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La World Bank cancella la classifica “Doing Business”. Manipolazione e corruzione

 

Niente Classifica “Doing Business” da parte della “World Bank”. La classifica, una delle più seguite al mondo, interrogava migliaia di professionisti, commercialisti e avvocati, per valutare in quale paese fosse più facile intraprendere una  nuova attività, classificando quindi le nazioni dove il governo e la legislazione erano più vicine alle necessità del mondo degli affari. Questa classifica era utilizzata esternamente per indicare i paesi più aperti agli investimenti internazionali, e internamente come un potente strumento propagandistico.

Peccato che quest’anno non ci sarò classifica, semplicemente per le pressioni indebite di alcuni paesi, ne hanno falsato il significato a tal punto da renderla contestata da più parti e da farla cancellare, anche per il coinvolgimento dei vertici stessi della Banca Mondiale.

Le contestazioni del rapporto risalgono almeno al 2018, quando Paul Romer, allora capo economista della Banca Mondiale, che avrebbe poi vinto un Premio Nobel per l’economia , si dimise dopo essersi lamentato di come “Doing Business” trattasse il Cile.

Come risultato di armeggi metodologici, il paese sudamericano era precipitato nelle classifiche mentre la socialista Michelle Bachelet occupava la presidenza, rimbalzava sotto il conservatore Sebastian Pinera, per poi crollare di nuovo quando Bachelet tornava al potere. Insomma, più che cambiamenti effettivi l’indice indicava i cambiamenti di amministrazione, anche se questa non interveniva nelle misure economiche.  Il think tank Center for Global Development chiese alla banca di “abbandonare” il rapporto.

Justin Sandefur, un membro anziano del centro, sostiene che le classifiche hanno sempre riflettuto un pregiudizio contro l’intervento del governo nell’economia. Ha detto, ad esempio, che le classifiche non sono riuscite a valutare adeguatamente i benefici derivanti dalla spesa statale o dalla tutela dei lavoratori e dei consumatori.

“È venuto da un approccio anti-tasse anti-normativo molto forte, per allontanare lo stato dal modo in cui il settore privato può prosperare”, ha detto Sandefur. “Quello era il peccato originale. È nel profondo del DNA” del rapporto.

WilmerHale ha inferto un altro colpo alla Banca Mondiale e alla classifica “Doing Business”. Il personale della Banca Mondiale che stava compilando il rapporto del 2018 si stava preparando a far scendere la Cina al n. 85 della classifica dal n. 78 dell’anno prima. Il declassamento sarebbe avvenuto in un momento in cui la Banca mondiale stava cercando di raccogliere capitali, uno sforzo in cui Pechino, l’azionista n. 3 della banca, avrebbe dovuto svolgere un “ruolo chiave”, secondo il rapporto dello studio legale.

L’indagine ha scoperto che Georgieva “è stata direttamente coinvolta negli sforzi per migliorare la classifica della Cina”.

Secondo l’inchiesta, ha anche criticato aspramente il direttore cinese della banca per “cattiva gestione” delle relazioni della banca con Pechino e per non aver apprezzato l’importanza della classifica “Doing Business” per la leadership cinese. Sotto pressione dall’alto, hanno scoperto gli investigatori, il personale della banca ha deciso di concedere alla Cina più credito per una nuova legge che coinvolge le cosiddette transazioni garantite, in genere prestiti che comportano garanzie. Il risultato è stato che la Cina è tornata dov’era la classifica — n. 78. Altri cambiamenti hanno interessato le classifiche di Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Quindi “Doing business” era una classifica falso, manovrata politicamente e ricca di pregiudizi politici e ideologici. Uno strumento sostanzialmente inutile, anzi distorcente della realtà.


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