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Lockheed Martin svela “Lamprey”: il drone sottomarino parassita che cambia le regole della guerra navale
Lockheed Martin presenta un drone rivoluzionario che imita la natura: si aggancia agli scafi per ricaricarsi, lancia missili e spia i nemici restando invisibile.

L’industria della difesa americana punta sulla biomimetica: presentato un UUV capace di agganciarsi agli scafi per ricaricarsi e colpire di sorpresa.
La natura, spesso, ha già risolto problemi ingegneristici complessi milioni di anni fa. Lockheed Martin sembra aver preso alla lettera questo principio svelando la sua ultima creatura: il Lamprey (Lampreda). Si tratta di un veicolo sottomarino autonomo (MMAUV – Multi-Mission Autonomous Undersea Vehicle) che promette di rivoluzionare il concetto di persistenza e letalità nelle profondità oceaniche. Non è il solito drone, ma un sistema “parassita” intelligente, progettato per viaggiare agganciato allo scafo di navi amiche (o potenzialmente nemiche), ricaricarsi durante il tragitto e dispiegarsi solo quando necessario.
L’arte dell’autostop sottomarino
Il problema principale dei droni sottomarini è sempre stato l’autonomia. Le batterie durano poco e la propulsione sott’acqua richiede molta energia. La soluzione di Lockheed Martin è geniale nella sua semplicità concettuale: copiare la lampreda, il pesce parassita che si attacca agli altri pesci con una bocca a ventosa.
Il drone Lamprey è dotato di un sistema di ancoraggio che gli permette di attaccarsi allo scafo di sottomarini o navi di superficie. Una volta agganciato, non si limita a farsi trasportare passivamente verso la zona operativa (“zona calda”), ma utilizza idrogeneratori per ricaricare le proprie batterie sfruttando il flusso dell’acqua generato dal movimento della nave ospite.
In termini operativi, questo significa che il drone può arrivare in teatro operativo con le batterie al 100%, fresco e pronto all’azione, senza aver consumato una sola tacca di energia per il transito. Una capacità che estende il raggio d’azione della marina USA virtualmente ovunque ci sia una carena a cui attaccarsi.
Un arsenale in 0,7 metri cubi
Nonostante le dimensioni contenute e la forma squadrata, necessaria per massimizzare il volume interno, il Lamprey è un vero e proprio “coltellino svizzero” della guerra navale. Lockheed Martin ha confermato che il veicolo dispone di un vano di carico modulare di circa 24 piedi cubi (circa 0,7 metri cubi), sufficienti per ospitare una varietà sorprendente di sistemi offensivi e di ricognizione.
Ecco le configurazioni principali evidenziate dai render e dalle note tecniche:
Droni Aerei (UAV): Il Lamprey può lanciare fino a sei droni aerei tramite tre lanciatori binati retrattili. Questi piccoli velivoli possono fornire sorveglianza oltre l’orizzonte o effettuare attacchi cinetici (kamikaze).
Mini-Siluri: Il drone può agire come un sottomarino d’attacco in miniatura, lanciando piccoli siluri contro naviglio leggero o altri droni sottomarini.
Guerra Elettronica e Decoys: Può rilasciare esche simili al Mk 39 EMATT, che simulano la firma acustica di un grande sottomarino per confondere i sonar nemici, oppure sonoboe per la rilevazione passiva.
Nodo di Comunicazione: Il drone può fungere da ponte radio, emergendo parzialmente per trasmettere dati aerei (ad esempio a un F-35) o posandosi sul fondale per agire come sentinella silenziosa.
Implicazioni strategiche: la “Sea Denial” a basso costo
L’aspetto più interessante per gli analisti, e qui entriamo nel campo caro a chi osserva le dinamiche dell’industria della difesa, non è tanto la tecnologia in sé, ma come questa modifichi l’economia della guerra.
Attualmente, per pattugliare un braccio di mare serve una fregata o un sottomarino nucleare, con costi operativi di centinaia di migliaia di dollari al giorno. Il Lamprey permette di seminare “campi minati intelligenti” o reti di sorveglianza persistenti a una frazione del costo. Immaginate una nave madre che passa vicino a uno stretto strategico e “sgancia” discretamente una decina di questi droni. Questi possono posarsi sul fondo, dormienti, attivandosi solo al passaggio di navi nemiche per segnalarne la posizione o attaccarle.
Inoltre, la capacità di aggancio solleva uno scenario inquietante: la possibilità che il Lamprey si attacchi a navi nemiche in porto o in transito, agendo come una mina magnetica (Limpet mine) ultra-tecnologica, pronta a esplodere o a sabotare i sensori della nave ospite a comando. Pensate se poi, entrato in porto, sgnaciasse i propri droni.
La concorrenza non dorme
Lockheed Martin non è sola in questa corsa. Il settore dei droni sottomarini è in fermento. L’azienda Anduril, ad esempio, sta sviluppando la famiglia di veicoli Copperhead e il più grande Ghost Shark, puntando su concetti simili di modularità e basso costo. Anche la Cina, come dimostrato nelle recenti parate militari a Pechino, sta investendo massicciamente in UUV (Unmanned Underwater Vehicles) di varie dimensioni.
Tuttavia, il sistema di ricarica “parassita” del Lamprey sembra offrire un vantaggio logistico unico. Mentre altri droni devono tornare alla base o essere recuperati per fare rifornimento, il Lamprey ha solo bisogno di un “passaggio” per tornare operativo.
Conclusioni: verso la guerra dei robot?
Siamo di fronte a un cambio di paradigma. La Marina USA sta cercando disperatamente modi per aumentare il numero dei propri scafi (“Distributed Lethality”) senza dover costruire nuove, costosissime navi da guerra che richiedono anni di cantiere. Droni come il Lamprey offrono una soluzione rapida: trasformano ogni nave esistente in una portaerei o in un porta-sottomarini.
Resta da vedere quale sarà il costo unitario finale e l’affidabilità di questi sistemi in acque turbolente o in scenari di guerra elettronica intensa. Ma una cosa è certa: le profondità marine stanno diventando sempre più affollate, e non solo di pesci.











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