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L’ASSURDA GLORIFICAZIONE DEL LAVORO

Jean-Jacques Rousseau, col famoso saggio in cui rispondeva alla domanda se “le scienze e le arti fossero state utili all’umanità”, ha creato un luogo comune immortale: la negatività del progresso, il principio secondo cui l’uomo moderno nasce buono e la società lo corrompe. Si direbbe che tutti non aspettassero di sentirsi dire altro. Infatti il “Discours” fu premiato nel concorso dell’Académie de Dijon benché si fosse in pieno Illuminismo francese. La suggestione di questo principio si rivelò irresistibile perché esso permette agli uomini di autoassolversi e di rigettare le loro colpe su un’astrazione, la società.

I corollari non si contano: si va dal vagheggiamento di un mitico stato di natura in cui tutti gli uomini erano buoni e felici, all’ostilità nei riguardi di tutto ciò che è nuovo, dall’apprezzamento della superiorità morale della povertà (mentre si cerca in tutti i modi di evitarla) alla personale certezza di essere indenni dal condizionamento sociale. E se proprio ciò non è stato possibile, è perché si è subito un sopruso. Molti sostengono che hanno un’automobile perché la società gli ha imposto di averla, ma l’ideale sarebbe se fossero tutte vietate. Si potrebbe, come un tempo, passare tutta la propria vita nello stesso quartiere, spostandosi soltanto a piedi, conoscendo tutti ed essendo amati da tutti, come una grande famiglia. I dilettanti battono i fratelli Grimm.

Lasciando da parte le baggianate da salotto borghese, si può provare ad esaminare il rapporto fra il singolo e la società. Quando nasciamo ci inseriamo in un mondo che si è formato ben prima di noi – fatto che tra l’altro è una valida critica della teoria contrattualistica – e dunque non è infondata l’affermazione secondo cui il singolo si trova a subire modalità di convivenza prestabilite. Viceversa è largamente infondata l’idea che quella stessa società sia più cattiva del singolo.

Vivendo insieme, gli uomini finiscono col creare un corpus di regole morali e giuridiche, di abitudini, di stili di vita, che corrispondono alla media di ciò che essi desiderano. Un filosofo nato in un Paese islamico che si lamentasse della “cattiveria” della sua società, perché opprime la donna, dimenticherebbe che quelle istituzioni sono sostenute dalla totalità degli uomini e dalla grande maggioranza delle stesse donne, specialmente se anziane. Quell’obbrobrio non è colpa di una mitica “società”, contro cui Rousseau avrebbe avuto ragione di scagliarsi: è il sedimento di decenni e secoli di mentalità pressoché unanime delle persone reali.

Né le cose vanno diversamente nell’epoca contemporanea. Molti accusano gli Stati Uniti di essere un Paese materialista, che impone a tutti il dovere di battersi a morte per i beni economici, per la carriera, e soprattutto per il denaro. Il “successo” lì non è soltanto un piacere, è un assoluto dovere. Chi non riesce è colpevole, è un “perdente” nella lotta incessante per avere sempre di più. Ecco, secondo molti, la colpa fondamentale della società americana: essa vieta a tutti di avere altri valori.

L’accusa è del tutto infondata. Tutti gli uomini sono avidi: vogliono la ricchezza e il successo, e la più ambita è la società in cui i beni materiali abbondano. Se gli Stati Uniti fossero l’inferno che dicono i moralisti, non ci sarebbero milioni di persone che tentano in tutti i modi, legalmente e illegalmente, di andarci a vivere. E quanto all’insufficienza di valori, non si può dimenticare che mentre i francesi o gli inglesi hanno avuto a lungo una classe sociale privilegiata e raffinata che poteva permetterseli, la popolazione americana è stata originariamente composta da esuli e da immigrati il cui primo scopo era sopravvivere. Non è strano che ancora oggi festeggino, col Thanksgiving Day, il primo raccolto: cioè il momento in cui hanno potuto sperare che non sarebbero morti di fame. Ecco ciò che ha creato i principi di quella società.

