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L’investimento cinese nell’oro non dà vantaggi ai paesi che li ricevono. Il caso Tagikistan

Molti degli investimenti cinesi legati al programma “Belt and road”, o anche programmi privati, sempre cinesi, comunque collegati a quel sistema, sono in realtà delle pillole avvelenate: infatti portano degli investimenti, ma controbilanciati dai debiti e comunque che avvantaggiano solo l’industria cinese. Questo vale anche quando gli investimenti riguardano l’oro. Il 14 aprile il presidente del Tagikistan si è recato nella regione settentrionale di Sughd per supervisionare l’apertura di un nuovo impianto di lavorazione dell’oro costruito da un investitore cinese con un investimento di circa 136 milioni di dollari.

L’impresa, Talco Gold, produrrà fino a 2,2 tonnellate di oro e 21.000 tonnellate di antimonio all’anno, secondo i funzionari del governo.

La Cina è di gran lunga la principale fonte di investimenti diretti esteri del Tagikistan. Nel 2021, le aziende cinesi hanno investito più di 211 milioni di dollari in Tagikistan, un importo che rappresenta quasi il 62% della cifra globale degli IDE. Quei fondi sono andati principalmente all’estrazione e alla lavorazione di minerali di piombo, zinco e stagno e all’estrazione di gemme e metalli preziosi e semipreziosi.

Talco Gold è una joint venture tra la Talco Aluminium Company, una società con sede a Tursunzoda che si dice sia di proprietà di Hasan Asadullozoda, cognato del presidente Emomali Rahmon, e la cinese Tibet Huayu Mining.

La società ha promesso che darà lavoro a 1.500 persone, la maggior parte delle quali di nazionalità tagika. Questa prospettiva arriva in un momento fortuito, proprio mentre il Tagikistan affronta la prospettiva di una nuova crisi economica accelerata dalle sanzioni internazionali alla Russia, dove centinaia di migliaia di tagiki viaggiano ogni anno per lavoro stagionale.

I lavori per la costruzione dell’impianto di lavorazione nella regione di Sughd, che lavorerà con il materiale estratto nei vicini giacimenti di Chulboi, Konchoch e Shakhkon, erano iniziati quattro anni fa, ma sono stati ritardati dall’inizio della pandemia di COVID-19.

Talco è apparentemente un’azienda che si occupava dell’estrazione e della lavorazione di minerali legati all’alluminio, ma ha iniziato a espandersi nel 2015 a seguito di un programma progettato dallo stato per sostenere l’azienda. Come parte di quel programma, il governo ha concesso alla società una concessione di 25 anni ai depositi di oro e argento di Konchoch.

Però gli investimenti cinesi arrivano invariabilmente con molti vincoli, anche perché il Tagikistan è profondamente indebitato con Pechino. Secondo il ministero delle Finanze, il debito tagiko verso la Cina al 1° gennaio ammontava a 1,1 miliardi di dollari, che è quasi esattamente un terzo del debito estero complessivo del paese.

Alcuni esperti economici mettono in dubbio se la strategia del debito cinese per il Tagikistan porti al paese un ritorno economico sufficiente.

“La Cina concede denaro in prestito al Tagikistan per progetti specifici e spesso il parlamento approva esenzioni fiscali durante il periodo di costruzione”, ha detto un analista a Eurasianet in condizione di anonimato, poiché le critiche al governo possono incorrere in rappresaglie. “Le attrezzature per l’edilizia vengono portate dalla Cina, i lavoratori cinesi sono impegnati nella costruzione. Di conseguenza, tutti i soldi tornano alla Cina e il Tagikistan rimane gravato dal debito”. Alla fine chi riceve questi investimenti controbilanciati dal debito, in realtà, non ha nessun vantaggio…


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