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MA IL VERO DRAMMA NON E’ LA RECESSIONE. SONO LE BANCHE E I MEDIA di Luigi Luccarini.

 

E vero, l’argomento del giorno è la recessione.

Ma noi facciamo però conto di averlo già esaurito e, come avviene nei consigli di amministrazione o, se volete, nelle riunioni di condominio, passiamo a trattare delle “varie ed eventuali”, che poi sono quella parte delle riunioni in cui si affrontano in genere le questioni più importanti.

Procediamo quindi per capitoli, iniziando dal più recente.

IL DRAMMA VIRTUALE: IL PMI MANIFATTURIERO

Venerdì è stato comunicato il dato relativo all’indagine mensile tra i direttori degli acquisti delle imprese manifatturiere, il cui indice (PMI) a gennaio si e’ attestato a 47,8 per il quarto mese consecutivo sotto la soglia 50, un livello che prefigura, per l’appunto, recessione.

E’ il peggioramento maggiore da maggio 2013; però, come spesso accade, il risalto mediatico offerto a questa rilevazione è trasceso nell’uso politico con la conseguenza di nuovi dibattiti surreali su giornali e TV.

Un’analisi oggettiva, al contrario, può far capire che l’Italia, stando proprio a questo indicatore, sta vivendo una stagione di crisi non molto dissimile da quella dell’intera Eurozona (attenzione: non l’Europa, ma quella parte che fa capo a BCE come Banca Centrale). Anche se non per tutti i paesi dell’area si può parlare, al momento, di recessione.

Il sondaggio condotto fra i responsabili della aziende mostra infatti per l’Eurozona un indice PMI manifatturiero medio a 50,5 punti, ai limiti quindi dell’apertura di quella fase.

Ma è indiscutibile che il trend di crescita si sia interrotto e non da oggi.

(PMI manifatturiero Eurozona)

Si dirà: l’Italia, con il suo 47,8 va un po’ peggio degli altri ed è ampiamente sotto la media.

Ed in fondo l’osservazione è giusta, solo se però tiene conto di alcuni fattori.

(PMI manifatturiero Italia)

Il primo è che le condizioni della nostra economia sono tali da prefigurare un livello di produzione comunque inferiore alla media europea.

Non è una novità, ma la vediamo rappresentato anche dal precedente istogramma che ci indica un possibile “punto di equilibrio” del nostro PMI intorno a 52,5/53 punti, mentre quello Eurozona vale circa 55.

Il secondo è che l’indice dista al momento 5 punti dal livello che ripristinerebbe la “normalità” del ciclo economico, cioè un suo trend ascendente.

Esattamente come avviene per tutta l’area dell’Euro.

Esattamente come sta avvenendo in  Germania

(PMI manifatturiero Germania)

Già, perché  nel silenzio della nostra “libera” stampa si è consumato un piccolo dramma anche a Berlino, con il PMI manifatturiero per il secondo mese consecutivo sotto quota 50 e 5 punti al di sotto del suo valore minimo di equilibrio.

Insomma se non è recessione globale, nell’area dell’Euro, le somiglia molto da vicino.

Ed anche se alcune nazioni si comportano meglio: la Francia con il suo PMI a 51,2 punti e la Spagna che addirittura lo porta a 52,4 punti, la sostanza non cambia. Perché anche in questi casi siamo lontani dal quel valore mediano di 55.

Ma non è un caso che Francia e Spagna, vale a dire i due paesi più impegnati nel generare deficit di bilancio statale siano quelli che al momento soffrono meno la bassa congiuntura globale.

Questo a beneficio dei cultori e fautori della sovranità della Commissione EU.

Come va invece al di fuori dall’area dell’Euro?

Decisamente meglio, anche se in un quadro macroeconomico tendenzialmente ribassista.

Così ad esempio in Gran Bretagna.

(PMI manifatturiero Gran Bretagna)

Il Regno Unito, quasi per tradizione, cresce con moderazione, ma rispettando una trendline ciclica che da anni impedisce veri e propri tracolli.

