Analisi e studi
L’economia USA a forma di “K”: l’illusione ottica di una ripresa che divide, e le possibili contromisure
I dati PMI confermano la forza degli Stati Uniti, ma l’economia reale viaggia a due velocità. Mentre Big Tech e redditi alti volano grazie a stimoli e deregolamentazione, PMI e classe media pagano il conto di inflazione e tassi alti. Il confronto con l’Europa.
Gli ultimi dati macroeconomici confermano che gli Stati Uniti restano, indubbiamente, il motore trainante dell’economia globale. Tuttavia, il quadro che emerge dai cruscotti finanziari non è quello di una ripresa corale e diffusa. Al contrario, ci troviamo di fronte al consolidamento di un’economia a forma di “K”: una traiettoria divergente in cui una fazione del Paese avanza a passo di carica, mentre l’altra arranca e resta inesorabilmente indietro. Questa dicotomia spiega, con una certa ironia della sorte, perché i numeri ufficiali siano così scintillanti, ma il cittadino medio fatichi a percepire il cosiddetto “miracolo americano” nella propria quotidianità.
I dati degli indici previonali del Purchasing Managers’ Index (PMI), da sempre la cartina di tornasole più rapida per tastare il polso dell’attività economica, parlano chiaro. Oltre la soglia del 50 si è in espansione, e negli USA l’indicatore viaggia comodamente in territorio positivo, sia per i servizi che per la manifattura. A prima vista, il messaggio per i mercati è inequivocabile: l’atterraggio brusco, tanto temuto dopo i rialzi dei tassi di interesse, non è mai arrivato.
Ecco gli ISM PMI manifattura e servizi da Tradineconomics :
Dietro questa facciata di solidità, ma guardando oltre la media matematica, si nasconde una realtà fortemente polarizzata. La spesa aggregata è sostenuta dai massicci stimoli fiscali (che continuano a sostenere la domanda aggregata in puro stile keynesiano), da condizioni finanziarie ancora espansive e da un robusto “effetto ricchezza” generato dai massimi azionari e dal boom immobiliare. I benefici, ma non i costi, si concentrano però ai vertici.
Questa economia a due velocità, perfettamente descritta dalla curva a K, si snoda su due binari paralleli:
- Il braccio ascendente (La K verso l’alto): È dominato dalle famiglie a reddito medio-alto e dalle Big Tech. Questi soggetti godono dell’apprezzamento degli asset, hanno facile accesso al credito e continuano a spendere in viaggi, ristoranti, tecnologia e tempo libero. Sul fronte industriale, l’espansione è monopolizzata dagli investimenti in Intelligenza Artificiale, data center e dalla delocalizzazione strategica delle supply chain, spesso foraggiata da generosi crediti d’imposta.
- Il braccio discendente (La K verso il basso): È popolato dalle famiglie a basso reddito e dalle Piccole e Medie Imprese (PMI). L’inflazione cumulativa ha eroso i risparmi, il credito al consumo è diventato oneroso e il tenore di vita è in difensiva. Le aziende manifatturiere minori subiscono la morsa dei finanziamenti costosi, margini sempre più sottili e una concorrenza globale spietata.
Il mercato del lavoro riflette la medesima asimmetria. L’occupazione tiene, ma i grandi salari premiano quasi esclusivamente i settori ad alta produttività (finanza, tecnologia, servizi avanzati). Alla base della piramide, al contrario, ristagna la precarietà.
Se volgiamo lo sguardo al Vecchio Continente, il confronto diventa istruttivo per comprendere le dinamiche in gioco.
| Indicatore Economico | Stati Uniti (Economia a K) | Eurozona (Ripresa Piatta) |
| Dinamica PMI | Espansione netta (Servizi e Manifattura) | Leggera uscita dalla contrazione |
| Stimoli Fiscali | Massicci, diretti a consumi e tech | Moderati, limitati da vincoli di bilancio |
| Mercato del Lavoro | Fortemente segmentato, alta creazione di posti | Resiliente, ma con dinamiche salariali deboli |
| Impatto Sociale | Disuguaglianza estrema, forte divario di ricchezza | Disuguaglianza contenuta, ma minore dinamismo |
L’Europa mostra una pendenza più dolce: cresce meno, ha rinunciato alla leva fiscale massiccia, ma genera squilibri meno violenti.
In conclusione, se ci si ferma ai titoli di testa, c’è da essere ottimisti. L’economia USA tira. Esistono, ma non vanno ignorati, rischi sistemici importanti. Mantenere politiche così espansive rischia di innescare nuove fiammate inflazionistiche, limitando lo spazio di manovra della Federal Reserve. Dall’altro lato, la liquidità abbondante gonfia le bolle finanziarie, amplificando il divario sociale. Sino ad ora questo non è successo, anzi l’inflazione è scesa al 2,4%, segno che vi erano delle riserve di capacità produttiva non utilizzate e che le politiche di deregolamentazione sono state efficaci nel ridurre i costi, ma bisogna essere vigili.
Bisogna dire che Trump, o meglio il suo entourage, ne è cosciente, e in questo senso deve essere letta la voce di una possibile riduzione dei dazi. Anche se questi sono stati utili per creare l’incertezza necessaria a ridurre l’import e riequilibrare il deficit commerciali, ora si preferisce contenere l’inflazione.
Quando il PIL sale, ma la classe media scivola verso il basso, il malcontento cova sotto la cenere, aprendo la strada a inevitabili reazioni politiche. La stabilità di lungo periodo, infatti, non si misura solo con un PMI a quota 53, ma con la capacità di un sistema di redistribuire i frutti della crescita.
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