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La Norvegia non si ferma: 57 nuove licenze per petrolio e gas. L’Europa ringrazia

Norvegia, via a 57 nuove trivellazioni: Oslo scommette ancora su petrolio e gas per salvare l’energia europea.

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Mentre Bruxelles continua a discutere di transizione verde e target a emissioni zero, nel Mare del Nord c’è chi bada al sodo, garantendo la sicurezza energetica del continente e, contemporaneamente, la ricchezza delle proprie generazioni future. Parliamo della Norvegia, il più grande produttore di petrolio e gas dell’Europa occidentale, che martedì ha offerto 57 nuove licenze di produzione a 19 compagnie nell’ambito del suo ciclo annuale di licenze.

L’obiettivo di Oslo è chiaro: mantenere gli attuali elevati livelli di produzione ancora per molti anni, evitando quel declino naturale che altrimenti inizierebbe a farsi sentire verso la fine del decennio. Un approccio industriale da manuale: investire oggi nelle infrastrutture produttive per sostenere l’offerta, il lavoro e la creazione di valore domani.

APA 2025: Dove si scaverà

Le concessioni rientrano nel cosiddetto round APA (Awards in Predefined Areas), che si concentra sulle aree più mature e meglio esplorate della piattaforma continentale norvegese. Dopo oltre mezzo secolo di attività, queste zone coprono ormai la maggior parte dell’area aperta alle trivellazioni.

Ecco come sono distribuite geograficamente le 57 nuove licenze offerte in questo round:

  • Mare del Nord: 31 licenze

  • Mar di Norvegia: 21 licenze

  • Mare di Barents: 5 licenze

I protagonisti: non solo Equinor

Non sorprende vedere che tutti i principali operatori offshore in Norvegia si siano aggiudicati delle quote. Il governo norvegese ha puntato sull’affidabilità e sulla capacità di investimento. Tra i vincitori troviamo:

  • I colossi “di casa”: Equinor, Aker BP, Vår Energi e DNO.

  • Le sussidiarie norvegesi di giganti internazionali: ConocoPhillips, TotalEnergies, Harbour Energy e OMV.

Il pragmatismo del Ministro Aasland

Le parole del Ministro dell’Energia, Terje Aasland, non lasciano spazio a interpretazioni ideologiche, ma si ancorano alla realtà dei numeri. «La Norvegia è il più importante fornitore di energia per l’Europa, ma tra pochi anni la produzione inizierà a diminuire. Pertanto, abbiamo bisogno di nuovi progetti che possano rallentare il declino e fornire quanta più produzione possibile», ha dichiarato Aasland.

Il ministro ha poi sottolineato come queste licenze siano «un contributo significativo per garantire la continua attività nell’industria del petrolio e del gas». Un’attività che è fondamentale non solo per i posti di lavoro e la creazione di valore interno (che alimenta il più grande fondo sovrano al mondo), ma anche per la sicurezza energetica dell’Europa.

Investire per non declinare

La Norwegian Offshore Directorate ha recentemente evidenziato che, nonostante il 2025 abbia registrato i migliori risultati esplorativi degli ultimi quattro anni, la Norvegia avrà bisogno di ancora più esplorazioni e scoperte. Senza nuovi investimenti in progetti greenfield e brownfield, il declino dell’output a partire dalla fine degli anni 2020 sarebbe inevitabile.

Oslo, con il supporto del governo, continua quindi a scommettere sui ricavi massicci derivanti dagli idrocarburi. Una lezione di realismo economico: mentre si pianifica il futuro, non si smette di valorizzare le risorse che garantiscono il benessere presente.


Domande e risposte

Perché la Norvegia continua a investire nel fossile nonostante la transizione ecologica? La Norvegia adotta un approccio pragmatico. Sebbene investa anche nelle rinnovabili, è consapevole che la domanda globale ed europea di petrolio e gas rimarrà sostenuta per anni. Mantenere la produzione serve a finanziare il loro stato sociale tramite il fondo sovrano e a garantire all’Europa un fornitore affidabile, specialmente dopo il distacco dal gas russo. È una scelta di sicurezza nazionale ed economica, non solo energetica.

Chi beneficia maggiormente di queste nuove licenze? I beneficiari sono molteplici. In primis le compagnie energetiche come Equinor e Aker BP, che possono mantenere operativi i loro asset. Poi lo Stato norvegese, che incassa tasse elevate sui profitti petroliferi. Infine, l’Europa stessa: senza il gas norvegese, la sicurezza energetica del continente sarebbe a rischio critico, con prezzi potenzialmente molto più volatili di quelli attuali. È un gioco a somma positiva per l’economia del Mare del Nord.

Cosa succederebbe se la Norvegia smettesse di esplorare nuove aree? Secondo la Norwegian Offshore Directorate, senza nuove esplorazioni la produzione inizierebbe un rapido declino naturale verso la fine di questo decennio. Questo comporterebbe una riduzione delle entrate per il fondo sovrano norvegese e, per l’Europa, una minore disponibilità di gas “amico”, costringendo il continente a dipendere maggiormente dal GNL importato da USA o Qatar, con costi logistici e ambientali verosimilmente superiori.

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