Difesa
L’era dei microreattori nucleari: il Pentagono fa volare il “Ward” su un C-17. Strategia, costi e (falsi) rischi
Il Pentagono ha trasportato per la prima volta un microreattore nucleare su un aereo cargo. Il “Ward” di Valar Atomics viaggia verso lo Utah per rivoluzionare la logistica militare e l’IA, zero rischi radioattivi in volo. Costi e prospettive della nuova scommessa USA.
Il Dipartimento della Difesa americano ha deciso di mettere le ali all’energia nucleare. Letteralmente. In un’operazione che segna un punto di svolta per la logistica militare e l’infrastruttura energetica, domenica scorsa un aereo cargo C-17 ha trasportato per la prima volta nella storia un microreattore nucleare dalla California alla base aerea di Hill, nello Utah.
L’obiettivo è chiaro: dimostrare che l’energia atomica può essere dispiegata rapidamente ovunque ce ne sia bisogno. Un approccio pragmatico e squisitamente strategico, , ma che non manca di sollevare interrogativi sui costi reali di questa operazione e sulla gestione futura delle scorie.
Quale microreattore è stato trasportato?
Il protagonista di questo volo inaugurale è il microreattore “Ward“, sviluppato dalla startup californiana Valar Atomics in partnership con i Dipartimenti dell’Energia (DoE) e della Difesa (DoD) degli Stati Uniti.
Non immaginatevi le imponenti torri di raffreddamento delle centrali tradizionali. Il reattore Ward ha dimensioni estremamente contenute, essendo poco più grande di un minivan commerciale. Nonostante la stazza ridotta, le sue capacità nominali sono di tutto rispetto per un sistema mobile.
Scheda tecnica e proiezioni del reattore Ward:
| Caratteristica | Dettaglio |
| Sviluppatore | Valar Atomics |
| Dimensioni | Leggermente superiori a un minivan |
| Capacità Massima | 5 Megawatt (MW) – sufficienti per ~5.000 abitazioni |
| Avvio Operativo (Luglio 2026) | 100 kilowatt (kW) |
| Picco previsto (fine 2026) | 250 kilowatt (kW) |
| Commercializzazione | Test di vendita nel 2027, piena capacità nel 2028 |
Come ha funzionato l’operazione?
L’operazione è stata concepita come una prova di forza logistica. Il reattore, completo delle sue componenti ingegneristiche, è stato caricato nella stiva di un Boeing C-17 Globemaster III. A sottolineare l’importanza politica e strategica dell’evento, a bordo del volo erano presenti in prima persona il Segretario all’Energia Chris Wright e il Sottosegretario alla Difesa per le Acquisizioni Michael Duffey.
Duffey ha riassunto l’essenza dell’iniziativa con parole inequivocabili: fornire ai soldati americani l’energia necessaria “quando e dove serve per vincere in battaglia”. L’amministrazione Trump, attraverso quattro ordini esecutivi emanati lo scorso maggio, ha infatti accelerato lo sviluppo del nucleare domestico. Le ragioni sono essenzialmente due:
- Sicurezza Nazionale: Sostituire i generatori diesel in avamposti remoti, , ma essenziali, eliminando la vulnerabilità delle linee di rifornimento di carburante.
- Competitività Tecnologica: Soddisfare la fame energetica vorace dei data center necessari per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.
In questo scenario, assistiamo a un classico, e forse necessario, intervento di stampo keynesiano: il governo federale agisce come primo cliente e facilitatore (anche normativo) per permettere all’industria privata di superare gli immensi costi fissi iniziali della tecnologia nucleare.
Quali rischi sono stati corsi?
Se la parola “nucleare” a bordo di un aereo vi fa pensare al peggio, potete tranquillizzarvi. Il rischio radiologico di questo specifico volo è stato assolutamente pari a zero. Il reattore Ward, infatti, ha viaggiato completamente privo di combustibile nucleare. Si è trattato della movimentazione del solo “hardware”, ovvero la struttura di contenimento, i sistemi di controllo e i generatori, senza alcun materiale fissile al suo interno. Il combustibile necessario per il funzionamento del reattore verrà trasportato separatamente in futuro, dal sito di sicurezza nazionale del Nevada fino all’impianto di San Rafael.
I veri rischi associati a questa tecnologia, al momento, non sono di natura esplosiva, , ma squisitamente economica e ambientale.
Come ha fatto notare con una certa dose di scetticismo Edwin Lyman, direttore della sicurezza nucleare presso la Union of Concerned Scientists, non esiste ancora un vero “business case” per i microreattori nel mercato civile. Il costo dell’elettricità prodotta (LCOE) sarà inevitabilmente e di gran lunga superiore a quello dei grandi reattori tradizionali o delle fonti rinnovabili.
Tuttavia, il Pentagono non ragiona con le logiche del libero mercato elettrico. Il costo altissimo del singolo kilowattora passa in secondo piano se l’alternativa è non avere energia in un teatro operativo, o dover difendere convogli di autocisterne cariche di gasolio sotto il fuoco nemico.
Resta infine il nodo irrisolto delle scorie. Anche i piccoli generatori producono rifiuti radioattivi e, sebbene il Dipartimento dell’Energia stia dialogando con stati come lo Utah per lo stoccaggio permanente, la gestione del fine vita di una flotta di microreattori disseminati in giro per il mondo rappresenterà la vera sfida ingegneristica e politica del prossimo decennio. L’obiettivo immediato, nel frattempo, è far raggiungere la “criticità” (la reazione a catena autosufficiente) a tre microreattori americani entro il prossimo 4 luglio. Un fuoco d’artificio decisamente costoso, , ma tecnologicamente affascinante.
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