica basata sul buon senso e a un governo stabile che attira continuamente nuovi progetti di investimento da aziende globali in America, Asia e persino Germania”.

“Persino Germania”. L’ironia è palpabile, ma tragicamente reale. L’Ungheria sta diventando il rifugio per l’industria tedesca che scappa da casa propria. La produzione della Classe A inizierà a Kecskemét già nel secondo trimestre del 2026 e continuerà fino al 2028.1 Ma perché proprio l’Ungheria?

Mercedes Classe A

La risposta risiede in un mix letale per la Germania e vitale per l’Ungheria, riassumibile in questa tabella comparativa:

FattoreGermania (Il Malato d’Europa)Ungheria (La Nuova Fabbrica)
Costo dell’EnergiaAlle stelle (post-Energiewende)Competitivo e sussidiato
Pressione FiscaleSoffocanteCorporate tax tra le più basse UE (9%)
BurocraziaLabirintica e ideologicaPragmatica e “Investor-friendly”
Stabilità PoliticaCoalizioni fragili e litigioseGoverno monolitico (Orban)
Approccio GreenDogmatico e punitivoFlessibile e realista

Il paradosso di Merz e la rabbia dell’AfD

La situazione politica a Berlino si fa incandescente. L’attuale Cancelliere, Friedrich Merz, salito al potere con la promessa di ridare fiato all’economia dopo i disastri della “Semaforo”, si trova ora a gestire una crisi strutturale profonda. L’opposizione, guidata da Christian Abel dell’AfD, non ha usato mezzi termini su X (ex Twitter):

“Mercedes-Benz è stata per decenni il simbolo dell’eccellenza ingegneristica tedesca. Ora, 20.000 dipendenti perderanno il lavoro. Questa è una conseguenza diretta delle politiche climatiche ed energetiche che Merz non ha saputo smantellare.”

La critica è feroce: per rendere la Germania di nuovo attrattiva, servirebbe un’inversione a U totale. Via il bando ai motori endotermici, stop alla transizione energetica forzata, abolizione dei limiti sulle flotte. Abel arriva persino a evocare lo spettro della “Dexit” (l’uscita della Germania dall’UE) se Bruxelles non cambierà rotta, sebbene questa posizione sia controversa anche all’interno del suo stesso partito, con la leader Alice Weidel che aveva precedentemente escluso tale ipotesi.

Ma al di là della retorica politica, i numeri sono impietosi: nel solo 2023 la Germania aveva già perso 120.000 posti di lavoro nel manifatturiero. Il 2026 rischia di essere l’anno del redde rationem.

Chi comanda davvero a Stoccarda? La pista cinese

C’è un aspetto che i media mainstream tedeschi tendono a sussurrare, ma che qui su Scenarieconomici ci piace gridare: di chi è veramente la Mercedes?

Spesso dimentichiamo che le aziende non hanno passaporto, hanno azionisti. E nel caso di Mercedes-Benz Group AG, i principali azionisti non si chiamano Hans o Jürgen, ma hanno sede a Pechino e Hangzhou.

  • Il Gruppo BAIC (azienda di stato cinese) detiene quasi il 10% delle quote.
  • Li Shufu, il miliardario proprietario di Geely, detiene un altro 10% circa.

In pratica, quasi un quinto del capitale di Mercedes è in mani cinesi. Possiamo davvero aspettarci che questi azionisti abbiano a cuore il destino dei lavoratori di Rastatt o il gettito fiscale del Baden-Württemberg? La risposta è un secco no.

Ai cinesi interessa il profitto, l’efficienza e l’accesso ai mercati. Se produrre in Ungheria costa meno, si va in Ungheria. Se la Germania diventa un ambiente ostile al business a causa di ideologie green che alzano i costi di produzione, i capitali si spostano. È la dura legge del mercato globale, quella che i burocrati di Bruxelles sembrano ignorare mentre scrivono regolamenti su regolamenti. La Mercedes non ha “nessuna cura” dei tedeschi semplicemente perché il suo scopo sociale è fare utili, non fare beneficenza a un sistema paese che ha deciso di suicidarsi economicamente.

Non solo auto: anche la difesa migra a Est

Come se non bastasse la beffa dell’automotive, anche il settore della difesa, che dovrebbe essere strategico e nazionale per eccellenza, guarda a Budapest. Szijjártó ha recentemente celebrato i nuovi investimenti di Rheinmetall a Szeged.

Sede Rheinmetall a Szeged

La nuova struttura produrrà componenti hi-tech per la mobilità elettrica e l’idrogeno, ma anche elettronica militare. Rheinmetall, il gigante della difesa tedesca, ha creato il suo primo sito ibrido civile-difesa fuori dai confini patrii, proprio in Ungheria. Il governo ungherese ha sostenuto l’investimento da 29 miliardi di fiorini con 13 miliardi di sussidi.

