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LA FINTA CORRELAZIONE TRA TASSI, MUTUI E “SPREAD” di Luigi Luccarini.

 

Uno dei peggiori “tormentoni” che siamo costretti ad ascoltare in questo periodo è quello secondo cui l’attuale situazione dello “spread” tra titoli di Stato (nel caso di specie tedeschi ed italiani) si rifletterebbe in modo più o meno automatico sui tassi di interesse praticati dalle nostre banche per mutui e prestiti.

Siccome il ritornello è costante, proviene da un nugolo di personaggi ritenuti degni di fede (dal noto economista Tajani, al chiaroveggente Padoan, quello del DEF fatto a pezzi dai dati dell’economia reale) e da lì rimbalza su tutti i mezzi di informazione, forse è il caso di approfondire un po’ la questione.

Perché evidentemente non ci si accontenta ancora delle rassicurazioni offerte da quei rivoluzionari dell’ABI, che hanno fatto presente nell’ultimo loro rapporto mensile che i tassi di interesse applicati dalle banche alla clientela sono appiattiti in realtà sui minimi storici.

Precisamente: quello medio sui prestiti al 2,58%, il valore più basso della serie dal 2013, in calo rispetto al 2,60% del mese precedente. E quello per i mutui sulle nuove operazioni di acquisto di abitazioni all’1,79% (1,85% ad agosto).

Neppure ci si vuol convincere, nonostante ABI lo dica forte e chiaro, che il margine fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie permane in Italia su livelli particolarmente bassi ed a settembre 2018 risulta pari a 187 punti base (188 il mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

Per capirci: questo margine è lo “spread”, quello vero, quello che le che le banche garantiscono per sé all’atto di erogare denaro. E’ anche vero i problemi potrebbero cominciare da ora.

Ma proprio in relazione a questi numeri che implicano, per il fatto stesso di rappresentare un “minimo dei minimi” di serie storiche, la difficoltà di ipotizzare ulteriori loro compressioni al ribasso.

E a causa di altri fattori, che commentatori e opinion leaders evitano accuratamente di spiegare, perché non sia mai che il “popolino”, quello che ragiona con la “pancia”, sia in qualche modo edotto e possa cominciare ad orientarsi da solo (ricordo che in base ad un report del 2015 della Banca Mondiale sulla formazione finanziaria è risultato che solo il 37% della popolazione italiana ha una discreta alfabetizzazione in questo ambito e che la percentuale scende al 5% di a chi accende mutui per l’acquisto di case: 63° posto al mondo).

Fattori che, peraltro, si riferiscono a situazioni consolidate nel tempo e che nulla hanno a che fare con le scelte di politica economica annunciate dal nuovo Governo.  Vediamoli allora.

Un primo elemento è legato alla dinamica della domanda di denaro alle banche. ABI infatti fa notare che il mercato dei mutui sta registrando forti variazioni positive con una crescita del 2,2% su base annua ed almeno i tre quarti dei finanziamenti per la casa erogati a tasso fisso: una scelta, quest’ultima, che già implica aspettativa di tensioni sulla curva dei tassi.

Abbastanza ovvia, se si tiene conto della decisione di BCE di procedere verso una politica monetaria più restrittiva rispetto al passato.

Per contro la raccolta complessiva delle banche (depositi da clientela residente + obbligazioni) registra a settembre 2018 una variazione su base annua di +0,2% che in sé prefigura uno sbilancio (le banche prestano più denaro di quanto ne raccolgano) e può determinare quindi un meccanismo di adeguamento, nel quale l’interesse finirebbe per rappresentare l’elemento riequilibratore tra domanda ed offerta.

Se poi passiamo a verificare i termini di come avviene questa raccolta, ci accorgiamo che sempre più determinante è quella a breve termine, con i relativi depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) aumentati di circa 51,6 miliardi di euro rispetto a un anno prima (variazione pari a +3,6% su base annuale), mentre si conferma la diminuzione della raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, per quasi 48 miliardi di euro in valore assoluto negli ultimi 12 mesi (pari ad  un -16,2%).

Quest’ultimo è il dato meno rassicurante in assoluto.

Perché le banche, affidandosi sempre più a forme tecniche di raccolta a breve termine, potrebbero dover sopportare nel futuro un aggravio di costi, specialmente se la politica monetaria dovesse davvero cambiare impostazione e tornare a far salire i tassi di riferimento.

Poichè infatti che la raccolta a breve termine deve essere rinnovata con maggior frequenza, il costo della provvista tenderebbe ad aumentare, incidendo poi sul margine applicato alla clientela.

Non tanto in termini assoluti (attualmente, abbiamo visto, lo scarto è 187 punti) quanto per il fatto che le banche potrebbero essere costrette ad offrire una maggior remunerazione sui depositi, per attirare maggiori capitali o anche solo per scongiurarne un deflusso, e questo maggior costo si “scaricherebbe” inevitabilmente sui tassi praticati nelle operazioni di prestito.

