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La Russia ricalibra le ambizioni spaziali: nel 2036 il ritorno su Venere con la missione Venera-D

La Russia annuncia la missione Venera-D per il 2036. Un lander, un orbiter e un pallone atmosferico sfideranno l’inferno di Venere tra temperature di 480°C e piogge di acido solforico, per reclamare lo storico primato spaziale sovietico e cercare tracce di vita.

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Mentre le tensioni geopolitiche terrene assorbono gran parte delle risorse e dell’attenzione mediatica, la Russia torna a guardare oltre l’orbita terrestre. L’obiettivo non è la Luna, ormai affollata da programmi statunitensi e cinesi, ma un pianeta che storicamente ha visto il dominio incontrastato dell’ingegneria sovietica: Venere. Secondo quanto dichiarato dai media statali russi, Mosca ha in programma il lancio della complessa missione Venera-D per il 2036.

Il progetto Venera-D è in fase di studio dal 2003 e, in un’epoca antecedente all’invasione dell’Ucraina del 2022, era stato persino concepito come una potenziale missione congiunta con la NASA. Oggi le agenzie spaziali occidentali hanno interrotto le collaborazioni (fatta eccezione per la Stazione Spaziale Internazionale), ma l’agenzia russa Roscosmos ha deciso di procedere in autonomia. Come confermato dal Primo Vice Primo Ministro Denis Manturov, l’esplorazione robotica di Venere e della Luna occupa un posto centrale nelle strategie di sviluppo tecnologico del Paese.

Venera 7 immagine AI

L’eredità sovietica e l’architettura della missione

Da un punto di vista puramente industriale e storico, la rivendicazione russa su Venere ha basi solide. Tra gli anni ’60 e ’80, l’Unione Sovietica è stata l’unica nazione a far atterrare con successo veicoli spaziali sulla superficie venusiana, trasmettendo dati e immagini. Manturov ha ricordato con una punta di orgoglio nazionale il successo della sonda Venera 7 nel 1970, il primo manufatto umano a inviare segnali dalla superficie di un altro pianeta.

La nuova architettura di Venera-D si preannuncia particolarmente ambiziosa e si articolerà su tre componenti principali:

  • Un orbiter: destinato a mappare il pianeta e a fungere da ponte radio.
  • Un lander: progettato per resistere alle condizioni di superficie.
  • Un pallone atmosferico: che fluttuerà nelle nubi per analizzarne la composizione.

L’obiettivo scientifico primario sarà la ricerca di vita microbica, un tema tornato di grande attualità dopo le recenti (e dibattute) scoperte di fosfina e ammoniaca, possibili biomarcatori, nell’atmosfera del pianeta.

La sfida ingegneristica: l’inferno dell’atmosfera venusiana

L’atmosfera di Venere rappresenta, senza mezzi termini, l’incubo di ogni ingegnere aerospaziale. Comprendere la difficoltà di una missione come Venera-D richiede di analizzare le condizioni infernali che il lander e il pallone dovranno affrontare.

Venera 1

In primo luogo, la composizione chimica è letale: il 96,5% dell’atmosfera è costituito da anidride carbonica, che genera un effetto serra estremo e fuori controllo. Questo meccanismo intrappola il calore, portando le temperature superficiali a una media spaventosa di 460-480 gradi Celsius. A queste temperature, metalli come il piombo e lo zinco fondono, rendendo la progettazione dei circuiti elettronici e dei sistemi di raffreddamento un’impresa titanica. L’elettronica tradizionale smette di funzionare in pochi minuti, ma la sfida non si ferma qui.

Oltre al calore, c’è il problema della pressione atmosferica. Sulla superficie venusiana, la pressione è circa 92 volte superiore a quella terrestre al livello del mare. Per rendere l’idea, è l’equivalente della pressione che un sottomarino subisce a quasi mille metri di profondità nell’oceano. Costruire una navicella capace di non farsi schiacciare come una lattina vuota richiede l’uso di spesse sfere di titanio o acciaio, che aumentano drasticamente il peso del carico utile e i costi di lancio.

Inoltre, salendo verso l’alto, dove opererà il pallone atmosferico, le temperature scendono, ma subentra un altro ostacolo: le dense nubi di acido solforico altamente corrosivo. Questo strato nuvoloso, che si estende per decine di chilometri, può dissolvere rapidamente i materiali convenzionali, attaccando sensori, pannelli solari e paracadute. Infine, non va sottovalutata la “super-rotazione” atmosferica: venti uraganici che spazzano gli strati alti a oltre 350 chilometri orari, creando turbolenze estreme. Progettare un veicolo che sopravviva alla discesa, resista all’impatto, e trasmetta dati da questo inferno chimico e barico è, a tutti gli effetti, una delle sfide ingegneristiche più complesse mai tentate dall’umanità.

La nuova corsa globale allo spazio profondo

La Russia non è l’unica a voler tornare sul “gemello cattivo” della Terra. Il rilancio degli investimenti pubblici in ambito aerospaziale, in una classica ottica di stimolo keynesiano all’innovazione, sta spingendo diverse nazioni a programmare missioni.

Ecco il quadro delle principali missioni in fase di sviluppo:

AgenziaNazioneNome MissioneLancio PrevistoObiettivo Principale
RoscosmosRussiaVenera-D2036Atterraggio e studio nubi per biomarcatori
NASAUSAVERITAS / DAVINCI~2030 / 2031Mappatura geologica e analisi gas profondi
ESAEuropaEnVision2031Studio attività tettonica e vulcanica
ISROIndiaShukrayaan-12028Osservazione orbitale e radar

Resta da vedere se il complesso militare-industriale russo, attualmente sotto forte stress, avrà le risorse finanziarie e tecnologiche per rispettare la scadenza del 2036, ma l’ambizione di tornare a dominare l’esplorazione venusiana è, senza dubbio, chiara.

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