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Meloni rompe l’inerzia europea. Missione a sorpresa nel Golfo per la sicurezza energetica dell’Italia. Enrico Mattei sarebbe fiero di lei.
L’Italia anticipa l’Europa e vola nel Golfo per blindare gas e petrolio. Una mossa strategica tra geopolitica e interesse nazionale per difendere imprese e famiglie dai rincari energetici.

C’è un momento in cui la politica smette di commentare i mercati e torna a influenzarli. La missione lampo della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei Paesi del Golfo appartiene esattamente a questa categoria: un’iniziativa che incide sulle rotte energetiche, rafforza il posizionamento internazionale dell’Italia e manda un segnale chiaro anche agli operatori economici. È la politica del fare, finalmente.
Il tour, articolato tra Arabia Saudita (con tappa a Gedda), Qatar e Emirati Arabi Uniti, si inserisce in uno scenario di altissima tensione e dimostra una capacità di attivazione immediata che in Europa, oggi, semplicemente non si vede. È una missione costruita e guidata direttamente dalla Presidente del Consiglio, con un’impronta fortemente politica e operativa, che segnala una scelta precisa: esserci, subito, quando conta.
Nel pieno di una fase segnata da volatilità dei prezzi dell’energia e rischi sulle forniture, la decisione di muoversi per primi, senza preavviso e prima di qualsiasi altro leader occidentale, rappresenta un salto di qualità evidente. Non è solo una questione di presenza diplomatica: è una mossa strategica che consente all’Italia di accreditarsi come interlocutore privilegiato in un’area decisiva per gli equilibri globali. In geopolitica, come nei mercati, chi arriva per primo detta le condizioni.
Il nodo energetico è il cuore della questione. L’Italia dipende in modo significativo dai Paesi del Golfo: circa il 10% del gas naturale proviene dal Qatar e oltre il 12% del petrolio arriva dal Medio Oriente. In un contesto in cui tensioni e interruzioni delle rotte possono tradursi immediatamente in aumento dei prezzi e pressione inflazionistica, intervenire direttamente sui rapporti con i principali fornitori significa agire a monte del problema. Significa difendere famiglie e imprese prima che la crisi si scarichi sui bilanci domestici e sui conti delle aziende.
Ed è qui il punto politico decisivo: l’Italia smette di subire il prezzo dell’energia e torna a negoziarlo. È questo il vero cambio di paradigma. Non adattarsi agli shock, ma anticiparli. Non inseguire le crisi, ma governarle.
Il confronto con l’Unione Europea, anche questa volta, è inevitabile. Bruxelles ha prodotto raccomandazioni: ridurre i consumi, contenere la domanda, adattarsi. In sostanza, un vademecum su come risparmiare energia, quasi un manuale da boy scout di fronte a una crisi globale. Ma la politica non può limitarsi a gestire gli effetti, deve incidere sulle cause. E su questo terreno l’Europa continua a mostrare una evidente incapacità di azione. Mentre si distribuiscono consigli, i prezzi si muovono. E mentre si suggeriscono comportamenti, le imprese affrontano costi sempre più elevati.
L’iniziativa italiana ribalta questo schema. Non più attesa, ma azione. Non più indicazioni generiche, ma interventi concreti. È una differenza sostanziale, che i mercati colgono e che il sistema produttivo attendeva da tempo. Perché la competitività industriale si gioca anche – e soprattutto – sul costo e sulla sicurezza delle forniture energetiche.
C’è poi un elemento che rafforza ulteriormente la portata della missione: la presenza consolidata delle imprese italiane nel Golfo. Da anni aziende italiane sono protagoniste nella realizzazione di infrastrutture, impianti energetici e grandi opere, contribuendo allo sviluppo di economie tra le più dinamiche al mondo. In quell’area, il “made in Italy” non è solo un marchio, ma una garanzia di qualità e affidabilità. Gli italiani sono stimati per la loro professionalità, per la capacità di portare a termine progetti complessi, per l’eccellenza ingegneristica.
Questa missione politica si innesta su un terreno già fertile, rafforzando relazioni economiche esistenti e aprendo nuove opportunità. È un’azione che parla anche alle imprese, che consolida il loro posizionamento e ne amplia le prospettive. Non è solo diplomazia: è politica industriale nel senso più pieno del termine.
Soprattutto, è il ritorno dell’interesse nazionale come guida dell’azione di governo. Per troppo tempo si è assistito a un approccio incerto, spesso subordinato a dinamiche esterne. Oggi si vede un’Italia che decide, che si muove, che non aspetta. Un’Italia che non si limita a chiedere sacrifici ai cittadini, ma lavora per evitarli.
È esattamente questo che gli italiani chiedono: una politica che protegga, che intervenga, che anticipi le crisi invece di subirle. Una politica che non distribuisca consigli, ma costruisca soluzioni.
La missione nel Golfo è tempestività, visione, credibilità. È un segnale forte ai partner internazionali, ai mercati e al sistema produttivo. Ma soprattutto è qualcosa di più: è il ritorno di una politica che sceglie, che decide, che incide.
E se oggi l’Italia torna a muoversi per prima, a parlare con voce autonoma, a difendere senza esitazioni i propri interessi strategici, è perché qualcuno ha deciso di assumersi fino in fondo la responsabilità del governo.
Una scelta che segna una discontinuità netta. Una scelta che restituisce all’Italia peso, credibilità, centralità. E, soprattutto, una scelta di cui il Paese può essere orgoglioso.
Enrico Mattei sarebbe fiero di lei!
Antonmio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.







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