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L’Attacco Fantasma all’Iran: 4 Motivi per cui Trump non ha premuto il grilletto (mentre i media aspettavano l’Apocalisse)

Niente bombe nella notte, nonostante l’allerta massima. Dalla logistica navale ai dubbi su Pahlavi: l’analisi controcorrente del “no” di Trump.

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Questa notte doveva essere, secondo la narrazione imperante, la notte del giudizio per Teheran. Il mainstream media, in un parossismo di attesa quasi messianica, aveva praticamente già lanciato i titoli di testa: l’attacco di Trump all’Iran era dato per certo, imminente, inevitabile.

La tensione era palpabile, non solo nelle redazioni occidentali, ma nella stessa Repubblica Islamica. Teheran, credendo alle proprie paure o forse alle “soffiate” internazionali, ha blindato i cieli, chiudendo lo spazio aereo per diverse ore per lasciare campo libero alla propria contraerea, in attesa di missili che non sono mai arrivati. Poi, l’alba è sorta, lo spazio aereo è stato riaperto e il silenzio è tornato a regnare sul Golfo Persico.

Come apparivano i cieli iraniani la scorsa notte

Perché non è successo nulla? Eppure gli annunci sembravano inequivocabili.

La realtà, come spesso accade quando si analizzano le mosse dell’attuale amministrazione USA, è molto più complessa e pragmatica delle semplificazioni giornalistiche. L’assenza di un attacco cinetico questa notte non è un segno di debolezza, né di indecisione, ma risponde a una logica ferrea che possiamo riassumere in quattro punti fondamentali. Trump non gioca a dadi, e soprattutto, non gioca quando glielo dicono gli altri.

1. Il Re detta i tempi (e non si fa dettare l’agenda)

Il primo punto, forse il più politico, è che Donald Trump non si fa imporre l’agenda da nessuno. Non sono i mullah iraniani a decidere quando gli USA attaccheranno, né tantomeno le pressioni degli alleati o le aspettative della CNN.

C’è un precedente fondamentale, citato anche dagli osservatori più attenti: non siamo più a quel famoso Giugno, quando l’azione americana sembrò quasi imposta dalle necessità di sicurezza di Israele. Oggi la dinamica è cambiata. Come dimostra il caso recente del Venezuela, l’azione arriva se e quando Trump lo decide, nei tempi e nei modi che massimizzano il vantaggio statunitense e minimizzano i rischi. La Casa Bianca ha ripreso il controllo totale del cronometro geopolitico. L’attacco telefonato non rientra nello stile del Tycoon, a meno che non serva come diversivo.

2. L’incognita Pahlavi: Simpatia sì, ma la fiducia?

Un aspetto cruciale, spesso trascurato dall’analisi superficiale, riguarda l’alternativa politica. Reza Pahlavi, il figlio dello Scià, è indubbiamente la figura post-Ayatollah più vicina a Washington. Tuttavia, la Realpolitik impone cautela.

Trump ha espresso simpatia per la causa, ma il Pentagono e l’intelligence nutrono dubbi sulla reale “presa” di Pahlavi sugli apparati di potere iraniani. Il popolo può anche invocare il suo nome nelle piazze, ma per un cambio di regime — o per gestire il post-attacco — serve l’appoggio, o almeno la neutralità, di una parte dei militari e dei Pasdaran. Senza la certezza che l’esercito possa voltare le spalle al regime, ogni azione esterna rischia di ricompattare il fronte interno invece di sgretolarlo. Trump vuole vincere, non impantanarsi in un nation building fallimentare. Come per il Venezuela, il Presidente non vuole più rischiare su personaggi noti soprattutto mass media.

3. La Logistica: Le pedine non sono in posizione

La guerra moderna è, prima di tutto, logistica. Chi osserva le mappe navali sa che, attualmente, lo scacchiere del Golfo non è pronto per un’operazione su vasta scala secondo gli standard di sicurezza americani.

