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La scommessa eolica del Mare del Nord si scontra con la dura realtà del gelo USA

L’Europa punta tutto su 100 GW di eolico nel Mare del Nord, ma il gelo negli USA svela i rischi: quando le rinnovabili crollano, a salvare la rete sono ancora gas, nucleare e petrolio. Una lezione di realismo energetico.

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Mentre nove paesi europei pianificano 100 GW di eolico offshore per tagliare il gas, gli Stati Uniti ci ricordano che, quando il freddo morde davvero, a tenere accesa la luce sono ancora nucleare, gas e persino petrolio.

Sono ormai quattro anni che il Vecchio Continente tenta di ridurre la propria dipendenza dalle importazioni energetiche. I risultati sono stati parziali, ottenuti spesso attraverso la “distruzione della domanda” causata da prezzi insostenibili per l’industria. Tuttavia, proprio questo mese, una parte d’Europa ha deciso di raddoppiare la posta sul tavolo della transizione verde, nello stesso momento in cui la rete elettrica degli Stati Uniti offriva una lezione pratica e brutale sull’importanza delle fonti energetiche affidabili; quelle stesse fonti di cui l’Europa sembra voler fare a meno il prima possibile.

Turbine eoliche nel Mare del Nord

Il piano del Mare del Nord

La notizia è fresca: nove paesi europei hanno annunciato l’intenzione di costruire 100 GW di capacità eolica offshore. L’obiettivo dichiarato è approvvigionarsi di più elettricità locale, riducendo la dipendenza dalle materie prime estere, in particolare il gas naturale.

Il consorzio, che comprende pesi massimi e attori strategici, prevede non solo la costruzione congiunta di grandi parchi eolici, ma anche l’utilizzo condiviso dell’energia generata. I protagonisti di questa iniziativa sono:

  • Regno Unito

  • Germania

  • Francia

  • Paesi Bassi

  • Norvegia

  • Belgio

  • Irlanda

  • Lussemburgo

  • Islanda

La lezione americana: quando il vento non basta

Mentre in Europa si tracciano piani sulla carta, oltre l’Atlantico la realtà fisica si è imposta con prepotenza. Gli Stati Uniti stanno attraversando un inverno particolarmente rigido che ha costretto parte del paese a incrementare la generazione elettrica attingendo alla fonte forse meno aspettata: il petrolio.

Nel New England, lunedì scorso, un terzo dell’elettricità è stata generata dal petrolio, con picchi che hanno toccato il 40% del mix energetico regionale. E le rinnovabili? Eolico e solare, nel momento del bisogno, hanno contribuito per un misero 6% totale.

La situazione non è stata diversa in Texas, dove l’operatore di rete ERCOT si è preparato al peggio ben prima dell’arrivo della tempesta. Le previsioni erano chiare: il gelo rischiava di mettere fuori uso fino al 60% della capacità eolica (circa 40,6 GW). Inoltre, con la neve, il solare diventa praticamente inesistente. La risposta del mercato è stata immediata e pragmatica: per far fronte all’impennata della domanda, i generatori hanno spinto al massimo su:

  • Gas naturale

  • Nucleare

  • Carbone

Il ritorno del concetto di “Baseload”

Ciò che l’emergenza statunitense ha mostrato al resto del mondo è che la capacità di carico di base (baseload) conta ancora, e conta moltissimo durante le crisi. Il baseload è la quantità minima di elettricità che deve essere costantemente disponibile sulla rete, indipendentemente dai capricci meteorologici.

Gas, carbone, nucleare e petrolio sono fonti di baseload. L’eolico e il solare non lo sono, nemmeno con l’ausilio delle batterie o di dozzine di interconnessioni, che rappresentano il cuore del piano da 100 GW nel Mare del Nord.

La motivazione europea è comprensibile: la maggior parte del continente non produce i propri combustibili per il carico di base. La Germania possiede abbondanti riserve di lignite, ma lo sviluppo di questa risorsa è politicamente tabù, anche se Berlino è stata costretta a riattivare le centrali a carbone per smentire le previsioni di inverni miti e senza neve.

Neve nel Midwest- fonte X

La trappola del gas e l’incognita Trump

Poiché l’Europa non dispone di risorse sufficienti o, più spesso, non ha il desiderio di sfruttare quelle che possiede, la dipendenza dalle importazioni rimane critica. L’anno scorso, il GNL (Gas Naturale Liquefatto) statunitense ha rappresentato il 57% di tutte le importazioni di GNL nell’UE e in Gran Bretagna.

Questa dipendenza è destinata a crescere. Bruxelles ha appena siglato il divieto totale per il gas russo a partire da gennaio 2027, nonostante le proteste di paesi come Ungheria e Slovacchia, le cui industrie dipendono da forniture a basso costo. Un paradosso, se si considera che l’UE è stata il più grande acquirente di gas liquefatto russo proprio l’anno scorso.

Con l’uscita di scena del fornitore russo, i paesi europei dovranno appoggiarsi ancora di più agli Stati Uniti, proprio durante il mandato di un presidente, Donald Trump, che ha chiarito di voler vendere più energia americana al mondo. I leader europei temono però che l’agenda della “dominanza energetica” possa essere usata come un’arma geopolitica.

Sebbene la dipendenza sia reciproca (i produttori USA hanno bisogno dei compratori UE), le posizioni non sono pari. I produttori americani hanno alternative in Asia; l’Europa, senza la Russia, ha poche alternative alla mole di gas statunitense.

Le rinnovabili non creano baseload

Costruire più eolico — molto più di quanto già non ce ne sia lungo le coste — difficilmente rappresenta la risposta definitiva alla sicurezza energetica, come dimostrano le ultime settimane negli USA. Una strategia più prudente, forse, guarderebbe a impegni di fornitura di gas e petrolio a lungo termine con una varietà di fornitori più ampia, privilegiando il realismo ingegneristico rispetto all’ottimismo ideologico.

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