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La Cina punta tutto sull’aumento dei salari minimi: la scommessa di Pechino per salvare i consumi

Oltre 27 province cinesi alzano le buste paga nel 2026 per rilanciare i consumi. Da Shanghai a Pechino, ecco i nuovi limiti salariali e i rischi per l’economia globale.

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In un momento in cui l’economia cinese cerca faticosamente di mantenere il passo con i target di crescita fissati dal Partito Comunista, Pechino sembra aver rispolverato un classico manuale di economia occidentale. Per rilanciare i consumi interni, asfittici e preoccupanti, il governo cinese ha deciso di puntare sulla leva più diretta a sua disposizione: l’aumento dei salari minimi.

All’alba del 2026, i dati del Ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale ci consegnano un quadro inequivocabile. Ben 27 delle 31 giurisdizioni a livello provinciale della Cina continentale hanno aumentato i salari minimi mensili nell’ultimo anno. Di queste, la metà ha introdotto aumenti a due cifre, superando di gran lunga il tasso di crescita del PIL cinese, stimato intorno al 5% e su svariati multipli del tasso d’inflazione che, ufficialmente, è del 0,8%.

Tasso d’inflazione Cina, da Tradingeconomics

I numeri del nuovo assetto retributivo

In 31 regioni (tra cui giganti industriali come Guangdong, Jiangsu e Zhejiang) la soglia del salario minimo ha ormai superato la barriera psicologica dei 2.000 RMB (circa 275 dollari) mensili. Ma, all’interno di questo vasto subcontinente, le disparità rimangono evidenti, riflettendo il diverso costo della vita e il livello di sviluppo.

Ecco la fotografia aggiornata a gennaio 2026 dei vertici salariali:

Città/RegioneSalario Minimo MensileSalario Minimo OrarioNote
Shanghai2.740 RMB (378 $)N/DRecord nazionale mensile. Non include i contributi sociali.
PechinoN/D27,7 RMB (3,7 $)Record nazionale orario.
Zhejiang/JiangsuAggiornato al 1 gen 2026N/DNuovi standard applicati per il nuovo anno.

Cosa c’è (e cosa manca) nella busta paga

Per i non addetti ai lavori è essenziale comprendere cosa si intenda per “salario minimo” in Cina. La normativa locale stabilisce che questa cifra rappresenti la retribuzione di base per un orario di lavoro standard. Tuttavia, le aziende devono aggiungere a questa base eventuali straordinari, indennità per turni notturni o per il lavoro ad alte temperature, e sussidi vari per pasti e alloggio.

C’è però un dettaglio tecnico da non sottovalutare. In quasi tutte le regioni, i contributi per la previdenza sociale e per i fondi immobiliari sono inclusi in questo salario minimo. Di conseguenza, il netto in busta paga che il lavoratore cinese porta effettivamente a casa può essere inferiore alla cifra nominale. Unica eccezione di rilievo è Shanghai, dove le regole locali impongono che i contributi siano calcolati al di fuori della paga minima. 

La trappola del “Modello Spagnolo”

L’obiettivo di Pechino è chiaro: mettere più soldi in tasca alle fasce a basso reddito (operai, addetti alle pulizie, cassieri) per stimolare la domanda aggregata e, di riflesso, la produzione industriale.

Si tratta di una mossa che sulla carta appare efficace, ma che nasconde insidie ben note in Occidente. L’innalzamento forzato della base salariale rischia di generare quello che abbiamo già osservato, ad esempio, in Spagna. Invece di far salire l’intera scala retributiva, un salario minimo troppo elevato rispetto alla produttività reale tende a schiacciare le retribuzioni medie verso il basso. Il risultato? Una compressione della classe media, in cui la differenza di reddito tra un lavoratore specializzato e uno non qualificato si assottiglia pericolosamente.

Pechino sta scommettendo che la spinta ai consumi superi l’aumento dei costi per le imprese. Resta da vedere se questa iniezione di liquidità nelle tasche dei lavoratori basterà a risvegliare il gigante asiatico, o se si tradurrà semplicemente in un aumento dell’inflazione interna che eroderà, in pochi mesi, i benefici concessi oggi per decreto.

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