Arabia Saudita

Lo Stretto di Hormuz e la trappola energetica: cosa rischia l’economia globale se l’Iran blocca il greggio

Oltre il 20% del petrolio mondiale passa dallo Stretto di Hormuz. L’escalation militare tra USA e Iran minaccia la rotta commerciale: ecco perché i prezzi dell’energia e l’inflazione globale rischiano un nuovo, drammatico shock.

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Ogni volta che le tensioni tra Iran e Stati Uniti tornano a salire, il mondo intero si ritrova a fissare con apprensione una sottile striscia d’acqua sulla mappa geografica. Con la portaerei nucleare USS Gerald R Ford in rotta verso il Golfo Persico, anche se senza fretta, assistiamo a uno dei più imponenti dispiegamenti militari americani nella regione dal 2003. Questa volta, nel mirino di Washington c’è Teheran.

L’Iran, per tutta risposta, ha recentemente annunciato la chiusura temporanea di alcune sezioni dello Stretto di Hormuz per esercitazioni militari a fuoco vivo. Una mossa che suona come un avvertimento fin troppo chiaro: se si passa alle vie di fatto, le conseguenze economiche per l’Occidente saranno devastanti. Ancora una volta, il destino della nostra complessa e fragilissima globalizzazione è appeso a un braccio di mare largo appena 33 chilometri , ma capace di mettere in ginocchio l’industria mondiale.

I numeri di un imbuto d’oro

Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio marittimo, è l’arteria giugulare del sistema energetico globale. Posizionato tra l’Iran a nord e Oman e ed Emirati Arabi Uniti a sud, è l’unico collegamento via mare tra il Golfo Persico e il Mar Arabico.

Per comprendere la magnitudo del problema, diamo un’occhiata ai freddi numeri forniti dall’Energy Information Administration (EIA) per il 2024:

Risorsa Energetica Volume di Transito (2024) Valore Economico / Quota Globale Principali Destinazioni
Petrolio (Greggio) ~20 milioni di barili al giorno ~$500 miliardi annui (20% del totale) Asia (84%)
Gas Naturale Liquefatto (GNL) 20% delle spedizioni globali Fondamentale per le reti elettriche Asia (83%)

I principali clienti di questa rotta sono le potenze asiatiche. Cina, India, Giappone e Corea del Sud assorbono il 69% di tutto il greggio che attraversa lo stretto. Le loro fabbriche, che producono i beni di consumo di cui l’Occidente è dipendente, si fermerebbero senza un flusso ininterrotto di energia dal Golfo.

La geografia come arma asimmetrica

Il diritto internazionale stabilisce che gli Stati esercitino la propria sovranità fino a 12 miglia nautiche (22 km) dalle loro coste. Nel suo punto più stretto, Hormuz rientra interamente nelle acque territoriali di Iran e Oman. Questa è una realtà geografica ineluttabile che conferisce a Teheran un vantaggio tattico sproporzionato rispetto al suo reale peso militare globale.

Se la Repubblica Islamica decidesse di ostruire il traffico delle circa 3.000 navi mensili, non avrebbe bisogno di incrociatori all’avanguardia. Le opzioni iraniane si basano sulla guerra asimmetrica:

  • Posizionamento di mine navali.
  • Utilizzo di sciami di barchini veloci armati di missili antinave.
  • Impiego di sottomarini e mezzi semisommergibili difficili da intercettare.

A complicare ulteriormente il quadro ci pensano le dinamiche regionali. Gli Houthi in Yemen, vicini a Teheran, hanno già dimostrato di poter disturbare gravemente il traffico nello Stretto di Bab al-Mandab. Una pressione coordinata su entrambi i colli di bottiglia (Hormuz e Mar Rosso) sarebbe un colpo fatale per la logistica marittima.

L’impatto macroeconomico: inflazione e shock dell’offerta

Dal punto di vista economico, uno shock in quest’area rappresenta l’incubo perfetto. Colby Connelly, di Energy Intelligence, ha avvertito che una chiusura porterebbe i prezzi del petrolio abbondantemente sopra i 100 dollari al barile.

Il motivo è semplice: non ci sono alternative praticabili. Circa il 70% della capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC+ si trova proprio all’interno del Golfo Persico. Sebbene Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongano di alcuni oleodotti per aggirare lo stretto , ma la loro capacità è del tutto insufficiente a compensare un blocco totale.

Oleodotti per aggirare lo stretto di Hormuz

Un rincaro energetico di questa portata si tradurrebbe immediatamente in un aumento dei costi di produzione e di trasporto a livello globale. Le aziende scaricherebbero questi costi sui consumatori. Il risultato? Una fiammata inflazionistica che agirebbe come una brutale tassa regressiva, distruggendo la domanda aggregata, impoverendo la classe lavoratrice e costringendo le banche centrali a mantenere tassi d’interesse penalizzanti per l’economia reale.

Non parliamo solo di barili di petrolio, parliamo di una minaccia tangibile ai risparmi e alla tenuta industriale delle nazioni importatrici. E di fronte a un simile scenario, c’è da chiedersi se l’escalation militare sia davvero un rischio che l’economia globale può permettersi di correre.

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