Economia

L’Alluminio si ferma a Hormuz: Alba taglia la produzione al 20%. E i prezzi, già in volo per l’energia, s’infiammano

Lo Stretto di Hormuz blocca non solo il petrolio, ma anche i metalli. Alba (Bahrain) taglia il 20% della produzione di alluminio. Prezzi ai massimi da 4 anni spinti da crisi logistica e rincari energetici. L’impatto sull’industria globale.

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La crisi nello Stretto di Hormuz miete un’altra vittima eccellente e, questa volta, colpisce al cuore l’industria manifatturiera globale. Non parliamo di petrolio greggio, ma di alluminio, il metallo fondamentale per la transizione energetica, l’automotive e l’imballaggio. Aluminium Bahrain (Alba), il più grande impianto di fusione su singolo sito al mondo, ha annunciato domenica il taglio di circa il 20% della sua capacità produttiva. Un evento che certifica come le tensioni geopolitiche si stiano rapidamente trasferendo dall’ambito puramente logistico a quello della carenza fisica dei metalli industriali, con effetti a cascata che promettono di strozzare ulteriormente le catene di approvvigionamento.

La decisione di Alba, che da sola rappresenta circa il 2,2% della produzione mondiale con una capacità totale di 1,62 milioni di tonnellate annue, si è tradotta nello spegnimento controllato e sicuro delle linee di riduzione 1, 2 e 3. L’obiettivo dichiarato è quello di preservare la continuità aziendale, ma la realtà operativa è ben più cruda: il blocco effettivo delle rotte marittime attraverso Hormuz impedisce sia l’afflusso della materia prima vitale, l’allumina, sia la spedizione dei lingotti finiti ai clienti. Non a caso, l’azienda aveva già invocato la causa di forza maggiore lo scorso 4 marzo.

Questa drastica azione mirata serve a razionalizzare l’uso delle scorte di materie prime rimaste nei piazzali, garantendo almeno la stabilità operativa delle più moderne e capienti linee 4, 5 e 6. Alba ha comunicato che approfitterà di questa fermata forzata per effettuare importanti lavori di manutenzione e pulizia sugli asset fermi, preparando il terreno per un futuro riavvio, ma le tempistiche reali restano inevitabilmente ostaggio degli eventi bellici e geopolitici.

Il nodo energetico: una tempesta perfetta sui prezzi

Il taglio della capacità produttiva in Medio Oriente si innesta, in modo drammatico, su un mercato che era già in forte e palese tensione. I prezzi dell’alluminio, infatti, stavano già registrando una netta traiettoria rialzista ben prima dell’acuirsi del blocco navale. Il motivo principale? Il previsto e costante aumento dei costi energetici a livello globale. L’alluminio viene spesso e giustamente definito “elettricità solida” dagli addetti ai lavori: il processo di elettrolisi, necessario per trasformare l’allumina in metallo puro, è uno dei processi industriali più energivori in assoluto. Con i prezzi del gas naturale e dell’energia elettrica in costante fibrillazione, i margini delle fonderie erano già da mesi sotto estrema pressione.

Vista aerea dell’impianto ALBA- – sito aziendale

La crisi del Golfo ha quindi innescato un moltiplicatore dei costi. Oltre ai problemi puramente logistici di Alba, emergono infatti criticità legate direttamente all’approvvigionamento energetico degli impianti nella regione. È il caso emblematico di Qatalum, in Qatar, che il 3 marzo ha dovuto avviare procedure di spegnimento a causa di una temporanea sospensione delle forniture di gas, stabilizzandosi ora a un modesto 60% della sua capacità potenziale.

I numeri del settore in Medio Oriente

Considerando che il settore dell’alluminio in Medio Oriente è un pilastro globale, la sottrazione improvvisa di queste quote di mercato sta avendo effetti dirompenti.

  • Produzione GCC (2025): 6,16 milioni di tonnellate

  • Quota di mercato globale Medio Oriente: ~9%

  • Quota di mercato globale GCC: 8,35%

  • Impatto taglio Alba: 19% della capacità interna (oltre 300.000 tonnellate annue stimate)

I mercati finanziari, come sempre, hanno anticipato e prezzato lo scenario peggiore di questa carenza fisica. I timori di un deficit strutturale di offerta hanno spinto i future sull’alluminio al London Metal Exchange (LME) ai massimi da quasi quattro anni, toccando la vetta di 3.546,50 dollari per tonnellata metrica. A poco servono, in questo contesto, le rassicurazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il quale afferma che lo Stretto è aperto “a tutti tranne che alle navi collegate a USA e Israele”. I dati in tempo reale del tracciamento navale smentiscono la diplomazia: mostrano petroliere e cargo merci ancorati e immobili ai due lati del collo di bottiglia.

In una prospettiva  macroeconomica stiamo assistendo al più classico e distruttivo degli shock dal lato dell’offerta. Un evento che rischia di deprimere la produzione industriale a valle (si pensi all’industria automobilistica europea), alimentando al contempo una severa inflazione da costi che le banche centrali non hanno gli strumenti per curare, se non deprimendo ulteriormente la domanda. L’economia reale, fatta di navi, altiforni e logistica “just-in-time”, ci ricorda ancora una volta la sua intrinseca fragilità.

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