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L’egemonia energetica americana: come gli USA usano il petrolio contro l’Europa e l’Iran
Dalla crisi di Hormuz al boom del GNL: come gli Stati Uniti stanno sfruttando la loro indipendenza energetica per piegare alleati e nemici, scaricando i costi dell’inflazione sull’Europa.

“Non possiamo permettere che una risorsa così vitale sia dominata da qualcuno di così spietato”. Era il 1990 e George H.W. Bush spiegava così al Congresso l’intervento contro l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Oggi, marzo 2026, la risposta di Donald Trump alla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran suona decisamente diversa: “Andate a prendervi il vostro petrolio!”.
Gli Stati Uniti non hanno attaccato l’Iran per favorire la propria economia a scapito degli alleati, ma, nei fatti, è esattamente ciò che sta accadendo. Nonostante i prezzi elevati dei carburanti, l’economia americana regge l’urto. All’estero, invece, i tassi di interesse e i rischi legati all’inflazione sono schizzati verso l’alto, il carburante viene razionato, e, inevitabilmente, le previsioni economiche si fanno cupe. Il WSJ ha notato come la frza degli USA sull’economia mondiale si stia rafforzarno nella crisi.
L’asimmetria economica: vincitori e vinti
Gli economisti di Citi hanno recentemente rivisto al ribasso la crescita dell’Eurozona per quest’anno di 0,4 punti percentuali, contro un modesto -0,1% per gli Stati Uniti. Il motivo è puramente contabile e strutturale: le importazioni nette di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) bruciano tra l’1% e il 2% del PIL europeo, mentre, per gli Stati Uniti, le esportazioni nette aggiungono uno 0,2% alla produzione nazionale.
Impatto dell’interscambio netto di Petrolio e GNL sul PIL (Dati di base)
(Elaborazione su dati Citi)
Questi numeri spiegano in modo inequivocabile perché l’attuale amministrazione stia gestendo la crisi nel Golfo Persico in modo così distante dai suoi predecessori. Se i presidenti del passato consideravano il libero flusso del greggio come un bene pubblico globale che gli USA erano in dovere di proteggere, oggi il paradigma è capovolto. L’America si dichiara indifferente alle sorti di Hormuz perché, semplicemente, non importa quasi più nulla da quello stretto. Chi ha bisogno di energia, suggerisce Washington, la compri dagli USA (che ne hanno in abbondanza) o si occupi in prima persona di sbloccare le rotte, e lo ha detto in modo esplicito.
Dalla stabilità all’egemonia: l’energia come arma
Il ruolo degli USA è mutato: da garanti della stabilità internazionale, a freddi attori che utilizzano il controllo energetico per proiettare potenza. Questo è stato reso possibile da una miscela di fortuna geologica e politiche mirate:
- La rivoluzione dello Shale: Ha trasformato gli USA nel principale produttore globale.
- Boom del GNL: Le esportazioni di gas liquefatto americano generano oggi più profitti rispetto a mais e soia messi insieme, e, persino, il doppio di quanto fatturi l’industria di Hollywood.
- Controllo geopolitico diretto: La recente (e discussa) cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro ha pacificato un’area turbolenta per l’egemonia USA nel continente, ma, soprattutto, ha garantito a Washington il controllo de facto su immensi giacimenti, già usati come leva per strozzare le forniture a Cuba.
Il dilemma europeo: dalla padella russa alla brace americana?
L’Unione Europea un tempo dipendeva dalla Russia per il 45% del suo gas. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha usato quell’energia come un’arma. A costi esorbitanti, l’Europa ha cambiato rotta. Oggi, secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, gli USA forniscono ben il 57% delle importazioni di GNL dell’UE.
Alla luce delle recenti minacce di dazi alla Spagna (colpevole di aver negato l’uso delle proprie basi per attaccare l’Iran) e delle cicliche frizioni sulla NATO, a Bruxelles sorge un dubbio legittimo: abbiamo semplicemente barattato una dipendenza con un’altra altrettanto instabile e pericolosa? Resta il fatto che lo sfruttamento delle risorse del Mediterraneo e del Mare del Nord non riescono proprio a rientrare in un’Europa miope e germanocentrica.
I limiti della supremazia
Nonostante le forze armate americane stiano affluendo nella regione e il regime iraniano possa presto finire sotto le macerie o cedere a un accordo, l’egemonia energetica totale ha dei limiti pratici. Come fa notare l’analista petrolifero Philip Verleger, per essere veri “dominus” del mercato servono costi di estrazione bassissimi, e, purtroppo per gli USA, lo shale oil è tutto tranne che a buon mercato.
Inoltre, la Casa Bianca ha leve limitate per costringere i produttori privati texani a tagliare l’offerta per fini geopolitici. Infine, la regola d’oro dei mercati non perdona: se trasformi una fornitura commerciale in un’arma di ricatto politico, prima o poi i tuoi clienti cercheranno delle alternative. Basta chiedere alla Russia.









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