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L’Ultimatum di BASF a Bruxelles: il sistema ETS è “obsoleto” e sta uccidendo la chimica europea

BASF lancia l’allarme rosso: il sistema ETS dell’UE è obsoleto e i costi della CO2 stanno schiacciando la chimica europea. “Siamo l’unica regione al mondo a pagare per le emissioni, è un disastro competitivo”.

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Mentre a Bruxelles si continuano a lucidare le medaglie del Green Deal, nel mondo reale, quello dove si producono beni e si pagano stipendi, suonano le sirene d’allarme. E non sono sirene qualsiasi: a parlare è Markus Kamieth, il numero uno di BASF, il colosso chimico che per decenni è stato il motore industriale della Germania e dell’Europa intera.

In un’intervista rilasciata al Financial Times, Kamieth non ha usato mezzi termini: l’Unione Europea deve aggiornare immediatamente il suo sistema di scambio di quote di emissione (ETS), definito ormai “obsoleto”, e riconsiderare l’eliminazione graduale dei crediti gratuiti. In caso contrario? Semplice: il disastro per l’industria chimica europea.

Un vantaggio competitivo regalato al resto del mondo

Il problema, come spesso accade, è l’asimmetria. I produttori chimici europei si trovano in una situazione di svantaggio competitivo strutturale rispetto a qualsiasi altro concorrente globale. L’Europa, fa notare Kamieth, è “l’unica regione al mondo” dove l’industria è costretta a pagare per le proprie emissioni di anidride carbonica.

Il meccanismo è noto, ma vale la pena ricordarlo:

  • Le aziende europee devono acquistare permessi di carbonio tramite l’ETS.
  • Ogni anno ricevono una certa quantità di permessi gratuiti.
  • Bruxelles ha pianificato l’eliminazione graduale di questi permessi gratuiti per forzare la transizione verso lo “zero netto”.

Il risultato? Un’esplosione dei costi energetici e operativi che non ha eguali negli USA o in Asia. BASF sta già pagando “centinaia di milioni” (cifre a tre zeri) ogni anno per questi permessi. Ma il peggio deve ancora venire:

  • Se non ci sarà una riforma, i costi si moltiplicheranno drammaticamente l’anno prossimo.
  • Secondo le stime del CEO, la spesa totale delle aziende europee per questi permessi potrebbe toccare il miliardo di euro entro il 2030.

Il fallimento del CBAM: da scudo a zavorra

La burocrazia europea aveva pensato a una soluzione: il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il dazio sulla CO2 alla frontiera, entrato in vigore quest’anno. Sulla carta, doveva servire a mettere gli importatori extra-UE (che producono a basso costo e senza vincoli ambientali) sullo stesso piano delle aziende locali.

Nella realtà, come spiega Kamieth, sta accadendo l’opposto. Invece di proteggere, il CBAM sta solo aggiungendo ulteriori costi, rendendo le importazioni di materie prime più care a causa degli oneri di conformità burocratica. Un capolavoro di eterogenesi dei fini: volevano proteggere l’industria, la stanno soffocando con la carta bollata.

Un settore al collasso: i dati di Cefic

Le parole di BASF non sono isolate. Kamieth, che è anche presidente del Consiglio Europeo dell’Industria Chimica (Cefic), fa eco a un grido di dolore che arriva da tutto il settore. Marco Mensink, direttore generale di Cefic, ha fornito la settimana scorsa un quadro a tinte fosche che dovrebbe far tremare i polsi ai commissari europei:

  • Chiusure raddoppiate: Il tasso di chiusura degli impianti è raddoppiato in un solo anno.
  • Investimenti azzerati: Gli investimenti annuali sono dimezzati e vicini allo zero.
  • Accelerazione della crisi: La velocità del declino sta aumentando, non rallentando.

“Il settore è sotto forte stress e si sta spezzando”, ha dichiarato Mensink. Serve un’azione decisiva quest’anno, con un impatto reale “a livello di fabbrica”, non solo nelle slide di presentazione della Commissione.

Che farà l’Europa?

L’Europa si trova di fronte a un bivio: continuare a perseguire un’agenda ideologica che ignora le dinamiche dei costi globali, oppure ascoltare chi le fabbriche le gestisce. Se la “locomotiva” tedesca BASF segnala che il binario finisce nel burrone, forse è il caso di tirare il freno d’emergenza sul sistema ETS. Prima che l’unica cosa “sostenibile” rimasta in Europa sia la disoccupazione, ma questo difficilmente smuoverà una commissione UE che è ideologicamente marchiata.

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