Mentre la Germania discute di etica e freni al debito, l’Ungheria usa la spesa pubblica (in ottica keynesiana mirata agli investimenti, non ai bonus a pioggia) per attrarre capacità produttiva reale. Ma , in questo modo, le aziende tedesche ingrassate dagli ordini militari tedeschi finiscono per produrre all’estero.

L’Ungheria: Hub tecnologico o semplice assemblatore?

L’Ungheria non si sta limitando ad accogliere le briciole. Con lo stabilimento di Kecskemét, che diventerà il più grande sito produttivo Mercedes in Europa (secondo solo alla Cina a livello globale), Budapest si posiziona come hub centrale.

  • Già sede di produzione per la GLB elettrica e la Classe C.
  • Ora accoglie la Classe A.
  • Ospiterà il primo centro di Ricerca & Sviluppo Mercedes in Ungheria.

Questo è il punto cruciale: non si sposta solo la manovalanza, si sposta il “cervello”. Quando inizi a trasferire i centri R&D, stai trasferendo il futuro. Mercedes, votata “Datore di lavoro più attraente” nel 2024, impiega già 5.000 persone in Ungheria e ha superato i 2 milioni di veicoli prodotti.

Il suicidio assistito dell’industria tedesca

Ciò a cui assistiamo è un caso da manuale di distruzione della domanda aggregata interna attraverso la distruzione dell’offerta. Keynes si rivolterebbe nella tomba vedendo come l’Europa, e la Germania in testa, stiano smantellando la propria base industriale in nome di un purismo ideologico che non ha riscontri nel resto del mondo.

I lavoratori tedeschi pagano il prezzo di:

  1. Un’energia fuori mercato.
  2. Una transizione all’elettrico forzata che ha aperto le porte alla concorrenza cinese (che ora possiede anche le nostre aziende storiche).
  3. Una rigidità fiscale che impedisce vere politiche di rilancio.

L’Ungheria, con il suo pragmatismo cinico ma efficace, raccoglie i frutti. Per la Germania, la perdita di 20.000 posti di lavoro non è solo una statistica: è il segnale che il tempo sta scadendo. Se i principali azionisti cinesi decidono che il “Made in Germany” è solo un costo inutile e non più un valore aggiunto, allora per l’economia tedesca si prepara un inverno molto lungo e freddo.

Friedrich Merz ha ereditato una situazione disastrosa, è vero, ma la continuità sostanziale con le politiche europee sta condannando il Paese. Senza uno shock fiscale e normativo, la Germania rischia di diventare il museo industriale d’Europa, mentre la fabbrica si sposta a Est.


Domande e risposte

Perché Mercedes ha scelto proprio l’Ungheria per la produzione?

La scelta è dettata da un pragmatismo economico brutale. L’Ungheria offre un mix irresistibile: tassazione sulle imprese al 9% (contro il quasi 30% effettivo tedesco), costi dell’energia calmierati e sussidi statali generosi per gli investimenti esteri. Inoltre, il governo di Budapest garantisce una stabilità politica e normativa che la Germania, afflitta da governi di coalizione litigiosi e burocrazia “green” soffocante, non riesce più a offrire. Per gli azionisti, è una semplice questione di margini.

Qual è il ruolo degli azionisti cinesi in questa decisione?

È un ruolo fondamentale e spesso sottovalutato. Con BAIC e Geely che detengono insieme quasi il 20% di Mercedes-Benz, il baricentro decisionale si è spostato. Agli investitori cinesi non interessa il mantenimento dei livelli occupazionali nel Baden-Württemberg o la tradizione sociale tedesca. Il loro obiettivo è la massimizzazione del profitto e l’efficienza globale. Se produrre in Germania diventa antieconomico a causa dei costi energetici e normativi, non esitano a spingere per la delocalizzazione verso lidi più accoglienti come l’Ungheria o la Cina stessa.

Cosa può fare il governo tedesco per fermare questa emorragia?

Nell’immediato, molto poco, dato che le decisioni industriali di questa portata sono pianificate anni prima. Tuttavia, per evitare il collasso totale, servirebbe quella che l’AfD e molti economisti keynesiani (seppur da prospettive diverse) chiedono: un taglio drastico dei costi energetici, l’abbandono dei dogmi climatici più estremi che penalizzano l’industria pesante e una deregolamentazione massiccia. Senza un ritorno alla competitività di base, nessun sussidio a pioggia potrà convincere le multinazionali a restare in un Paese che sembra aver dichiarato guerra alla propria industria.

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