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L’IS FRA GUERRA E RELIGIONE – 3 (fine)

Mettendo insieme tutti i dati cui si è accennato, non è che ci siano molte ragioni d’ottimismo. I Paesi che più seriamente potrebbero essere interessati ad un’eliminazione dell’Is non sono molto qualificati, dal punto di vista militare. La Siria non è nemmeno riuscita a battere i suoi ribelli, ed ha di fatto abbandonato il nord del suo territorio all’Is. L’Iraq non ha la forza di scacciare questi nuovi barbari da Mosul. Gli unici due Stati che veramente potrebbero battere l’Is – la Turchia e l’Iran – non hanno molta tendenza – o interesse – a farlo, e dunque, malgrado i bombardamenti degli occidentali, della Giordania e di altri, probabilmente l’Is non sarà eliminato dalla carta geografia. Quanto meno non a breve scadenza.

Naturalmente la tranquillità militare dell’Is ha come condizione che esso non tiri la coda di qualche leone addormentato. Il più vicino è l’Iran. Questo Paese è moderatamente interessato al problema e la sua ostilità è più religiosa che politica, ma se il “califfo” commettesse l’errore di maltrattare seriamente gli sciiti irakeni, Tehran potrebbe intervenire pesantemente e forse in modo risolutivo.

Se poi i dirigenti dell’Is mancassero di prudenza al punto di credere di poter conquistare interi Paesi occidentali col terrorismo, rischierebbero di provocarne la reazione e allora sì potrebbero essere dolori. Un conto è fare la guerra per motivi ideologici, un altro è farla col sentimento della legittima difesa.

Al riguardo ci sono precedenti storici. Il più lontano nel tempo è forse la guerra contro i pirati di Pompeo Magno. Questi criminali imprendibili imperversavano nel Mediterraneo e infatti Pompeo non andò a cercarli in mare: attaccò le città in cui costoro avevano le loro basi e le distrusse così bene, che i mari ridivennero sicuri. Un secondo esempio, anche questo nato dalla pirateria, fu la spedizione francese del 1830, in Algeria, che pose fine a quella forma di banditismo e nel contempo condusse alla colonizzazione di quella regione. Un terzo esempio è la guerra in Afghanistan. Anche qui abbiamo avuto uno Stato che dava ricetto ai terroristi, ma purtroppo stavolta non si può essere sicuri che l’operazione abbia successo. Per oltre un decennio gli eserciti occidentali hanno assicurato alcune libertà (per esempio il diritto allo studio per le donne) ma partito l’ultimo soldato americano è tutt’altro che sicuro che l’Afghanistan continui ad essere laico e democratico. Qui si può avere una conferma della corrispondenza fra la civiltà di un popolo e le sue istituzioni politiche.

La situazione non è rosea. O l’Is è abbattuto dall’interno, o non c’è molto da fare. E tuttavia, se è permesso esprimere un parere personale, tra la sopportazione e l’invasione dell’Is, con tutti i problemi conseguenti, ci sarebbe una soluzione intermedia. Ammettiamo che il “califfo” invii a ripetizione dei terroristi in un Paese europeo fino ad esasperare la sua popolazione. Dopo avere intimato al governo mediorientale di por termine alle provocazioni, questo Paese potrebbe reagire con un massiccio bombardamento non di obiettivi militari, ma di città, facendo migliaia di morti fra la popolazione civile.

Nessuno si scandalizzi, per favore: è ciò che hanno fatto americani e inglesi per mesi e mesi, in Germania, durante la Seconda Guerra Mondiale (nessuno dimentichi Dresda!). È anche ciò che ha fatto Hitler con i bombardamenti di Londra. Coventry fu addirittura distrutta. In questo caso, da tutte le parti, si è trattato di puri atti di barbarie, mentre della logica di guerra fanno parte Hiroshima e Nagasaki. I giapponesi, per la loro concezione dell’onore, erano disposti a morire fino all’ultimo per difendere il loro territorio. Si era già visto a Okinawa. Ovviamente ciò era stupido, dal momento che tecnicamente la guerra l’avevano già persa. Dunque gli americani non sarebbero morti per batterli, ma per partecipare alla loro orrenda celebrazione dell’onore. E allora è come se Truman avesse detto: “Se siete disposti a morire fino all’ultimo ve ne offriamo la possibilità, risparmiando nel frattempo la vita dei nostri soldati; e di riflesso quella dei civili giapponesi, se vi arrendete”. Il ragionamento non faceva una piega e tuttavia, malgrado Hiroshima e Nagasaki, l’Imperatore dovette sudare le sette proverbiali camicie, per convincere i suoi sudditi.

Nel caso dell’Is si tratterebbe di elementare logica di guerra. Dice l’Occidente: “Se mi affronti a viso aperto, vinca il più forte. Se mi affronti in modo sleale, vincerà il più spietato. E sono capace d’esserlo io”. Tucidide fu il maestro di questa logica. E l’Europa ha dovuto attendere Machiavelli e Clausewitz, perché apparissero degli emuli. Noi invece viviamo in un’epoca buonista e il buon senso di quell’antico genio non è più di moda. Tuttavia, cambiando le circostanze, le vecchie mode possono anche rinverdirsi. Il buonismo infatti ha corso legale soltanto finché tutto va bene, non quando si è disperati.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it. Fine.

27 febbraio 2015

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