Attualmente il valore di equilibrio del suo PMI è intorno a 50 e i britannici ci si trovano al di sopra, nonostante la paventata apocalisse Brexit.

E i padroni del pianeta, gli Stati Uniti?

(PMI manifatturiero Stati Uniti)

Anche in questo caso siamo al di sotto del livello di equilibrio (55/55,5) seppur di poco.

Comunque ben distanti dal limite di 50.

Teniamo conto inoltre del fatto che la recente crescita è quasi tutta farina del sacco dell’amministrazione Trump, visto che il secondo quadriennio di Obama  si era concluso con i prodromi di una crisi di proporzioni spaventose, segnalata da un PMI che da un valore massimo di 62 stava letteralmente precipitando.

Le conseguenze – catastrofiche per tutto il pianeta – le lascio solo immaginare. Il fatto è che soltanto per aver evitato questo disastro, Trump andrebbe ringraziato.

Morale finale, da sottoporre al voto degli azionisti o dei condomini, fate voi.

L’economia mondiale è tuttora in una fase di forte contrazione, alla ricerca di un nuovo “minimo” dal quale ripartire.

Che però sta assumendo i connotati di una vera e propria recessione soltanto in Europa. Anzi per essere precisi nell’area soggetta alla BCE del Governatore Mario Draghi.

Ed all’interno di quest’ultima, sta peggio chi è stato condannato ad un regime di austerità o autoimponendoselo (la Germania) o venendone obbligato (l’Italia). E stiamo parlando dell’area soggetta a Juncker e soci.

IL DRAMMA VERO: LO STATO DELLE BANCHE EUROPEE

Piuttosto, nel silenzio quasi generale dei nostri media, si è consumato nell’ultima settimana una sorta di massacro borsistico dei titoli bancari dell’Europa continentale.

Il nostro indice di settore, FTSE Italia All Share Banks, è sceso di oltre il 5%, riportando i valori di capitalizzazione del comparto molto vicini ai minimi fatti registrare all’apice delle precedenti crisi – quella del 2011/12 e quella del 2015/16.

Ora, per qualcuno gli andamenti di Borsa sono irrilevanti per valutare lo stato di salute di un’azienda, o di un settore.

Errore: perché proprio quelli sono l’unico elemento oggettivo per stabilire come il mercato li prezza.

Errore doppio, poi, se si considera che in forza delle partecipazioni incrociate, il patrimonio di un’azienda (e quindi per esteso di un paese) è molto sensibile agli andamenti di Borsa.

E siccome parliamo di aziende che forniscono il carburante all’economia di un paese, in questo caso addirittura di un continente, c’è poco da scherzare.

La cosa a dir poco stupefacente, al riguardo, è che questo generale tracollo riguarda quasi esclusivamente le banche  soggette alla vigilanza ed alla politica monetaria BCE.

Che durante la gestione del Governatore Mario Draghi hanno perso rovinosamente: quelle tedesche il 68% del loro valore e quelle italiane il 63%.

Nello stesso periodo in cui le banche del Regno Unito hanno saputo mantenere più o meno le stesse quotazioni.

Mentre negli Stati Uniti l’indice di settore (SPSY) faceva registrare un rialzo del 95% con picchi fino al 130% prima della crisi di novembre/dicembre.

Come può essere accaduta una cosa del genere ce lo potrebbe spiegare solo il diretto responsabile, Mario Draghi, che però si è limitato, durante l’ultima audizione in Parlamento Europeo, a dichiarare che il settore bancario è “molto più solido rispetto all’inizio della crisi” (quale crisi delle tante?), scatenando da quel momento una nuova ondata di vendite, quasi di panico.

Che poi non si tiri in ballo il “whatever it takes” o altre simili amenità, dal momento che dal novembre 2011, data in cui Draghi ha assunto la carica, l’Euro/dollaro si è portato da 1,38/1,39 all’attuale 1,14 e l’Euro Index (che misura il rapporto della valuta continentale con tutte le altre principali del mondo) è sceso da 109 a 92.

