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Manifattura Italia: l’illusione è già finita. A dicembre crollo a 47.9 e l’occupazione soffre

L’indice PMI torna in contrazione a 47.9. Crisi nera per auto e acciaio, le aziende tagliano il personale. Ripresa rinviata

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Era troppo bello per essere vero, e non è durato a  lungo. Dopo il “fuoco di paglia” di novembre, che aveva illuso molti osservatori con un ritorno sopra la soglia di galleggiamento, la manifattura italiana torna bruscamente con i piedi per terra.

I dati HCOB PMI® (Purchasing Managers’ Index, indice previsionale della Hamburg Bank) di dicembre chiudono il 2025 con una nota decisamente stonata: l’indice è precipitato a 47.9, scivolando nuovamente in zona contrazione (ricordiamo che ogni valore sotto 50 indica recessione del settore) rispetto al 50.6 del mese precedente. Ecco il relativo grafico di Tradineconomics:

Un risveglio brusco, ma prevedibile

Il dato di dicembre non è solo un “passo falso”, ma rappresenta il peggior deterioramento delle condizioni operative dal marzo dello scorso anno. Ma ha davvero senso economico sorprendersi? Con una domanda interna asfittica e i mercati esteri che rallentano, pensare che la manifattura potesse correre da sola era pura utopia.

Le cause del tonfo sono chiare e impietose:

  • Crollo dei Nuovi Ordini: La componente che pesa di più sull’indice è tornata a contrarsi.

  • Produzione in calo: Le aziende producono meno perché vendono meno. Semplice e brutale.

  • Settori in crisi: L’acciaio e l’automotive sono le palle al piede dell’industria. Tutte conseguenze delle politiche industriali europee, confuse e contrattive, unite alla specifica fuga di Stellantis dall’Italia..

L’occupazione paga il prezzo

Il dato forse più allarmante, che spesso viene nascosto sotto il tappeto delle statistiche generali, riguarda il lavoro. Le aziende manifatturiere hanno tagliato il personale per l’intero ultimo trimestre. Non si tratta solo di licenziamenti diretti, ma di un blocco del turnover: chi se ne va, non viene sostituito. Quando la produzione cala e gli ordini svaniscono, la “flessibilità” diventa sinonimo di riduzione degli organici. È la logica conseguenza di un sistema che comprime la domanda aggregata.

Scorte, Prezzi e la “Guerra” degli Sconti

Per cercare di svuotare i magazzini e stimolare una domanda inesistente, le aziende hanno dovuto ricorrere agli sconti sui prezzi di vendita. Certo, l’inflazione sui costi è scesa rispetto ai record passati, ma resta presente su materie prime chiave come acciaio, alluminio e legno.

In sintesi: si vende a meno, si produce di meno e si riducono gli acquisti. Un quadro deflazionistico da manuale che dovrebbe far riflettere chi, a Francoforte o a Roma, pensa che l’economia si guidi col pilota automatico.

Uno spiraglio per il 2026?

Nonostante il disastro di dicembre, il report segnala un “leggero miglioramento” nella fiducia per l’anno appena iniziato, legato al lancio di nuovi prodotti. Ottimismo della volontà semplice “Wishfull thinking”? Staremo a vedere se il 2026 porterà una vera ripresa o se continueremo a festeggiare rimbalzi tecnici destinati a svanire in trenta giorni.


2. DOMANDE E RISPOSTE

Cosa significa che l’indice PMI è sceso a 47.9? Significa che il settore manifatturiero è in contrazione. L’indice PMI (Purchasing Managers’ Index) ha una soglia spartiacque a 50: sopra indica espansione, sotto indica recessione del settore. Scendere da 50.6 a 47.9 in un solo mese è un segnale molto negativo, indicando che le aziende stanno ricevendo meno ordini e riducendo la produzione.

Perché i settori auto e acciaio sono citati come i più problematici? Questi settori sono ciclici e altamente sensibili ai costi energetici e alle normative. La crisi dell’automotive, in particolare, riflette sia la confusione sulla transizione ecologica imposta dall’UE, sia il calo del potere d’acquisto dei consumatori che rimandano l’acquisto di beni durevoli costosi. Se l’auto si ferma, si ferma anche l’indotto dell’acciaio.

Quali sono le conseguenze per i lavoratori? Le conseguenze sono già visibili: le aziende hanno smesso di assumere e non rimpiazzano chi va in pensione o si dimette (mancato turnover). Se la tendenza alla contrazione degli ordini dovesse proseguire nel 2026, il rischio è che dal blocco delle assunzioni si passi a riduzioni del personale più strutturali e dolorose per salvaguardare i margini.

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