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L’ECONOMIA COME FEDE

Da sola la parola “scienza” induce in errore. Infatti viene usata antonomasticamente nel senso galileiano del termine e questo finisce col far credere che siano “scienze” anche molti tipi di studi, come la psicologia, la sociologia, la pedagogia e tanti altri, che non lo sono affatto. Degnissimi campi di indagine, certo, ma tutt’altro che sperimentali. Perfino una rilevazione demoscopica, che appartiene alla “scienza statistica”, dà risultati diversi a seconda di come si formulano le domande.

La scienza, nel senso di conoscenza, è molto più antica di Galileo. Prova ne sia che scienza era anche la teologia. La scienza in senso galileiano è invece quella sperimentale. O quella d’osservazione, come la botanica. Si tratta di uno studio che tende a raggiungere risultati da considerare “certi” (fino a prova della loro falsità o incompletezza) in particolare attraverso la replicazione dell’esperimento (o dell’osservazione) da parte di terzi. Naturalmente non sempre ciò è interamente possibile, e tuttavia si concede la denominazione di scienza a branche del sapere come la medicina. Essa merita quella qualifica nell’anatomia (che deriva dall’osservazione) ma diviene probabilistica e incerta in campo diagnostico e terapeutico.

Comunque non meritano certo il nome di scienza, in senso galileiano, materie come la psicologia o la storiografia. Mentre la chimica si compone di un mare di certezze sperimentali, in psicologia, per esempio, le teorie combattono un’interminabile guerra dei Trent’Anni, quando non dei Cent’Anni, senza che una riesca a prevalere definitivamente su tutte le altre. E lo stesso deve dirsi dell’economia che, partita da una base elementare ed evidente (i cosiddetti “conti della serva”), diviene sempre più teoria opinabile quanto più ci si inerpica verso una visione generale del fenomeno.

L’economia interseca necessariamente problemi morali, religiosi e soprattutto politici. Non è un caso che si parli di “economia politica”, e che Adam Smith si sia interessato innanzi tutto della ricchezza delle nazioni. Dall’una o dall’altra preferenza in materia di dirigismo o di laissez faire, per esempio, derivano diversi tipi di produzione, diversi tipi di tassazione, e insomma diversi tipi di società.

Non solo dunque esistono tante teorie economiche quante teorie politiche, ma gli adepti di ogni chiesa se ne appassionano fino all’aggressività. La cosa non stupisce. Ognuno difende la propria visione della realtà prima ancora che i propri interessi e non c’è modo di mettere d’accordo chi vorrebbe, con Marx, che a ciascuno fosse dato secondo i suoi bisogni, e chi vorrebbe che ciascuno avesse secondo le sue capacità. L’economia interagisce con la geografia, con la tecnologia, con la socialità e con la maggior parte dei fenomeni umani. Ogni teoria economica rappresenta una Weltanschauung, una visione del mondo, e spesso una fede laica. Proprio per questo i più ingenui si scontrano in accese risse verbali, con la massima violenza. Dal momento che, si dice, l’economia è una scienza (ecco l’equivoco da cui si è partiti) chi non è d’accordo con loro “nega l’evidenza”, è un disonesto e un cretino.

Solo persone intellettualmente razionali e serene sanno fermarsi quando si giunge all’indimostrabile. Ecco un esempio: quando ancora era vitale il marxismo – che include una grande teoria economica – l’anticomunista diceva: “Il comunismo non funziona perché i cittadini dovrebbero lavorare per la comunità con la stessa onestà e alacrità di quando lavorano per sé stessi. Poiché così non è, il comunismo non funzionerà mai”. Rispondeva il comunista: “Nient’affatto. È soltanto perché il comunismo è stato applicato male, per esempio nei Paesi del socialismo reale. Basterebbe educare meglio i cittadini”. L’anticomunista: “Non basterebbe. Perché, dai falansteri a Pol Pot, si è già provato in passato ad educare diversamente i cittadini, e non s’è concluso nulla. Guardi alla differenza fra la Cina di Mao e quella attuale”. Il comunista: “Sarà pur vero. Ma chi dice che ciò che non è riuscito in passato non debba riuscire in futuro?”  Dinanzi a questo interrogativo fra persone ragionevoli la discussione si arena: si è raggiunto il campo dell’indimostrabile.

Quando si discute di economia, come quando si discute di politica o di religione, ciascuno sente che sono toccate le radici della propria vita e l’emotività prevale. Soprattutto se, come avviene, ciascuno è convinto d’avere la scienza – quella galileiana, nientemeno – dalla sua. E dire che basterebbe un’osservazione elementare. La scienza, prima di essere consolidata, è semplicemente una teoria: prima si ha l’idea di una costante, poi la si verifica e, se i risultati sono confortanti, si pensa d’avere raggiunto una certezza scientifica. Il crisma finale si ha quando dei terzi replicano l’esperimento. Quando invece su tutta una serie di fenomeni si hanno nel tempo molte teorie, tanto contrastanti quanto immortali (nel senso che non ce n’è una capace di di sconfiggere le altre) è chiaro che si è nel campo intellettuale ma non in quello scientifico. Con buona pace di coloro che si ubriacano di diagrammi economici e di astruse formule matematiche.

Gianni Pardo, grifpardo@gmail.com

15 maggio 2015

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