Difesa

LEAP: l’Europa scommette sui droni a basso costo. Ma l’industria reggerà alla prova del tempo?

Cinque nazioni europee, tra cui l’Italia, lanciano il progetto LEAP per produrre droni e difese a basso costo. L’impulso agli investimenti militari rilancia l’industria, ma servirà un piano civile per la “low-altitude economy” e mantenere attive le fabbriche.

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I cieli del Vecchio Continente sono sempre più affollati e, purtroppo, non solo da aerei di linea. Di fronte alle dure lezioni tattiche imposte dai recenti conflitti, in primis quello ucraino, i decisori politici europei sembrano aver finalmente compreso che la guerra moderna non perdona le lentezze burocratiche. Proprio in quest’ottica, cinque nazioni europee – Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Polonia, il cosiddetto “Gruppo dei Cinque” – hanno deciso di serrare i ranghi. Durante l’ultimo vertice dei rispettivi ministri della Difesa, tenutosi di recente a Cracovia, è stata lanciata ufficialmente l’iniziativa “Low-Cost Effectors & Autonomous Platforms“, un programma che d’ora in poi impareremo a conoscere con l’acronimo LEAP.

Ma di cosa si tratta esattamente? Come dichiarato in un comunicato stampa dal Ministero della Difesa del Regno Unito, il progetto LEAP ha un bersaglio preciso: sviluppare e produrre sistemi di difesa aerea che siano tecnologicamente avanzati, ma economicamente sostenibili. Parliamo di sciami di droni, intercettori leggeri e missili autonomi a basso costo. Il primo traguardo operativo è stato fissato per il 2027, una scadenza che, per gli standard compassati dell’industria bellica europea, equivale praticamente a domani mattina.

Drone russo Geran 3, che potrebbe essere considerato un succedaneo del LEAP

L’iniziativa, nata originariamente su impulso britannico, come ha tenuto a precisare il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius a margine dell’incontro, segna un cambio di paradigma fondamentale per il comparto. Gli obiettivi strategici si possono sintetizzare in alcuni punti chiave:

  • Velocità di esecuzione: l’Europa vuole dire addio ai cicli di sviluppo decennali che hanno storicamente azzoppato la competitività dei sistemi d’arma occidentali.
  • Innovazione tattica: il programma è apertamente ispirato all’incredibile capacità di adattamento dimostrata sul campo di battaglia, dove l’ingegno spesso sopperisce alla mancanza di mezzi pesanti.
  • Inclusione industriale: l’attenzione non sarà rivolta esclusivamente ai soliti giganti della difesa. LEAP raccoglierà proposte e progetti anche dalle piccole e medie imprese, vere culle dell’innovazione tecnologica. I giganti sono troppo lenti e, paradossalmente, spesso estranei alle linee di produzione di massa.
  • Efficienza dei costi: si punta a creare una nuova arma terra-aria che sia leggera, conveniente e progettata specificamente per contrastare le minacce senza dover ricorrere a costosi intercettori tradizionali. In questo caso si è fissato un tetto massimo di costo di 100.000 euro.

Da un punto di vista strettamente economico, ci troviamo di fronte a una manovra di stampo squisitamente keynesiano. I governi stanno utilizzando la leva della spesa pubblica militare per stimolare la domanda aggregata, finanziare la ricerca e sviluppo, e creare occupazione qualificata. Non è un caso che Londra stia ampliando la cooperazione con gli alleati per sviluppare armi di precisione, prevedendo una spesa che supererà i 400 milioni di sterline solo in quest’anno finanziario. Parallelamente, il Ministro Pistorius ha ricordato come la sola Germania stanzierà ben 11,5 miliardi di euro per il supporto militare diretto all’Ucraina. L’immissione di liquidità nel sistema industriale è massiccia e necessaria, ma porta con sé degli interrogativi non di poco conto.

I cinque ministri della difesa del gruppo LEAP, da Ministero della difesa polacco

L’Italia, forte della sua tradizione nel settore aerospaziale, partecipa a pieno titolo a questo nuovo asse europeo. Le nostre aziende, che da decenni primeggiano nell’esportazione di componentistica e sistemi radaristici, troveranno in LEAP un banco di prova eccellente per dimostrare flessibilità. Tuttavia, anche per il nostro Paese vale la stessa regola aurea: la politica industriale non può vivere di soli sussidi emergenziali legati alle crisi geopolitiche. Il rischio di assistere a una fiammata di assunzioni seguita da dolorose casse integrazioni è un film che abbiamo già visto troppe volte.

Ed ecco il vero nodo della questione. Se nel breve periodo l’urgenza di riarmarsi garantisce ordini e fatturati stellari, la vera sfida sarà quella di mantenere le linee di produzione attive nel tempo. La storia dell’economia industriale ci insegna che i picchi di domanda sono fisiologicamente destinati a esaurirsi. Quando gli arsenali saranno pieni, cosa potrà giustificare il mantenimento in attività di una linea di produzione di droni? Non possiamo permetterci di costruire fabbriche all’avanguardia per poi vederle arrugginire, costringendo lo Stato a continui e infruttuosi salvataggi pubblici.

Sarà meglio che le autorità pensino fin da subito a impieghi anche civili per le stesse tecnologie. Serve una visione a lungo raggio che favorisca un vero e proprio sviluppo di un’economia di bassa quota. I droni autonomi e le piattaforme leggere dovranno trovare un solido mercato commerciale: dalla logistica avanzata al monitoraggio ambientale, passando per l’agricoltura di precisione. Solo trasformando lo sforzo bellico in un volano per l’infrastruttura civile riusciremo a garantire che l’investimento odierno non si trasformi in uno spreco per le generazioni future.

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