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La Corte di Giustizia si pronuncerà sul denaro contante. All’ombra di Bill Gates…

Verso metà giugno, dopo Karlsruhe, e sempre per iniziativa dei tedeschi, un altro giudice potrebbe emettere una pronuncia in materia monetaria. Un verdetto determinante non tanto sul piano economico generale, quanto su quello dei diritti individuali. Questa volta, in effetti, non si parla di quantitative easing e di BCE e i magistrati protagonisti non saranno i togati rossi della Corte Costituzionale teutonica.  Il tema è quello dell’uso del denaro contante e i magistrati sono quelli della Grande Camera della Corte di Giustizia europea.

La Corte del Lussemburgo sarà chiamata a pronunciarsi sul diritto inalienabile di un cittadino di poter pagare le tasse – e, per estensione, qualsiasi cosa –  in “moneta sonante”. E sul correlativo dovere dello Stato – e, per estensione, di chiunque – di accettare la suddetta modalità di pagamento. Il principale tribunale amministrativo tedesco, il Bundersvelwatungsgericht, ha ritenuto fondate le ragioni del ricorrente, ma ha rimesso la palla ai colleghi europei per una valutazione del caso in chiave comunitaria.

Tutto nasce su impulso di Norbert Haering che non è un pinco pallo qualsiasi. Trattasi di un giornalista di temi economico-finanziari, nonchè cofondatore e condirettore della World Economics Association, una grande associazione di economisti di livello mondiale. L’azione legale di Haering rimetterà al centro del dibattito tutti gli inoppugnabili argomenti di chi si oppone strenuamente alla messa al bando del contante. Innanzitutto, motivi di tutela della privacy. Il contante è denaro “anonimo”, l’unico mezzo di scambio in grado di garantirci dalla definitiva, pervasiva e totalitaria sorveglianza dello Stato-padrone su ogni più minuto aspetto delle nostre esistenze. Una volta spariti i “quattrini”, non vi sarà pertugio della dimensione privata di una persona in grado di sfuggire al controllo del Grande Fratello,  non solo fiscale.

In secondo luogo, vere e proprie ragioni di “sopravvivenza” individuale. Una moneta solo elettronica o affidata al lavorio di un chip (per ora inserito in una card, domani vedremo) è una moneta pericolosamente “discrezionale”. Basta una disattivazione da remoto per “spegnere” il diritto all’auto-sussistenza: quindi per ridurre alla fame, se del caso, qualsiasi “disobbediente”. E dopo aver assistito alle misure da regime sudamericano con cui siamo stati addomesticati negli ultimi mesi di Covid, tale eventualità non pare affatto fantascientifica.

Ma c’è un altro aspetto allarmante nella materia in questione. Anche in tal caso, come in quello dei vaccini, quale figura si staglia, sinistra, sullo sfondo della lotta al cash? Chi spunta, come un onnipresente coniglio dal cilindro? Sempre lui: Bill Gates. E qui entra in gioco il terzo grande motivo per non arretrare di un centimetro dalla trincea in difesa del contante.

A far data dal 2012, la Bill and Melinda Gates Foundation ha contribuito a fondare, e a finanziare da par suo, la Better Than Cash Alliance: un organismo sovranazionale con lo scopo (“benefico”, ovviamente) di promuovere la cultura dei pagamenti digitali, come antidoto alla povertà.

Secondo Haering, le società di Information Technology, con Gates in testa, puntano al bersaglio grosso dei big data: e cioè la marea sconfinata di informazioni personali acquisibili grazie  alla digitalizzazione integrale del contante. Altri player interessati all’implementazione della moneta elettronica sono le grandi banche private, ingolosite dall’enorme business collaterale rappresentato dalle commissioni incamerabili su ogni transazione. Tra i finanziatori della Better Than Cash Alliance  troviamo, accanto all’onnipresente fondatore di Microsoft, troviamo anche multinazionali del ramo come Visa, Mastercard e Citi. Della serie: il conflitto di interessi, questo sconosciuto.

Orbene, in vista del verdetto, potremmo ingannare l’attesa con una piccola riflessione giuridica. Restando al diritto di casa nostra, ci accorgeremmo di un incredibile paradosso: una eliminazione del contante non solo porterebbe con sé tutte le controindicazioni di cui sopra, ma sarebbe insanabilmente “illegittima”. Per capirlo, basta por mente al concetto di “moneta a corso legale”. Come noto – e come ci ricorda il sito di Bankitalia –  “l’unica forma di moneta legale è la moneta contante emessa da una banca centrale; per l’euro, la banca centrale europea”.

Quindi, solo le banconote e gli spiccioli metallici  godono, da un punto di vista normativo, del privilegio di “dover” essere accettati da chiunque li riceva in pagamento. E ciò in base all’articolo 1277 del codice civile (“I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale”) e in base all’articolo 693 del codice penale che sanziona con una contravvenzione il rifiuto del contante.

E la moneta elettronica, allora, cos’è? Per la stessa Banca d’Italia è “una moneta privata”. Trattasi, insomma, di una semplice promessa di pagamento. Sempre Palazzo Koch ci rammenta che “la moneta bancaria è emessa dalle banche e accettata da tutti perché convertibile in moneta legale”. In altri termini, essa è un surrogato della moneta legale: ci da il diritto di ottenere, presso qualsiasi sportello bancario, l’equivalente (in contanti) della cifra riportata in un bonifico piuttosto che in un accredito via bancomat o in un pagamento con carta di credito.

Capite bene come tutte le (sempre più stringenti) limitazioni all’uso del contante siano, sotto il profilo giuridico, una vera e propria aporia giuridica. In altri termini, non ha senso logico, ed è  contraddittorio sul piano legislativo, che lo Stato designi il contante quale unica moneta a corso legale con effetto liberatorio (cioè, ad accettazione obbligatoria) e poi ne impedisca l’utilizzo sopra certi importi.

In tutto ciò si colloca, purtroppo, una sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 2007, la numero 26.617, che ha – sia pure indirettamente – legittimato la succitata bizzarria. Secondo la Suprema Corte, persino per le somme inferiori rispetto al limite fissato per legge, il debitore ha facoltà di liberarsi mediante moneta bancaria e il creditore deve accettare salvo giustificato motivo. Con ciò legittimando, di fatto, una sorta di equiparazione tra una “moneta privata”, come quella elettronica, e l’unica, vera moneta a corso legale, e cioè il contante.

A questo punto, non ci resta che confidare nel massimo consesso giurisdizionale europeo. Se la Grande Camera desse ragione ad Haering, potremmo parlare di una grande vittoria “liberale”. Infatti, non è solo il tempo ad essere “denaro”, come recita l’antico adagio. Se ci pensiamo bene – e per quanto possa suonare cinica l’affermazione – lo è anche la libertà. Perché non c’è azione quotidiana che non sia veicolata o agevolata o finanziata, in un modo o nell’altro, dal denaro. Se quel denaro lo possiamo “gestire” in autonomia, toccandolo e usandolo a nostra discrezione, non siamo ancora asserviti del tutto. Una volta persa anche questa facoltà, ci saremo definitivamente consegnati al Gran Leviatano di un regime prossimo venturo.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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