Di seguito una sintesi della situazione strategica:

FattoreStato AttualeImplicazione
Portaerei USAAssenti nel Golfo PersicoManca la proiezione di forza immediata e massiccia
RinforziIn movimento dal Mar Cinese Meridionale Necessari ancora alcuni giorni di navigazione
Copertura AereaLimitata alle basi a terraRischio operativo più alto senza supporto navale ravvicinato

La portaerei più vicina si sta muovendo dal Mar Cinese Meridionale, con il proprio gruppo, e si sta muovendo verso il Golfo Persico. Si tratta della Lincoln, accompagnata da altre forze navali. . Anche volendo forzare la mano, ci vorrà qualche giorno affinché il dispositivo militare sia completo. Trump non lancia un attacco senza avere la superiorità schiacciante sul campo, pronta a rispondere a qualsiasi escalation iraniana.

4. L’Arma Economica: Prima i dazi, poi i missili

Infine, l’aspetto economico, caro alla dottrina “mercantilista” dell’amministrazione. Trump ha appena annunciato pesanti dazi per i paesi che continuano a commerciare con l’Iran, una mossa diretta essenzialmente contro la Cina e gli Emirati Arabi Uniti (UAE).

Prima di sprecare munizioni da milioni di dollari, la Casa Bianca vuole vedere l’effetto di queste sanzioni secondarie. Se l’economia iraniana, già boccheggiante, venisse ulteriormente strangolata dal taglio dei flussi commerciali con Pechino e Dubai, il regime potrebbe cedere o indebolirsi senza che un solo soldato americano debba premere un grilletto. È la dottrina della “massima pressione” portata alle sue estreme conseguenze.

Conclusioni: La calma prima della tempesta?

Detto questo, sarebbe un errore fatale pensare che “non stia accadendo nulla”. Al contrario, molto sta accadendo, ma sotto la superficie, lontano dai riflettori e dai proclami. La guerra ibrida, fatta di cyber-warfare, intelligence e pressioni finanziarie, è probabilmente al suo apice.

Sicuramente, se e quando Trump deciderà di entrare in azione cinetica, non lo farà con grossi annunci anticipati sui giornali, ripetendo l’errore ottico di Giugno. L’attacco, se ci sarà, sarà rapido, chirurgico e, molto probabilmente, coglierà tutti di sorpresa. Tranne, forse, chi sta guardando le mosse reali e non le chiacchiere televisive.


Domande e risposte

Perché i media avevano annunciato l’attacco con tanta certezza?

I media mainstream tendono spesso a confondere la retorica politica e le “fughe di notizie” controllate con i piani operativi reali. Spesso si basano su fonti che spingono per l’intervento (come fazioni interne o alleati esteri) piuttosto che sul ristretto cerchio decisionale di Trump. Inoltre, l’aspettativa di un’azione crea hype e traffico, generando una camera dell’eco che si autoalimenta, scollegandosi dalla logistica militare reale e dalle tempistiche del Presidente.

Quanto conta davvero Reza Pahlavi per la strategia USA?

Pahlavi è fondamentale come simbolo di legittimità per un’eventuale transizione, ma non è sufficiente dal punto di vista tattico. Washington apprezza la sua visione filo-occidentale, ma il dubbio riguarda la sua capacità di comandare la lealtà delle forze armate iraniane. Senza una defezione significativa dei militari o dei Pasdaran, la sola popolarità di piazza di Pahlavi non garantisce un cambio di regime incruento o stabile, ed è questo che frena l’azione immediata.

I dazi alla Cina per il commercio con l’Iran funzioneranno?

È una scommessa, ma con alte probabilità di successo nel breve termine. La Cina e gli UAE sono i polmoni economici di Teheran. Colpirli con dazi significa alzare il costo politico ed economico del sostegno all’Iran. Se Pechino riduce gli acquisti di petrolio iraniano per proteggere il suo export verso gli USA, Teheran perde la sua unica fonte di valuta pregiata, accelerando il collasso interno senza bisogno di bombardamenti.

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