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L’UOMO È PER L’EUROPA O L’EUROPA È PER L’UOMO? Ovvero: quanti di noi se la sentono davvero di “morire per Maastricht”?

Non so spiegare davvero il motivo (forse perché ho passato un’ora a spiegare Parmenide a mio figlio quindicenne e svogliato, o forse per una conversazione via chat con un carissimo amico sui temi in questione), stasera voglio affrontare il pressante dilemma “uscire dall’euro sì o no?” da un punto di vista prettamente filosofico e, come intuibile dal titolo, anche un po’ etico-teologico.

L’obiezione che i più fra i sostenitori in buona fede della bontà dell’Unione europea e della necessità di salvarla in qualsiasi modo (da cui il corollario: ogni ricetta per la ripresa “stando nell’euro”, anche se fa acqua da tutte le parti, è sempre preferibile rispetto ad un programma serio, argomentato e inoppugnabile di salvataggio tramite eurexit) è, più o meno questa: “io ci tengo troppo all’Europa, amo tantissimo l’idea dell’Europa unita e quindi sto dalla parte di chi combatte per restarci”.

Analizzo dunque tale impostazione di pensiero sotto i profili che ritengo interessanti:

1) profilo fideistico: in questa posizione traspare un’evidente atteggiamento di devozione e fede quasi religiosa nella bontà del disegno dell’Unione europea, confortato dal convincimento per cui se l’Europa va male, è perché queste regole sono sbagliate, quindi basta cambiare le regole e andrà benissimo.

2) profilo logico e concettuale: l’affermazione sopra riportata dimostra che chi la fa confonde Europa ed Eurozona, equivoco assai diffuso ma non per questo di poco conto, e sovrappone altresì il concetto di Europa, che da sempre designa un’area geografica, fisica o politica che sia, con l’ideale (ad oggi astratto) di Europa come entità politica autonoma e sovraordinata rispetto alle singole nazioni europee (ciò che l’Unione Europea oggi vuole essere, di fatto, senza esserlo giuridicamente, cioè legittimamente).

3) profilo etico e teleologico: l’assunto in questione tradisce però anche una sottesa implicazione riguardante il rapporto fra cittadino e istituzioni, o più in genere fra uomo e strutture della società: chi accetta ogni contraddizione e compromesso in nome del “sogno europeo” accetta conseguentemente di sacrificare l’essere umano ed i suoi caratteri più importanti (libertà, dignità, integrità, salute) di fronte ad esigenze “superiori”, alla stregua di un sacerdote precolombiano che non esitava ad immolare le vergini per placare le ire del dio adirato e vendicativo. Approccio magnificamente illustrato dal nostro esimio ex presidente del consiglio Enrico Letta nel suo pamphlet “Morire per Maastricht” (lettura sconsigliata a chi soffre di fegato), da cui ho copiato il sottotitolo.

Sorvolando momentaneamente sul dettaglio per cui cambiare le “regole europee” non significa nulla se non implica modificarne l’architettura complessiva, ovvero gli assetti istituzionali (il che, come per ogni edificio, richiede prima una demolizione e poi una ricostruzione, ovvero ciò che noi “noeuro” chiediamo) e omettendo di riportare le sacrosante considerazioni avanzate dai migliori giuristi del nostro Paese (che quanto a cultura giuridica, mi si permetta, non prende lezioni da NESSUNO) sulla legittimità dei Trattati europei e dell’attuale assetto istituzionale dell’intera UE, mi soffermo sul terzo profilo sopra indicato.

La necessità di un profondo ripensamento, successivo ad una propedeutica pausa di riflessione (e – non guasterebbe – adeguato mea culpa da parte da chi di dovere) sull’esistenza di fini democratici nel progetto europeo, prima ancora che della loro puntuale individuazione, è stata fatta notare da commentatori di indubbia autorevolezza ma decisamente con minimo riscontro nel dibattito politico-cultural-mediatico. La sensazione, invero, che l’intera impalcatura europea ed in specie eurocentrica poggi su basi più correttamente identificabili in interessi economico-finanziari di soggetti privati con radicamento sovranazionale, che su valori e obiettivi riguardanti le economie reali e gli interessi dei cittadini, è ormai diffusa a vari livelli, non più ristretta alla cerchia dei presunti “complottisti” o “comunisti” che dir si voglia.

Sarebbe il caso, dunque, di riavvolgere la bobina del dibattito e ripartire dall’inizio, da quello che dovrebbe essere il primo ordine di questioni, ovvero: Che cos’è lo Stato (nazionale o federale che sia)? Quali sono i suoi fini (o meglio, quali dovrebbero essere)? Qual’è dunque il compito dello Stato, se non quello di perseguire i fini che è chiamato a realizzare? E di conseguenza, i cittadini ed i loro interessi e diritti, che ruolo hanno nel quadro finalistico dello Stato contemporaneo? Che ne facciano parte, possiamo darlo per scontato, o no?

Vi do la mia visione, per non peccare di ambiguità: per me lo Stato è (deve essere) l’organismo sociale più elevato, superiorem non recognoscens, che si legittima solo ed unicamente in quanto fondato su basi democratiche, ovvero sulla sovranità popolare.

I suoi fini devono essere necessariamente quelli di tutela e garanzia dei diritti inalienabili della persona umana, in particolare (anche se non esclusivamente) dei propri cittadini, quindi la sua azione deve essere orientata nel senso di rendere effettivo e generalizzato nella comunità nazionale il godimento e la libera estrinsecazione di tali diritti. Il fine sociale pertanto è ineludibile, anche in quanto intrinsecamente connesso al rispetto dei valori fondamentali di libertà, uguaglianza e solidarietà propri di ogni Stato civilizzato moderno.

Ne discende che ogni obiettivo della politica di uno Stato non può mai prescindere, né tantomeno e giammai porsi in contrasto con gli interessi della comunità dei cittadini che lo compongono, o con la autonomia, democraticità e sovranità dello Stato medesimo.

Questa è la mia visione, e voglio credere che sia la visione della maggioranza degli Italiani.

A questo punto, parafrasando le parole di chi ha dato lezioni di vita, etica e saggezza a tutta l’umanità negli ultimi due millenni, chiedo a voi di rispondere, secondo la vostra sensibilità, all’interrogativo posto in epigrafe: l’uomo è per l’Europa, o l’Europa è per l’uomo?

(Ma non datemi la colpa se poi vi scoprirete un po’ Farisei…)

Francesca Donato

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