D’altra parte l’eccesso di raccolta a breve termine è determinato dal fatto che i risparmiatori hanno una percezione negativa delle prospettive economiche – proprie e del paese – e perciò continuano ad impiegare il denaro in strumenti di liquidità, aumentando così il rischio di shock dell’intero sistema.

Questo passaggio è facile da comprendere, se si tiene conto che i depositi in conto corrente rappresentano la forma di raccolta più facilmente smobilizzabile da parte dei clienti e la prima ad essere aggredita dai risparmiatori nei periodi di crisi di fiducia.

Perciò  diventa chiaro anche quanto siano pericolosi certi “allarmismi” lanciati dal mondo dell’informazione, che contribuiscono ad aggravare una situazione di “confidence” già in calo, aumentando la percezione del rischio prospettico da parte dell’investitore ed incidendo così sulle sue decisioni di impiego del denaro.

Quello che gli “allarmisti” non vi raccontano, infatti, è che il dato, confermato anche dalle ultime rilevazioni ABI, dello spostamento del risparmio dalla forma tecnica più stabile nel tempo, le obbligazioni, verso i depositi in conto corrente, è un processo che risale ad un tempo ben precedente la fase che attraversa oggi il nostro paese, come si vede dal grafico in figura 1.

 

(figura 1, grafico tratto da da https://www.finriskalert.it/?p=4305).

Si tratta dunque di un fenomeno ciclico, che può essere giustificato in vari modi, sia correlandolo all’instabilità economica/finanziaria del decennio, sia (soprattutto, direi) alla psicologia degli investitori, che percepiscono oggi il fattore “tempo” come elemento di rischiosità in misura molto maggiore rispetto al passato, anche per via di episodi legati all’insolvenza di questo o quel prestatario (emblematico, nel nostro paese, il caso di Banca Popolare Etruria Lazio).

In un simile contesto, è evidente che i rendimenti offerti dalle obbligazioni bancarie non vengono più ritenuti soddisfacenti da parte di chi detiene denaro. Non a caso la perdita di “appeal” del comparto si è verificata in misura crescente dal momento in cui l’alleggerimento quantitativo di BCE ha depresso il corso dei tassi a medio/lungo termine.

Altrettanto non a caso l’attività di sostegno al sistema bancario da parte della Banche Centrali è avvenuta più che altro mediante le Long Term Refinancing Operations, a testimonianza del fatto che le banche avevano “fame” di questo genere di valuta.

Tuttavia la fase espansiva della politica monetaria sembra in esaurimento e con una domanda di denaro a scadenze lunghe in aumento e la difficoltà delle banche di reperirne l’adeguata provvista, i tassi non potranno che muoversi come meccanismo riequilibratore dell’offerta.

Di qui la sufficiente probabilità di un loro prossimo incremento.

Che certo non dipende dallo “spread”, quell’altro, quello che misura la distanza tra BTP e Bund, nonostante quanto Tajani, Padoan e tutti gli altri che si affidano a questo ritornello vorrebbero far intendere.

Tutt’al più il rischio che le banche corrono, in conseguenza del recente fenomeno di perdita di valore dei nostri Titoli di Stato, è quello di accusare minusvalenze patrimoniali all’atto di redigere il loro bilancio di esercizio. E che quindi siano a quel punto in qualche modo “obbligate” ad aumentare i loro margini di intermediazione  per rientrare da queste ipotetiche perdite.

Ma intanto questo fenomeno non dipende in alcun modo dallo “spread”, quanto dai rendimenti dei BTP, che potrebbero anche riportarsi ad un livello tale da non generare le minusvalenze ipotizzate, anche se – per avventura – il decennale tedesco dovesse continuare la sua folle corsa al rialzo e spostare i suoi in area negativa (e ci siamo quasi…)..

E comunque, si tratta soltanto di “ipotesi”, dal momento che nulla sappiamo sulla composizione del portafoglio delle nostre banche, sul prezzo di carico dei BTP, sul valore medio che avranno a chiusura esercizio finanziario ecc… Sappiamo solo, al momento, che lo “spread”, quello che veramente interessa noi risparmiatori – cioè il margine fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta – è attualmente di 187 punti e si pone ad un livello minimo su una serie storica decennale.

Nel frattempo però vengono sparsi a piene mani pessimismo e sfiducia su un settore di mercato delicatissimo, come quello che ha a che fare con il circuito interno della liquidità.

E se alcuni di quelli che parlano è probabile che lo facciano senza grande cognizione di causa, per altri la sensazione che neppure valga più la presunzione di buona fede, che pure il nostro codice civile riconosce a tutti.

Perché gli indizi che in qualche modo certi personaggi stiano così cercando di manipolare le coscienze degli investitori sono diventate gravi, precise e concordanti, sempre per rifarci al nostro codice civile.

Che poi la sensazione che con siffatti comportanti si finisca per “turbare il mercato interno dei valori o delle merci” diventa sempre più insistente.

E questo, come noto, è un comportamento che interessa il nostro codice penale.

LUIGI LUCCARINI

 


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