Naturalmente ciò non toglie che il materialismo e il consumismo americani possano apparire eccessivi. E non toglie nemmeno il fatto che tante volte, dopo avere aspramente lottato per ottenere denaro, successo e riconoscimento, l’individuo non sia felice. Perché di altro avrebbe avuto bisogno. Ma la saggezza non è alla portata di tutti, e chi volesse insegnarla avrebbe un pubblico molto meno numeroso di chi insegnasse come far soldi. L’umanità è fatta così.

La società non ci opprime e non ci dà ordini. Essa in sé non esiste e le sue regole sono derivate da ciò che pensa la maggior parte di noi. È vero che c’è chi in essa non si trova bene, perché ha una personalità forte e autonoma, perché è disadattato, perché è superiormente indipendente e intelligente, ma anche in questi casi non deve incolpare la società ma la propria diversità. Inoltre va notato che spesso l’individuo, che ha da sempre accettato certe regole, le contesta poi quando cambia la sua personale condizione. Molti sono severissimi nei confronti dell’adulterio soltanto finché non capita a loro. Magari si giustificano dicendo che si sono innamorati, ma prima, di questa scusante non avevano mai tenuto conto.

Una riprova del fatto che ciò che insegna la società non sia dovuto ad essa stessa ma a ciò che pensano gli uomini, si può trovare nelle idee riguardanti il   lavoro, cioè l’attività con cui essi ottengono il necessario per sopravvivere. Poiché questa attività è faticosa, da sempre chi è riuscito a dispensarsene l’ha delegata agli altri, gli schiavi, per esempio. Dalla più remota antichità, l’attività manuale, invece d’essere un titolo di merito e di dignità, è stata considerata una condanna e la riprova dell’appartenenza ad una classe inferiore. Del resto, la stratificazione della società fra nobili e plebe era “naturale”, non c’era nulla da contestare ed essa era conforme alla morale e alla volontà di Dio. Questa “volontà di Dio” era oltre tutto il fondamento del potere del sovrano, per riconfermare il quale Carlo I d’Inghilterra preferì essere decapitato. Il lavoro era l’infelice destino dei poveri. I ricchi e i nobili se ne tenevano lontani come da un’attività che poteva sporcare le loro calze di seta bianca. Nietzsche ha scritto che il principio per cui il lavoro nobilita l’uomo, ai tempi di Luigi XIV sarebbe stato considerato “una volgarità”.

Tutto cambiò con la nascita dell’industria e soprattutto con la Rivoluzione Francese. Il  potere si trasferì da un “re per grazia di Dio” al popolo che vota. Prima si adulava il sovrano coronato, poi si è adulato il nuovo sovrano, santificandone i valori. Prima era giusto che comandasse l’unto del signore, perché così voleva Dio; ora la volontà della maggioranza era legge, e naturalmente una società popolare ha creato un corpus di valori popolari. Dal momento che la maggioranza del popolo lavora, il lavoro entra nel pantheon dei valori, fino ad arrivare ad affermazioni deliranti: si parla disinvoltamente di “amare il lavoro”, senza accorgersi che il semplice fatto che sia obbligatorio rende quell’ “amore” assurdo. Può appassionarsi alla propria attività professionale il direttore d’orchestra o il ministro preda di una passione divorante per la politica, ma come può farlo la guardia notturna, l’operaio alla catena di montaggio, chi raccoglie pomodori sotto il sole, o la commessa in piedi per otto ore dietro il suo bancone? Se tutti costoro dicessero che amano il loro lavoro sarebbero da curare. Guadagnarsi da vivere è una necessità e un dovere per non essere dei parassiti, nient’altro. In nessuna rappresentazione del Paradiso è incluso qualcuno intento alla fatica quotidiana.

La stima del lavoro su cui tanto si diffonde la nostra società, non è tuttavia un’idea balorda che sia venuta alla società stessa. Tutti vogliono avere stima di sé e di ciò che fanno. E dal momento che oggi comandano i cittadini che lavorano, la mentalità corrente si adegua ai loro desideri e per così dire include i loro pregiudizi nei programmi d’insegnamento. I principi correnti della società in materia di ideali, di morale, di valori, ed anche di lavoro, non sono diversi da quelli della classe dominante. E la stessa “società” è pronta a cambiarli, se cambia la classe dominante, come è avvenuto con l’Illuminismo.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

29 novembre 2014

 

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