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L’Iran dopo Khamenei: l’ascesa di Ali Larijani e il modello “Deng Xiaoping” per sopravvivere
Dopo l’eliminazione della Guida Suprema, il pragmatismo spietato di Ali Larijani guida l’Iran. Tra repressione interna, l’accordo da 400 miliardi con la Cina e il rischio di un’escalation nucleare. Ecco chi è il “nuovo Deng Xiaoping” di Teheran.

La Repubblica Islamica dell’Iran si trova di fronte al baratro. O, per meglio dire, di fronte al suo più grande stress test dal 1979. Oggi, 1 marzo 2026, lo Stato opera in una condizione di volatilità senza precedenti. L’eliminazione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio in un’operazione militare coordinata tra Stati Uniti e Israele che ha decimato i vertici politici e militari del Paese, ha forzato un riassetto d’emergenza delle istituzioni di Teheran. In questo vuoto di potere, mentre i cieli del Medio Oriente continuano a essere solcati dai jet e le piazze interne ribollono, emerge la figura di un “architetto della sopravvivenza”: Ali Ardashir Larijani, attuale Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC).
Il ritorno di Larijani al centro della scacchiera politica non è un semplice cambio di poltrone, ma un riallineamento strategico. Si passa dalla purezza ideologica del “Fronte della Stabilità” a un autoritarismo pragmatico e tecnocratico. Nei salotti di Teheran lo chiamavano il “modello Deng Xiaoping“: brutale repressione interna accoppiata a un pragmatismo economico e diplomatico spregiudicato. Ma chi è l’uomo incaricato di salvare il sistema, e come intende muoversi nel campo minato della crisi in corso?
Il Filosofo e il Mandarino: Le Radici della Dinastia Larijani
Per comprendere il modus operandi di Ali Larijani occorre guardare al suo retroterra socio-culturale. Nato nel 1958 a Najaf, in Iraq – cuore pulsante dello sciismo mondiale – Larijani appartiene a quella che potremmo definire l'”aristocrazia religiosa” iraniana. Suo padre era un Grande Ayatollah di immensa statura, ma Ali ha scelto una strada diversa. Non è un chierico, ma è profondamente incardinato nell’establishment religioso, essendo genero dell’Ayatollah Morteza Motahhari, uno dei padri teorici della Rivoluzione.
La sua formazione accademica è peculiare e rivelatrice. Laureato in informatica e matematica, ha poi conseguito un dottorato in filosofia occidentale all’Università di Teheran, specializzandosi su Immanuel Kant e sulla filosofia analitica. Questa impostazione logico-matematica, fusa con il rigore kantiano, si riflette nel suo stile politico: un focus maniacale sulla “razionalità” dello Stato e sulla necessità di sistemi rigidi per contenere il disordine.
L’Ascesa Istituzionale: Tra Militari e Media
La carriera di Larijani è quella del perfetto mandarino di regime. Negli anni ’80, in piena guerra Iran-Iraq, entra nei Pasdaran (IRGC), arrivando al grado di Generale di Brigata. È qui che forgia i legami strutturali con l’apparato militare e di intelligence che oggi costituiscono la sua vera base di potere.
Successivamente, il suo decennio (1994-2004) a capo dell’IRIB, il colosso radiotelevisivo di Stato, lo trasforma nel padrone della narrazione pubblica. Sotto la sua guida, l’IRIB diventa una formidabile macchina di propaganda, ma anche uno strumento di proiezione della “potenza soffice” iraniana verso il mondo arabo, gettando le basi mediatiche per l’Asse della Resistenza.
Il Dossier Nucleare e la “Pazienza Strategica”
Larijani non è un novizio sui tavoli che scottano. Nel 2005 viene nominato da Ahmadinejad (su spinta di Khamenei) Segretario del SNSC e capo negoziatore per il nucleare. Inizialmente mostra i muscoli, definendo gli accordi precedenti come lo scambio di “una perla preziosa per un lecca-lecca”, ma ben presto la sua natura pragmatica prende il sopravvento. Scontrandosi con la retorica incendiaria e irrazionale di Ahmadinejad, Larijani cerca un equilibrio tecnico, dimettendosi nel 2007.
Rientrato dalla porta principale come potente Presidente del Parlamento (Majles) dal 2008 al 2020, diventa il perno centrale per l’approvazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 2015) voluto dal moderato Rouhani. Una mossa che gli alienerà le simpatie degli ultra-conservatori, ma che dimostra la sua propensione al compromesso quando in gioco c’è la tenuta economica del Paese.