Un crollo anche qui, insomma.

Nel contempo i tassi di riferimento sono stati da tempo azzerati, precludendo così qualsiasi possibile manovra di shock monetario espansivo; l’inflazione è rimasta al palo, anzi si è convertita in un processo deflattivo senza precedenti, ben evidenziato dai rendimenti offerti dal Bund tedesco (0,167% il decennale nell’ultima rilevazione).

Tutto questo ha comportato l’intensificarsi da un lato di una “trappola di liquidità” che dura ormai da anni, e dall’altro la creazione di una “bolla” gigantesca sui titoli obbligazionari sovrani, in special modo su quelli della Germania, agevolata dal fatto che gli acquisti in QE di Francoforte hanno sempre osservato un rigido criterio di proporzionalità basato sulle quote di partecipazione in BCE, privilegiando così il Bund – che certo non aveva gran bisogno di questa domanda supplementare.

Morale finale, da sottoporre al voto degli azionisti o dei condomini, fate voi.

Banche ed istituzioni finanziarie europee sono piene di titoli che neppure valgono il costo della carta con cui si stampano e se si dovesse in qualche modo verificare un’impennata del loro rendimento, soffrirebbero a quel punto una tale minusvalenza patrimoniale da mettere a rischio (serio, concreto e difficilmente redimibile) la stabilità dell’intero sistema del credito europeo.

Che nel frattempo non riesce in alcun modo a generare presupposti di crescita nel continente. Rendendo l’Europa una sorta di sanguisuga che dal 2011 vive qualche fiammata di rilancio soltanto sfruttando le vocazioni rialziste dell’economia di altri paesi e zone del mondo, grazie alla generale svalutazione della sua moneta e delle sue attività.

Ma noi  continuiamo a sperare che il prossimo Governatore BCE non sia Draghi, né uno come lui.

Anche se il compito che lo attende sarà molto complicato e gli spazi di manovra assai sottili.

IL DRAMMA NASCOSTO: LO STATO DEI MEDIA ITALIANI

La domanda a questo punto, come diceva un tale, sorge spontanea: come mai però nei nostri media si legge e si ascolta  una realtà completamente rovesciata rispetto a quanto desumiamo dall’osservazione dei mercati?

Semplice, perché si tratta di strumenti al servizio non della platea dei lettori, ma di altre istanze.

Che poi neppure interessa così tanto stabilire quali siano.

Fatto sta che l’utente finale ha compreso benissimo la situazione e, stanco di leggere ed ascoltare l’elogio incondizionato di Draghi, Juncker, Moscovici e compagnia; saturo dei pietismi a senso unico sui migranti, e dell’europeismo spinto oltre ogni limite, reagisce in modo inequivocabile.

“Scaricando” tutti i players dell’informazione made in Italy.

La conseguenza è quella che possiamo agevolmente vedere confrontando l’indice italiano del settore con quello europeo (STOXX 600 Media Sector)

Insomma, più chiaro di così non si può.

Morale finale, da sottoporre al voto degli azionisti o dei condomini, fate voi.

Puoi continuare a fare a campagne d’informazione fondate sull’elogio incondizionato dei Draghi, Juncker, Moscovici e compagnia; ossessionando la tua platea con storie di migranti e dimostrando il tuo tifo per l’europeismo e il globalismo più spinti e contro il tuo paese, ma alla fine sarai il primo a cadere, perché il pubblico ti abbandonerà

Basta vedere cosa sta succedendo al Gruppo Gedi, attualmente il più importante editore di carta stampata (17 quotidiani) ed anche il più strenuo e convinto attivista di quella campagna informativa.

Un andamento, ormai quasi ciclico, ampiamente al di sotto della media del settore italiano, già fortemente sottoperformante rispetto a quello europeo.

Un risultato più che chiaro addirittura impietoso.

@luigiluccarini


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