L’isolamento e il ritorno dell’Architetto
Tra il 2021 e il 2024, Larijani e la sua potente famiglia subiscono un’epurazione. Squalificato dalla corsa presidenziale per fare spazio a Ebrahim Raisi, il sistema cerca la “purificazione ideologica”. Un progetto fallimentare. La morte di Raisi nel 2024 e la disastrosa guerra di 12 giorni con Israele nel giugno 2025 costringono il sistema a richiamare i tecnici. Khamenei, comprendendo che gli ideologi non sanno gestire una guerra moderna, lo rimette a capo del SNSC.
Oggi, con Khamenei fuori scena, Larijani ha di fatto esautorato il debole Presidente Masoud Pezeshkian. Ha istituzionalizzato il comando bellico, inserendo figure chiave e marginalizzando i falchi ingestibili. Nel gennaio 2026, di fronte alle proteste di massa, non ha esitato ad applicare il pugno di ferro. Fonti di intelligence descrivono la repressione come modellata sui fatti di Piazza Tienanmen: una violenza chirurgica e letale per lanciare un segnale inequivocabile di sopravvivenza del regime, attirandosi nuove e pesanti sanzioni dal Tesoro USA.
L’Ancora di Salvezza: Il Patto con la Cina
Il vero capolavoro di Larijani, e la base del suo “modello Deng”, è l’Accordo Strategico di 25 anni con la Cina, di cui è stato il rappresentante speciale dal 2021. Non si tratta di una semplice intesa commerciale, ma di un’assicurazione sulla vita per la Repubblica Islamica.
| Settore | Natura della Cooperazione | Obiettivo Strategico (Modello Larijani) |
| Energia | 280 mld $ in petrolio, gas e petrolchimico. | Garantire capitali freschi per infrastrutture, aggirando l’embargo occidentale. |
| Trasporti | 120 mld $ per ferrovie e porti (Chabahar, Jask). | Integrare l’Iran nella Belt and Road, eludendo la pressione navale USA. |
| Sicurezza | Esercitazioni congiunte, intelligence, truppe cinesi. | Creare una deterrenza per allineamento contro l’Occidente. |
| Tecnologia | Sviluppo 5G e “Rete di Informazione Nazionale”. | Potenziare la sorveglianza digitale interna per prevenire rivolte. |
Larijani non considera questo accordo una svendita, ma una scelta razionale per costruire uno Stato autoritario ad alta tecnologia, immune alla “Massima Pressione” americana.
Il Consiglio Provvisorio e le Prospettive di Mediazione
Cosa succederà ora? Applicando l’Articolo 111 della Costituzione, è stato formato un Consiglio di Leadership Provvisorio (composto dal Presidente, dal Capo della Magistratura e da un giurista). Larijani, non essendo un religioso, non ne fa formalmente parte, ma ne è il motore occulto. È lui che controlla le armi e l’intelligence.
La domanda che le cancellerie di tutto il mondo si pongono è: Larijani potrà mediare con gli USA e i Paesi del Golfo?
La risposta è un cauto sì, ma alle sue condizioni. Larijani è un fautore della “distensione senza amicizia”. È perfettamente in grado di usare canali secondari in Oman o in Qatar per negoziare un raffreddamento delle tensioni. Tuttavia, il realismo impone di guardare ai fatti: in questa fase di transizione, Larijani sta praticando un aggressivo nuclear hedging (copertura nucleare). Ha chiarito che ulteriori attacchi porteranno l’Iran a sviluppare la bomba. Usa il nucleare come deterrente tattico per guadagnare tempo.
Ali Larijani rappresenta il paradosso dell’Iran contemporaneo. È uno studioso di Kant che ordina repressioni sanguinarie, un conservatore che tratta con il “Grande Satana” per salvare l’economia, e un istituzionalista che aggira la democrazia formale per preservare lo Stato. Il suo compito è immane: evitare il collasso, consolidare l’asse asiatico e gestire una successione che metta al sicuro il potere nelle mani dei tecnocrati pragmatici. Se il ponte che sta costruendo tra l’era rivoluzionaria e il futuro autoritario-tecnocratico reggerà l’urto dei missili esterni e della rabbia interna, lo scopriremo solo nei prossimi, cruciali mesi. Perché le alternative sono o il rovesciamento completo del regime, con un improbabile ritorno delle forze filo occidentali, da un lato, oppure il caos totale nel Paese.








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